Per la sostenibilità siamo di fronte a un bivio, lo stesso che compare nella vita delle imprese: dopo una fase di sviluppo anche rapido arriva il momento in cui si aprono due strade, il declino o il rilancio.

Leggi l’articolo di Gianfranco Fabi qui sotto, oppure da CSRoggi Magazine – n.1 – Anno 11 – Gennaio/Febbraio 2026; pag. 6

Gianfranco FabiGiornalista

“Sostenibilità va cercando, ch’è si cara”. Parafrasando II Sommo Poeta si potrebbe descrivere così lo stato di chi ha vissuto gli ultimi anni sull’onda di quella che sembrava una sempre maggiore consapevolezza sui rischi degli squilibri sociali, economici e ambientali.

Con gli obiettivi dell’Agenda 30 dell’Onu che hanno costituito un richiamo costante a quelle che sono state chiamate le cinque P: Persone (lottare contro la povertà e la fame), Pianeta (proteggere l’ambiente e le risorse). Prosperità (crescita in armonia con la natura), Pace (dialogo e cooperazione). Partnership (collaborazione globale).

Ma davvero “qualcosa è cambiato”? Lo annotava non senza amarezza sul numero scorso il direttore Bruno Calchera sottolineando che “la sostenibilità non è più centrale, ma è divenuta una delle spinte al nuovo tra le altre”?

In effetti per la sostenibilità possiamo dire che siamo di fronte a un bivio, lo stesso che compare nella vita delle imprese: dopo una fase di sviluppo anche rapido arriva il momento in cui si aprono due strade, il declino o il rilancio. Per il declino basta lasciare che le politiche aziendali non cambino: “Si è sempre fatto così” è il paradigma più sicuro. Per il rilancio le cose sono più complesse. Non basta dire innovazione per trovare il sentiero giusto. Perché il valore della sostenibilità può essere sostenuto solo dalla convergente strategia di scelte che vedono al primo posto una comunicazione dei valori capace di anticipare e vivere i grandi cambiamenti sociali.

E come un grande gioco dell’oca dove è sempre presente il rischio di dover fare dei passi indietro, un rischio che in questo caso vuol dire vedere esaurirsi quella spinta propulsiva che da vent’anni ha imposto il tema di una sostenibilità a 360 gradi. Tanta acqua è infatti passata sotto i ponti da quando nel 2004 il termine ESG compare per la prima volta nel rapporto Onu “Who Cares Wins”, promosso da Kofi Annan e redatto con le principali banche e istituzioni finanziarie globali. Due anni dopo, nel 2006, l’Onu lancia i Principles for Responsible Investment (PRI), il nuovo standard di riferimento per gli investitori istituzionali con pratiche operative, rendiconti e impegni formali.

Devono passare quasi altri dieci anni per arrivare nel 2015 agli accordi di Parigi e alla formulazione dell’Agenda 2030. Ma dal 2020 tra pandemia, crisi finanziarie, scenari di guerra e difficoltà economiche il tema è rimasto come in bilico tra rilancio e declino. Non solo le picconate di Trump, ma anche le incertezze sulle politiche ambientali e le scelte energetiche dell’Unione europea, così come i rischi per la crescita economica hanno insinuato dubbi e spiegato lo scetticismo della pubblica opinione.

Il rischio di passi indietro è davvero possibile.

Invece del gioco dell’oca è allora opportuno riavviare il circolo virtuoso della sostenibilità: più informazione, più consapevolezza, più azioni costruttive, più visione del futuro, più strategie innovative (non solo tecnologia), più volontà. Rispondendo alla sfida più importante: sviluppare l’intelligenza artificiale al servizio degli obiettivi di sostenibilità. Un obiettivo temerario? Forse la congiunzione tra valori sociali e la stessa intelligenza artificiale può aiutarci a raggiungerlo.

(27 marzo 2026)

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