V-Finance, è leader punto di riferimento istituzionale in Italia sulle tematiche ESG per imprese e investitori. Finanza sostenibile, governance e mercato dei capitali sono i terreni su cui si muove questa società che fa parte del Gruppo IR Top Consulting, e che negli anni ha sviluppato un importante track record nell’ambito della comunicazione sostenibile.
Ne parliamo con Anna Lambiase, fondatrice del Gruppo e Amministratore delegato di V-Finance, insignita nel 2019 dal Governo inglese dell’Award per la Green Finance.
Dottoressa Lambiase, ci può raccontare qual è stato finora il percorso di V-Finance nell’ambito del sostegno alle aziende in ottica di sostenibilità?
«Comincerei dalla fine, sottolineando che V-Finance dallo scorso gennaio 2021 è Sustainable Finance Partner di Borsa Italiana per le iniziative legate alla sostenibilità.
Una partecipazione in un ambito molto specifico, legato all’obiettivo di creare una cultura innovativa a livello nazionale sulla finanza sostenibile, per il mercato italiano dei capitali. È una partnership cui partecipa un numero ristretto di soggetti selezionati, meno di 20, nata con l’obiettivo di legare il tema della sostenibilità a quello del finanziamento e dell’investimento.
Per noi è un punto di arrivo e un grande riconoscimento alla nostra attività di assistenza alle piccole e medie imprese nel percorso di sostenibilità da loro sostenuto in vista dell’accesso in borsa per sviluppare quotazioni green».
Tutto è nato dieci anni fa…
«Sì, V-Finance è nata nel 2011, come spin-off di IR Top Consulting, che, fondata nel 2011 è da tempo boutique finanziaria leader in Italia nella consulenza direzionale per gli Equity Capital Markets e Advisor Finanziario per la quotazione. Nel 2012 abbiamo creato una sorta di tassonomia della green-economy, in un momento in cui non era ancora ben chiaro che cosa il mondo green rappresentasse. Abbiamo individuato 11 settori distinti e all’interno di questi abbiamo costruito un database di aziende potenzialmente interessate al discorso della sostenibilità. L’anno successivo abbiamo lanciato come soci promotori e investitori, la prima SPAC (Special Purpose Acquisition Company, è una particolare tipologia di società veicolo destinata alla raccolta di capitali di rischio attraverso la quotazione, ndr) tematica sulla green economy, un veicolo di investimento che abbiamo quotato in borsa e che ha raccolto 35 milioni di euro che nel 2015 sono confluiti all’interno di Zephiro, azienda quotata e poi successivamente acquisita interamente da Edison. È stata una delle SPAC con migliore ritorno, come operazione finanziaria.
Abbiamo continuato a lavorare in questo ambito, rivolgendoci essenzialmente alle piccole e medie imprese italiane, e nel 2019 abbiamo ottenuto il riconoscimento Financial Green Award da Londra, che ha per noi un grande significato dal momento che, come sappiamo, la finanza nasce proprio nei Paesi anglosassoni. Gli anni 2020 e 2021, quelli del Covid, sono stati per noi anni di crescita e consolidamento grazie all’esplosione dell’attenzione alle tematiche della sostenibilità.
Abbiamo continuato a lavorare su questi temi, focalizzandoci però anche sui sistemi di reporting per le imprese italiane».
Dal punto di vista dell’attività di reporting, qual è il vostro supporto alle PMI italiane?
«Questo è un settore che in V-Finance è divenuto sempre più importante, fino a divenire il centro della nostra attività. Nello specifico aiutiamo le aziende a stendere il bilancio di sostenibilità, quel documento che l’azienda, che sia o meno quotata, elabora sulla base degli aspetti economico-finanziari, ambientali e sociali in conformità con i criteri di rendicontazione GRI stabiliti per legge. Posso dire questo: quando incontriamo le aziende, spesso le aiutiamo semplicemente a sistematizzare situazioni già esistenti al loro interno. In pratica sintetizziamo o razionalizziamo processi che possono essere letti nella logica della sostenibilità. È evidente, però, che nel fare questo noi stimoliamo un pensiero strategico improntato non solo alla redditività – che non viene eliminata, anzi, deve continuare perché i nostri investitori la cercano –, che prevede anche lo sviluppo di qualità e benefici comuni presi in considerazione da imprenditori spesso molto sensibili.
