Gli ultimi interventi normativi sono sufficienti per comprendere come il disegno politico dell’Unione Europea sia quello di costruire un sistema economico capace di prevedere, comprendere e mitigare gli effetti negativi che, tipicamente, un’economia industriale ha sin qui determinato sull’ambiente, i territori e le comunità dove le imprese operano.
E’ della fine dell’estate il decreto legislativo con cui il Governo italiano ha formalmente recepito la CSRD, direttiva europea che obbliga le grandi imprese a pubblicare, nella relazione sulla gestione, informazioni sulle proprie politiche di sostenibilità e su come, e in quale misura, la propria attività è influenzata e influenza le tematiche di sostenibilità come l’ambiente, la protezione dei diritti umani e la lotta alla corruzione.
Ai primi di giugno del 2024 è sta – to invece approvata in via definitiva la direttiva sulla due diligence di sostenibilità che pone sulle imprese di grandi dimensioni anche l’obbligo di comportamenti positivi diretti a organizzare la propria attività e il sistema delle relazioni commerciali in modo da evitare, prevenire o mitigare gli effetti negativi su diritti umani e ambiente.
Un sistema economico a prova di impatto
Già questi due interventi normativi sono sufficienti per comprendere come il disegno politico dell’Unione Europea sia quello di costruire un sistema economico a prova di impatto, capace cioè di prevedere, comprendere e mitigare gli effetti negativi che, tipicamente, un’economia industriale ha sin qui determinato sull’ambiente, i territori e le comunità dove le imprese operano.
Ma non è finita. Nello stesso senso, sempre nell’ambito dell’economia tradizionale, può essere menzionato il CBAM – ossia il rego – lamento “Carbon Border Adjust- ment Mechanism” – che istituisce una sorta di “tributo ambientale” che, a decorrere dal 2026, gli im-portatori di determinati merci e prodotti (quali cemento e prodotti in cemento, energia elettrica, fertilizzanti minerali e chimici, prodotti in ferro e acciaio; prodotti in alluminio, idrogeno) dovranno pagare proporzionalmente alle emissioni di CO2 incorporate nei prodotti importati.
Con riferimento all’economia digitale è invece meritevole di menzione il Digital Service Act (Regolamento n. 2022/2065/UE) che chiede alle piattaforme online, di dimensioni molto grandi, di verificare i potenziali impatti negativi che, dal loro utilizzo, possano derivare sulle persone e i diritti umani (tutela della dignità umana, della vita familiare e personale, violenza di genere) e politici (influenza sul dibattito civico e sui processi elettorali, nonché sulla sicurezza pubblica).
Almeno in parte è riconducibile a questo indirizzo politico anche il regolamento (UE) 2024/1689 sull’intelligenza artificiale. Riferimenti alla sostenibilità e a possibili effetti negativi sul clima e sull’ambiente sono contenuti anche nel recente Regolamento MiCAR (sulle cripto attività). Lo sforzo dell’Unione Europea (di cui le normative sopra ricordatesono solo degli esempi) è assolutamente comprensibile.
Il rischio “creazione di un far west”
L’intersezione tra l’industrializzazione, il liberismo selvaggio e la globalizzazione hanno portato fuori dal controllo degli Stati le conseguenze ambientali e sociali dell’attività delle imprese e della crescita economica.
Peraltro, in alcuni settori come l’economia digitale e l’intelligenza artificiale, il rischio è la creazione di un far west con effetti dirompenti sulla vita delle persone come accadde nell’epoca della rivoluzione industriale – si pensi alle condizioni sul lavoro – e che solo un lungo percorso politico e sociale ha potuto recuperare. Tuttavia, non può essere taciuto il definitivo slittamento delle politiche di sostenibilità dall’area della volontarietà a quella dell’obbligo, con conseguenti verifiche di compliance e persino regolatorie. Un simile approccio legislativo rischia di appesantire eccessivamente l’esercizio dell’attività di impresa, soprattutto a discapito delle piccole e medie imprese.
Infine, non è da escludere anche un effetto di contrazione degli scambi tra l’Europa e i Paesi extra europei con il ritorno di dazi reciproci, dei Paesi europei per tutelare gli obiettivi green interni e, viceversa, dei Paesi extraeuropei in via difensiva rispetto alle limitazioni doganali subite. Lo scenario si aggrava se si considera la mancanza di autonomia energetica di molti stati europei.
Il report sul futuro della competitività europea
Preoccupazioni simili sono state recentemente – e più autorevolmente – espresse da Mario Draghi che, nel proprio report sul futuro della competitività europea, ha avvertito che “se agli ambiziosi obiettivi climatici dell’Europa corrisponderà un piano coerente per raggiungerli, la decarbonizzazione sarà un’opportunità per l’Europa. Ma se non riusciamo a coordinare le nostre politiche, c’è il rischio che la decarbonizzazione sia contraria alla competitività e alla crescita”.
Non sembra irrilevante che simili ammonimenti siano arrivati successivamente alle ultime elezioni europee e in concomitanza all’insediamento della nuova commissione che, proprio sul green deal, hanno vissuto un banco di prova politico. Il processo avviato dalle normative europee sulla sostenibilità non pare reversibile, ma non sono da escludere ripensamenti o rallentamenti della sua attuazione.
di Marco Cristiano Petrassi
Avvocato
(foto: ©shutterstock)
( da CSRoggi Magazine – n.4 – Anno 9 – Settembre/Ottobre 2024; pag.46 )