Il punto del Direttore

Alla fine di Marzo di quest’anno è stato pubblicato il Terzo rapporto sulla Economia Circolare in Italia. Il cuore del rapporto è la sua finalità: “accelerare la transizione verso la circolarità”.
E’ lo stesso Parlamento Europeo che sottolinea che “la transizione a una economia circolare è una delle condizioni necessarie per raggiungere entro il 2050 la neutralità climatica. (…) per questo la Commissione Europea deve definire in modo stringente gli obiettivi vincolanti entro il 2030 per la riduzione dell’uso di materie prime vergini e di incremento del contenuto di materiali riciclati nei prodotti”.
In Italia nel 2020 alcuni decreti legislativi hanno recepito alcune direttive europee in materia di rifiuti e di Economia circolare, e la legge di Bilancio 2020 ha stabilito agevolazioni per gli investimenti delle imprese nell’ambito delle misure di Transizione 4.0 il cui riflesso inciderà fortemente nella stesura del Piano Next Generation EU.

E’ complesso dover operare dei cambiamenti, delle trasformazioni, in una stasi economica come l’attuale, generata dalla pandemia e dalla difficoltà di gestione di ogni unità produttiva. Il Recovery Plan da una parte programma ed incentiva i cambiamenti, dall’altra non trova un sistema economico sano.
E’ pur vero che il contesto socio economico rappresenta una grande opportunità per operare trasformazioni: resta la domanda aperta sulla fattibilità di un processo indispensabile per modificare radicalmente l’assetto produttivo del sistema economico.

E’ pur interessante vedere il nostro paese in alto nella classifica delle nazioni, con un indice di performance del 2020 (si vedrà cosa è accaduto nel 2021) di 79 mentre la Germania è al quarto posto con 65. Che vuol dire che il nostro paese crea maggior valore economico per unità di consumo di materia: “ogni kg. di risorsa economica consumata genera 3,3 euro di PIL contro una media europea di 1,98 Euro” (pag. 10).
La produzione di rifiuti in Italia è costante con 499 Kg/abitante contro una media europea di 503 Kg/abitante dell’Europa. La percentuale di riciclo di tutti i rifiuti è invece il 68% con una media europea ferma al 57%. Il tasso di utilizzo circolare di materia nel 2019 era del 19,0% superiore alla media europea ferma al 11,9%. (Con Francia e Paesi Bassi però rispettivamente al 20,1% e al 28.5%).

Una prima considerazione: da una prima analisi sembriamo perfettamente in linea per un ulteriore miglioramento. Il quadro generale deve tener conto della condizione in cui il nostro paese opera: nel settore dei rifiuti vi sono aree virtuose e meno virtuose.
Ad esempio se i nostri rifiuti vengono mandati all’estero come accade a Roma è come se scomparissero da ogni analisi. L’assenza di strutture di compostaggio e di gestione dei rifiuti capaci di essere riciclati è patrimonio di alcuni territori e non di altri, soprattutto al Sud di Italia.

Una seconda considerazione la si può fare, traendo i dati, proprio dal rapporto, facendo almeno una esemplificazione in materia di beni alimentari (pag. 46).
Il rapporto entrando nelle nostre abitudini alimentari opera osservazioni interessanti.

“L’impatto di ogni singola persona è stimato in 5,4 kgCO2eq/giorno, ovvero in circa 1,97 tCO2eq/anno. Un cambiamento delle abitudini alimentari orientato verso l’adozione di diete più sane consente di ridurre in modo apprezzabile questo impatto in termini di gas serra. Semplicemente immaginando di sostituire le carni rosse con carni bianche e di adottare la dieta mediterranea, è possibile stimare che le emissioni di una singola persona si riducano a 4,7 kgCO2eq/giorno”.
Giungere fino al cambiamento della dieta e misurare il suo effetto nella incidenza del CO2 è un modo di segnalare che tutto conta per giungere a risultati positivi nel cambiamento.
La diminuzione del CO2 è ancorata a battaglie ben più complesse da adottare in alcuni paesi che restano ancorati a risorse inquinanti e alla distruzione dell’habitat per la non curanza dell’ambiente (incendi, urbanizzazioni selvagge, uso di risorse energetiche inquinanti come il carbone, disinteresse a costruire senza parametri adeguati alla sostenibilità).

La lettura del rapporto è ricca e ciascuno trova precise esemplificazioni riferite al proprio settore economico di appartenenza. Utilissimo per misurare e fare paragoni ed orientarsi.
Il rapporto è un invito al cambiamento, all’allineamento verso un progetto comune teso alla vitalità del pianeta e al miglioramento di quanto si fa.
Cosa chiedere di più?

Bruno Calchera
Direttore Responsabile


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