Approcciare questi temi significa avere una responsabilità verso l’esterno che prevede una rendicontazione che deve essere onesta e deve essere fornita anche quando, nella peggiore delle ipotesi, non si raggiungono gli obiettivi. Già il fatto di porsi degli obiettivi secondo me è comunque un elemento di responsabilità e può aprire l’azienda a nuove iniziative. Ci sono studi americani che dimostrano che le aziende sostenibili resistono di più nel tempo rispetto alle altre, perché hanno un monitoraggio più forte dei rischi che va a beneficio anche dei team che lavorano all’interno dell’azienda. Noi vogliamo esserci, in questo percorso, e per farlo dobbiamo continuare a crescere, a studiare e ad approfondire per farci un po’ i precursori di un processo di attenzione a questi temi di qualità. Questo oggi è il nostro core-business, ma la nostra attività non si ferma lì: una volta elaborato il report, noi studiamo, per ogni azienda, un percorso di sostenibilità suddiviso in tre tappe fondamentali».
In che cosa consistono queste tre tappe?
«La prima tappa consiste nel trasformare la società in Benefit corporation, quindi integrare il proprio oggetto sociale, accanto all’attività tipica aziendale volta al profitto economico, anche un’attività di beneficio comune, basato su obiettivi non prettamente finanziari. Sempre in questo ambito aiutiamo le aziende a trasformarsi e a ottenere la certificazione “B-corp”. La seconda tappa riguarda la comunicazione della sostenibilità aziendale verso gli investitori ma anche verso i vari stakeholder: fornitori, clienti, comunità di riferimento… Studiamo piani di comunicazione molto apprezzati dalle aziende perché permettono loro di ottenere una sorta di bollino di qualità del proprio brand e di essere riconosciute come aziende sostenibili. Aspetto importante, in particolare per le aziende quotate, che sono sempre più appetibili dagli investitori che cercano di impiegare i propri capitali in fondi green. L’ultima tappa della nostra attività, è quella che riguarda il supporto prestato nel percorso che porta alla quotazione green. È una quotazione che noi proponiamo sul mercato AIM Italia, dedicato alle piccole e medie imprese ad alto potenziale di crescita. In questo ambito vantiamo una leadership riconosciuta negli ultimi 10 anni di attività e possiamo dire di essere il marchio di riferimento».
Perché una PMI dovrebbe aspirare a una quotazione Green?
«Il mercato borsistico AIM Italia rappresenta per le piccole e medie aziende una grande opportunità per ottenere capitali utili a sviluppare progetti sostenibili. Molte aziende hanno già di per sé un core-business legato a ambiti molto vicini al concetto di sostenibilità, ma questo non è sufficiente. Che cosa avviene con la quotazione nel mercato AIM? Che l’azienda ottiene capitale per sviluppare nuovi progetti. Stiamo parlando di risorse finanziarie da impiegare in piani di sviluppo dimensionale, per esempio, o che possono essere legati a ricerca e sviluppo per nuove tecnologie o
Innovazioni da impiegare anche in operazioni straordinarie, come operazioni di acquisizione. Dalla quotazione l’azienda esce dunque molto rinforzata, anche nei confronti delle banche, che oggi sono molto sensibili e attente, nel loro rapporto di debito, agli indicatori sostenibili. La quotazione procura inoltre un grande ritorno mediatico, aumenta lo standing aziendale e offre una grande visibilità all’impresa. Senza contare la possibilità di offrire alla stessa azienda un valore oggettivo che è dato dal numero delle azioni moltiplicato per il prezzo: la liquidità degli azionisti e la trasparenza del valore agevolano l’ingresso di nuovi azionisti e favoriscono un’ulteriore crescita di valore dell’azienda».
