E’ anche merito suo se, dallo scorso luglio, multinazionali come Starbucks o Disney han­no abolito le cannucce di plastica e al­tre, come la Royal Caribbean, hanno annunciato che lo faranno a partire dal 2019. La biologa marina Christine Figgener, 34 anni, che Time inserisce nella sua lista 2018 dei Next genera­tion leaders — i leader di domani, venti, trentenni che secondo il magazine americano hanno i progetti e il carisma giusto per cambiare il mon­do —, non poteva immaginarselo quando, nell’estate del 2015, pubbli­cò su YouTube un video che mostrava il suo team di ricercatori estrarre una cannuccia dalle narici di una tartaru­ga marina, trovata agonizzante nel mare davanti al Costa Rica. Un’opera­zione delicatissima, per la profondità con cui la plastica si era infilata nel corpo dell’animale. Un video sempli­ce, ma di impatto incredibile. Da allora è stato visto 33 milioni di volte, diventando il simbolo di un movimento globale, che spinge per chiudere l’era della plastica, ripulire gli oceani e salvaguardarne la fauna e la flora. L’impegno di colossi del­l’economia Usa dimostra che il dibat­tito è aperto e sta coinvolgendo gli in­terlocutori giusti: industrie e gover­ni.

Mentori e onde

Figgener è ora in Texas, dove sta ter­minando una tesi di dottorato sulle tartarughe marine. Di origini tedesche, si è trasferita in Costa Rica 13 anni fa. Ha sempre voluto fare la bio­loga marina, ispirata da nomi come l’etologa Jane Goodall, l’oceanografo Hans Hass e l’esploratore Jacques Costeau. «Ho iniziato con un tirocinio all’acquario della mia città — ricorda — Oggi sono onorata di essere su quella lista. Perché hanno scelto me? Credo sia merito di ciò che è accaduto dopo il video: la sua forza ha coinvol­to persone a tutti i livelli, dalle aziende alle scuole, dai miei coetanei, alle generazioni più giovani».

Certo, le cannucce sono una minima parte della montagna di plastica che produciamo e con cui inquiniamo gli oceani: il 4% di 9 tonnellate di tappi, bottiglie e via dicendo, che circa il 90% degli uccelli marini ingoia alme­no una volta nella vita. «Credo che l’onda di indignazione per il mio video sia partita dai Millennials, consumatori consapevoli che stanno ancora cercando il loro posto nel mondo e devono decidere come interagire con ciò che li circonda. Purtroppo non c’è ancora un livello di coscienza adeguato sui problemi del pianeta, dal climate change al consumo di risorse, per questo l’unica chance che abbiamo è informare, con campagne scientifiche per il grande pubblico e per i bambini. Co­me scienziata, mi sento in dovere di colmare un vuoto, insegnando loro l’educazione civica».

Figgener è infatti impegnata in mol­te scuole americane come volto della lotta agli sprechi, partecipa a eventi e fa da mentore nelle comunità locali del Costa Rica che hanno già programmi per fermare l’inquinamento. Tra i progetti in corso, la biologa ri­corda il monitoraggio degli sposta­menti delle tartarughe marine trami­te sensori satellitari. «Sono loro le mie ambasciatrici — sorride — . Quando vado nelle scuole, mostria­mo ai bambini i loro viaggi negli oce­ani soffocati dalla plastica e come, adottando comportamenti virtuosi, loro per primi, da casa, possono aiu­tarle a non estinguersi. Sto cercando di raccogliere un minimo di 16 mila dollari attraverso una campagna di crowdfunding su GoFundMe (sea-turtleresearch è il progetto) per com­prare nuovi sensori per il 2019 e rac­cogliere altri dati».

Nuovi nomi

Insieme a Figgener da qualche anno, nella lista di Time, sono puntual­mente presenti giovani impegnati in istanze di carattere ambientale. La peruviana Kerstin Forsberg, anche lei eletta nel 2018, lavora con le comuni­tà costiere del suo Paese attraverso la sua fondazione Pianeta Ocèano: edu­ca alla salvaguardia di specie a ri­schio. Altra ambientalista scelta da Time è May Boeve, attivista america­na oggi in prima linea con la sua fon­dazione 350.org. L’anno scorso attirò l’attenzione del magazine Oscar Ekponimo, trentenne nigeriano che ha inventato una piattaforma tecno­logica per evitare che il cibo delle me-ga città africane venga sprecato e arri­vi invece alle comunità rurali. Perché, come ricorda l’Onu nella sua Agenda «2030», sostenibile è anche un mon­do dove le disuguaglianze diminui­scono e tutti hanno gli stessi diritti. Ecco quindi che l’argentina Sabrina Cartabia, avvocato impegnata nella difesa diritti delle donne in un Paese che sta mostrando un volto ostile su temi come il diritto all’aborto, com­pare con Christine e Kerstin tra chi ha le carte giuste per «giocarsi» il futuro del mondo.

di Francesca Gambarini

(da L’Economia supplemento del Corriere della Sera del 8 novembre 2018)

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(foto: thebatt.com)

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