A livello europeo siamo nella fascia d’eccellenza. Si tratta di un risultato non scontato ma comunque molto positivo, date le forti differenze che ancora riscontriamo fra il Nord e il Sud del Paese». Milanese, 65 anni, Giorgio Quagliuolo dallo scorso anno è il presidente del Conai, il Consorzio nazionale degli imballaggi che conta oltre 800 mila aziende associate.
Presidente, il 67,5% degli imballaggi in Italia è avviato al riciclo. Lei parla di un risultato molto positivo che ci allinea al Nord Europa. A chi va il merito?
«A due fattori. Da un lato all’efficienza dei riciclatori indipendenti che, pur a fini di lucro, provvedono alla raccolta e al trattamento dei rifiuti che non provengono dalla differenziata urbana ma da attività industriali, dall’agricoltura e dal commercio. Dall’altro ai Comuni, che con la raccolta differenziata hanno fatto davvero passi da gigante. Da vent’anni lavoriamo a fianco di aziende e amministrazioni cercando di sviluppare la cultura del riciclo e i risultati finalmente si vedono».
Non dappertutto però. Fra Nord e Sud ci sono ancora molte differenze…
«Vede, il cittadino va educato. Fare la raccolta differenziata non è certo comodo, è più semplice metter tutto in un sacco nero e buttarlo in un cassonetto. Ma la sensibilità si espande laddove i cittadini vedono risultati concreti, come vie e strade più pulite, e vantaggi economici palpabili, come Tasi e Tarsu più leggere. Noi possiamo fare da start up curando le fasi di avvio, ma il lavoro principale lo devono fare i sindaci, sta a loro l’implementazione di un sistema di raccolta performante, perché non dimentichiamoci che si può riciclare di più se si fa una buona differenziata. Comunque il Sud sta migliorando: tenga presente che l’aumento dei rifiuti di imballaggio avviati a riciclo registrato nel 2017, cioè il 67,5% di cui parlava pocanzi, deriva sì dalla crescita del flusso commerciale e industriale (+,3,8%, ndr), ma anche di quello urbano (+3,7%), aumentato a seguito dello sviluppo delle raccolte differenziate soprattutto nelle aree in ritardo del Mezzogiorno (+12%), che progressivamente stanno colmando il gap che ancora esiste nei confronti delle regioni settentrionali».
Ricicliamo oltre i due terzi degli imballaggi. Si può ancora fare di più?
«L’obiettivo fissato dall’Europa al 2025 era il 65% e noi l’abbiamo già superato. Al 2030 è stato fissato invece il 70% di imballaggi riciclati. Direi che dobbiamo impegnarci per raggiungere e superare anche quell’obiettivo».
In che modo?
«Anzitutto migliorando la qualità della differenziata. Separare i materiali con maggior attenzione può dare importanti risultati. Piccoli gesti quotidiani possono davvero fare la differenza. Anche la tecnologia ci aiuta. Fino a pochi anni fa la cernita della plastica era fatta a mano, oggi si utilizzano sistemi automatizzati di imaging. La filiera del riciclo oggi è una vera industria che conta 155 mila addetti e seimila imprese. Poi, certo, non rutto è riciclabile. Pensiamo ancora alla plastica, non tutti i polimeri sono riutilizzabili e questo per un paio di motivi: il primo è che spesso diversi polimeri vengono accoppiati, il secondo è che a volte la quantità stessa dei polimeri è insufficiente per creare una filiera. Ecco perché anche se noi dovessimo raggiungere il 100% di differenziata, riusciremmo a riciclarne solo il 70%».
E che fare, allora, di quel 30% che non si può riciclare?
«Le strade sono due, o la discarica o il termovalorizzatore. Credo che la seconda strada sia la più sostenibile, poiché in un’ottica di economia cicrolare, il rifiuto indifferenziabile che brucia diviene calore, energia».
Che è ciò che avviene in Germania, in Francia e in molte città del Nord Italia. Le stesse città, tuttavia, che ospitano enormi discariche. Penso ad esempio alla provincia di Brescia. Una contraddizione, non crede?
«Brescia è un esempio classico di best practice: buoni livelli di differenziata e termovalorizzazione di alta qualità a basso impatto ambientale. Purtroppo al Sud di termovalorizzatori non ce ne sono abbastanza. La Campania ne ha solo uno, ad esempio. E il risultato è lo sviluppo di quel fenomeno particolare che va sotto il nome di turismo del riciclo e che noi tutti abbiamo sotto gli occhi. Lo ripeto: la raccolta è un mezzo, ma il fine ultimo è e rimane il riciclo».
Il Conai insieme all’Università Iuav di Venezia ha appena inaugurato un master di Design del packaging. Qual è l’obiettivo?
«Creare una nuova figura di designer che abbia una sensibilità ambientale. L’idea è che nelle aziende debba passare il concetto che l’eco design dei propri imballaggi sia un valore aggiunto, sia economico che ambientale. Perché altrimenti il rischio è che siano gli uffici marketing a guidare il disegno e la forma del packaging. È una strada ancora lunga, ma ci stiamo lavorando».
Una cultura, quella del fare la raccolta differenziata per migliorare la quantità di materiale riciclabile, che andrebbe instillata fin dai primi anni di vita…
«Noi incontriamo 4.500 studenti ogni anno. La nostra parte la stiamo facendo. Tutti i giorni».
di Massimiliano Del Barba
(da L’Economia supplemento del Corriere della Sera del 8 novembre 2018)
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