RIprendiamo l’intervista a Luca Poma, professore di Reputation Management all’Università Lumsa di Roma e all’Università della Repubblica di San Marino, a Made in CN, la rivista di Confindustria Cuneo, in occasione dell’apertura del convegno “Investire in reputazione” organizzato proprio sull’importanza della reputazione come asset immateriale per i brand.

 

La reputazione non è una vetrina né un racconto autoreferenziale. È un sistema complesso, che nasce da ciò che si è davvero per poi prendere forma nello sguardo degli altri. Si costruisce lentamente, attraverso comportamenti coerenti e scelte riconoscibili, e vive in equilibrio tra identità e capacità di renderla comprensibile all’esterno.
Richiede anni per consolidarsi, ma sono sufficienti pochi istanti perché si incrini. Basta una distanza eccessiva tra ciò che si dichiara e ciò che si fa perché una reputazione costruita con pazienza perda credibilità. In un contesto segnato da iper-visibilità e velocità dell’informazione, questo equilibrio è sempre più fragile.

È su questo terreno che si è sviluppato il convegno promosso da Confindustria Cuneo, dedicato al rapporto tra comunicazione, sostenibilità e valore d’impresa, che ha visto tra i protagonisti Luca Poma, professore di Reputation Management all’Università Lumsa di Roma e all’Università della Repubblica di San Marino, il quale ha offerto una riflessione approfondita sui meccanismi che regolano la costruzione e la perdita della reputazione. Autore di 17 volumi e di oltre duecento articoli e saggi sul tema, Poma è tra i primi studiosi ad aver introdotto in Italia un approccio scientifico alla gestione delle crisi reputazionali. Nel suo più recente libro, “Crash reputation”, analizza oltre cinquanta casi reali di scandali che hanno distrutto valore economico e fiduciario, mostrando come, nella maggior parte dei casi, il crollo sia causato da una frattura tra identità e comunicazione. A partire dal suo intervento, abbiamo realizzato un’intervista per approfondire il tema.

Professor Poma, oggi si parla molto di reputazione, ma lei sostiene che il concetto sia spesso frainteso. Perché?

«Perché la reputazione viene quasi sempre confusa con l’immagine. Se fermassimo una persona per strada e le chiedessimo cos’è la reputazione, direbbe che è la buona immagine di cui si gode verso l’esterno. È una definizione intuitiva, ma profondamente sbagliata. La reputazione non muove dall’immagine. Non basta fare digital marketing efficace o prendere il miglior influencer. La reputazione muove dall’identità, da quello che noi siamo, da quello in cui crediamo».

Qual è, allora, il rapporto corretto tra identità e immagine?

«L’identità è il palazzo, l’immagine è l’impalcatura che lo circonda. Il palazzo della reputazione è in eterna ristrutturazione, in eterna manutenzione. Quando l’impalcatura non è coerente rispetto al palazzo c’è un problema, la maggior parte delle crisi reputazionali nasce proprio da lì: da una distanza eccessiva tra il modo in cui voglio apparire e quello che sono realmente».

Questa distanza è alla base di molte crisi reputazionali?

«La maggior parte delle crisi reputazionali, sia aziendali sia personali, è determinata dal fatto che ci si rappresenta in maniera diversa da quello che si è. Quando il percepito si discosta troppo dall’identità, prima o poi si crolla. È quello che emerge anche nei casi analizzati in “Crash reputation”».

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Continua la lettura dell’articolo di Raffaele Viglione da Made in CN

(gennaio 2026)

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