Qual è la tipologia di piccole e medie imprese che, in base alla vostra esperienza, decide di quotarsi?
«È importante sottolineare che la quotazione green non è per tutti, è importante che all’inizio di questo percorso venga svolto anzitutto uno studio di fattibilità – e di questo ci occupiamo noi – con cui si certifichi l’effettiva esistenza, all’interno dell’azienda, dei requisiti sostanziali. Il percorso è poi molto impegnativo, così come quello della sostenibilità, l’azienda deve sapersi assumere responsabilità importanti. Le PMI che decidono di quotarsi hanno in media una dimensione di 38 milioni di euro di fatturato. Oggi, nel mercato AIM Italia, sono 140, con una capitalizzazione complessiva che sfiora i 7 miliardi di euro. La raccolta media è di 6,9 milioni di euro, per un totale di 4 miliardi di euro di raccolta da quando è nato il mercato. Tra i settori rappresentati, al primo posto c’è la tecnologia. Seguono l’industria, il mondo dei media, la finanza e le energie rinnovabili. Dal punto di vista territoriale, il 38% delle PMI ha la propria sede in Lombardia. Seguono Lazio, Emilia Romagna e Veneto».
Qual è la sua previsione per il futuro? È un mercato destinato a espandersi?
«Abbiamo contribuito allo sviluppo sostenibile di questo mercato in maniera sostanziale. Sono ormai 10 anni che abbiamo dunque il polso sugli investitori che decidono di accedervi e posso dire che l’attenzione verso i “prodotti” green è cresciuta nel tempo in maniera esponenziale procurando da una parte opportunità di investimento di eccellenza e dall’altra opportunità di utilizzo di fondi per l’attuazione di progetti con un forte impatto sostenibile. Questa unità di intenti fa sì che questo mercato finanziario – che rispetto ad altri Paesi è ancora molto “contratto” – cresca ancor più nei prossimi anni, fino a diventare lo strumento finanziario più importante per lo sviluppo delle PMI».
Ritiene che le PMI, in generale, si stiano accorgendo di questa preziosa opportunità?
«Sì, stanno capendo che la quotazione è un obiettivo importante da raggiungere per essere “notate” dalle istituzioni finanziarie che, a dispetto del fatto che le PMI rappresentino buona parte dell’eccellenza produttiva italiana, spesso tendono a ignorarle. Finora il nostro Gruppo ne ha portate in Borsa più di 20, tutte aziende che coprono nicchie di mercato e hanno una fortissima componente di ricerca, sviluppo e innovazione. La Borsa, lo ripeto non è per tutti, noi cerchiamo di aiutare le aziende più virtuose e appetibili dal punto di vista del mercato dei capitali. Sono realtà che ora stanno crescendo anche in termini occupazionali, perché questa è un’altra opportunità offerta dal mercato finanziario: la quotazione crea occupazione e questo è un elemento molto significativo, da non mettere di certo in secondo piano».
Un’ultima domanda, dottoressa Lambiase: le PMI che si quotano sono in grado poi di mantenere la loro nuova condizione, diciamo così, “pubblica”?
«È evidente che l’azienda che si espone in questo modo deve saper mantenere un profilo di trasparenza e, in particolare, deve mantenere le promesse fatte agli investitori, deve cioè raggiungere gli obiettivi che si è prefissata. Non è un impegno semplice, posso però assicurare che tutte le aziende che abbiamo accompagnato nel loro percorso di quotazione si sono finora dichiarate assolutamente soddisfatte dei risultati ottenuti».
a cura di Carlo Rho
(da CSRoggi Magazine, anno 6, n.3, Maggio/Giugno 2021, pag. 30)
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