Che quest’anno la cultura della sostenibilità possa davvero compiere uno scatto in avanti, verso un nuovo paradigma capace di innescare generazione di valore e gestione dei rischi, oltre che favorire la continuità e redditività del business.
Con l’entrata in vigore di nuovi standard di divulgazione della sostenibilità in tutto il mondo, gli stakeholder dovranno affrontare la complessità e le potenziali sfide legate all’allineamento di queste iniziative.
Per di più, i cambiamenti climatici e i temi a essi associati, la faranno sempre più da padrone nelle discussioni tra gli stakeholder, con la necessità di coniugare il raggiungimento di obiettivi climatici a lungo termine alle urgenze a breve termine.
E il 2022 è stato un anno che ha portato imprese (ma anche le persone) a ricalibrare progetti, investimenti e target. E poi ci sono i mercati che saranno probabilmente i veri giudici e acceleratori del cambiamento in questo 2023 in cui l’agenda verde europea al 2030 è tutto tranne che messa in discussione. Ecco perché vorrei sottolineare due parole su tutte: credibilità e coerenza. E poi aggiungerei la terza: selezione, che fa rima con rendicontazione.
Sulle prime due, non c’è spazio di dubbio. Solo le imprese che sapranno – nell’ordine – definire obiettivi, pianificare, agire, rendicontare e, infine, narrare potranno superare le maglie del mercato che stanno anche anticipando le strette normative.
“Selezione” è un termine forte, che non ammette deroghe. O dentro, o fuori. Anche nella competitività, anche nella sostenibilità. Ecco perché confido che questo 2023 sia un anno in cui la cultura della sostenibilità possa davvero compiere uno scatto avanti, verso un nuovo paradigma in cui la riduzione concreta dell’impronta inneschi la generazione di valore, la gestione dei rischi – in una logica non di controllo o minimizzazione ma di opportunità – e favorisca la continuità e redditività del business. In tutti i settori, anche quelli che talvolta subiscono la sindrome di Calimero, non essendolo assolutamente.
Vorrei partire proprio dal parallelo con “Calimero” e condividere l’esperienza in uno dei settori in cui agire sul fronte della sostenibilità è tanto difficile quanto strategico e, per chi svolge il mio lavoro, estremamente stimolante. Infatti, che la siderurgia sia un settore hard to abate è cosa nota. Che sia, però, la più grande macchina di economia circolare d’Europa, recuperando milioni di tonnellate di rottame ogni anno, lo è molto meno. E che l’Italia sia in cima alla classifica magari non lo è per nulla. Solo due numeri per circoscrivere il fattore: in Italia si riciclano circa 20 milioni di tonnellate l’anno nei forni elettrici in cui si produce l’80% dell’acciaio nazionale.
Nessuno, in Europa, fa altrettanto. I processi sono tracciati, i gemelli digitali e l’Intelligenza Artificiale sono una realtà consolidata e capaci di accelerare verso l’efficienza e la riduzione dei consumi con le migliori tecnologie disponibili. È sufficiente perché il greenwashing non sia un rischio? No. Serve metodo.
In questo senso, compliance ed Enti regolatori da una parte – alias tassonomia e nuova direttiva CSRD – e il binomio mercato-finanza dall’altro, guidano il cambiamento e porteranno a una netta accelerata che interessa in misura sempre più profonda il mondo dell’acciaio, inteso non solo come produzione siderurgica, ma come filiere dell’acciaio.
Pensiamoci bene, senza acciaio vivere sarebbe molto più difficile. Pensiamo alle nostre città coi relativi processi di progressiva urbanizzazione, ai mezzi di trasporto, alla sanità con le sue attrezzature, alla nostra vita quotidiana, insomma.
E non da ultimo pensiamo all’energia, ai vettori energetici green, siano idroelettrici, solari, eolici…
Non c’è progresso senza acciaio, ma non ci sarà acciaio senza un’evoluzione spinta verso la riduzione dei carbon budget di prodotti e organizzazioni, anche perché nel 2023 gli obiettivi del PNRR prevedono aggiudicazioni di opere infrastrutturali ed edilizie per 20 miliardi di euro, opere in cui un acciaio sempre più decarbonizzato diventa un “must have”, non un “nice to have”.
Ecco perché la siderurgia non è, e non potrà esserlo, “brutta sporca e cattiva”.
di Isabella Manfredi
Direttore Comunicazione,
Relazioni Esterne e CSR Feralpi Group
(da CSRoggi Magazine – Anno 8 – n.1 – Febbraio 2023; pag. 32)