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IL GRANDE DOLORE E LA GRANDE OCCASIONE

 

Nello sconvolgimento di questo periodo siamo tutti toccati dalla esperienza di una enorme ferita che ha toccato il genere umano. Il Covid-19 ha tagliato le gambe ad ogni persona, ad ogni iniziativa, ad ogni programma sociale ed economico, ad ogni età.

Una guerra vera e propria ha raggiunto la vita di ciascuno di noi, implicandoci in una battaglia silenziosa, dove solo un esercito di sanitari e di volontari ed altre persone silenziose impegnate ad aiutare tutti, riescono ad alleviare le ferite umane che accompagnano la vita quotidiana con i suoi bollettini di guerra.

Le giornate nelle case passano lasciando una domanda che diventa sempre più acuta: quando finirà? Come sarà poi?

La gente negli ospedali, nelle corsie delle RSA sta dando la vita per gli altri.

Girando per la rete si leggono le loro testimonianze.

I racconti sono lettere che altri pubblicano, non accade quasi mai che una di queste persone si metta tronfia a raccontare come è brava.

Ci sono dolori inenarrabili, storie che resteranno sommerse, dolori condivisi con ammalati e familiari che pochi conosceranno. I morenti soli lasciano la vita guardando il volto di estranei. Sono i malati che guariscono, o racconti di parenti che ci portano la testimonianza eccezionale di questi sacrifici.

Costoro cadono stremati dal lavoro e piangono proprio perché non ce la si fa più e vedono che il proprio sacrificio non è servito a salvare una vita, questo è il dramma di molti.

Dare la vita senza dare guarigione. Un mistero!

Una cosa così, che senso ha?

Ci sono dentro questa grande tragedia persone che danno testimonianza di un grande amore per la vita di ognuno, per sconosciuti.

Ma questa testimonianza muove il cuore di qualcuno? C’è una domanda vera che ci si può fare oggi, una vera domanda su noi stessi, una domanda provocatoria alla nostra coscienza, perché si acqueti la boria personale, che privilegia sempre “quell’io io io” che è la causa di tanta indifferenza?

Eppure il nichilismo che comprende lo scetticismo, il menefreghismo o la più nascosta e pungente scusa: loro sono diversi, io non sono capace.

Così la coscienza è tranquilla con questa verità, che è il culmine della menzogna.

“Non sei capace perché non sei lì con loro!”

Chi dà la vita per un altro non è un eroe, ma un santo.

E questa è la grande occasione per vedere i santi, per guardare a cosa fanno, come si muovono in silenzio. Essi non hanno dirette televisive mentre operano. Sono in giro per corsie e guardano ai malati nella loro unicità. Danno davvero tutto perché altri vivano.

(…)

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Bruno Calchera
Direttore di CSRoggi

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