Perché la transizione ecologica ha bisogno di una nuova grammatica comunicativa. Le narrative pro-fossili crescono nei media e nei negoziati internazionali, parlando al senso comune più di quanto faccia la scienza. Serve un racconto capace di rispondere alle paure legittime senza cedere al greenlash.

Leggi l’articolo di Sergio Vazzoler qui sotto, oppure da CSRoggi Magazine – n.5 – Anno 10 – Novembre/Dicembre 2025; pag. 48)

Sergio Vazzoler – Partner Amapola

C’è un dato che stona, se confrontato con l’atmosfera che ha circondato la COP30 di Belém, in Brasile: mentre il mondo discute, con tutte le sue difficoltà e contraddizioni, di come uscire dai combustibili fossili, il racconto pubblico va in direzione opposta. Secondo una recente analisi di InfluenceMap, dal novembre 2024, si è registrato un aumento significativo dell’uso di narrative pro-fossili: +37%, pari a 3.700 messaggi diffusi da oltre 200 aziende e associazioni della filiera oil&gas.

Il paradosso è evidente: al di là degli esiti finali, mentre a Belém ci si confrontava sull’accelerazione alla decarbonizzazione, sui media, nelle campagne e nei corridoi del potere continua a circolare un messaggio diverso, più prudente, più attendista. E, soprattutto, molto più orchestrato.

Come funzionano le narrative pro-fossili
InfluenceMap lo chiama “play- book” In pratica, una grammatica comunicativa che si ripete quasi identica da anni, ma che continua a funzionare. Il primo filone narrativo è quello di costi e sicurezza energetica: la transizione sarebbe troppo cara, troppo veloce, troppo instabile. E il messaggio che oggi, complice la congiuntura geopolitica, sta correndo più veloce di tutti.

Subito dietro troviamo il grande classico dello scetticismo tecnologico. Rinnovabili “intermittenti”, reti “non pronte”, accumuli “non maturi”. L’effetto è noto: gettare un’ombra di dubbio sulle alternative ai fossili, caricandole di fragilità.

Il terzo blocco – meno propagandistico e più degno di attenzione – è quello della cosiddetta neutralità tecnologica, che in apparenza suona come buon senso: non imporre soluzioni, ma fissare gli obiettivi, lasciando che sia il mercato a scegliere le innovazioni utili a raggiungerli. Nella realtà, però, In realtà sono in molti a utilizzare questo principio di buon senso per spostare più avanti qualsiasi decisione su phase-out e vincoli stringenti.Tre filoni, un solo obiettivo: rallentare il cambiamento senza dire esplicitamente di volerlo fare, a parte il Presidente USA che lo rivendica in ogni atto e dichiarazione.

Il greeenlash (contrazione di green backlash)
Attenzione, però. Il luogo dove queste narrative prendono forma non è solo lo spazio mediatico.
Si riversano anche dentro i negoziati. Alla COP30, ha raccontato Ferdinando Cotugno su Domani, “una persona su venticinque è un lobbista del mondo fossile”. In termini percentuali, la quota più alta mai registrata in una COP. La discussione sull’uscita dai combustibili fossili — la vera posta in gioco di Belém — si intreccia così a un’agenda parallela, che punta a diluire, rimandare, rinegoziare. Il rischio non è tanto il confronto in sé, quanto la distorsione del campo di gioco.

(foto: @shutterstock)

Il punto focale della questione, però, è un altro le narrative pro-fossili funzionano perché parlano al senso comune. Nessuno vuole pagare bollette più alte, nessuno vuole un sistema energetico instabile, nessuno vuole affrontare costi immediati per benefici futuri. E, secondo la definizione del Finacial Times, il “greenlash”, contrazione di green backlash: il fastidio, o addirittura il rigetto delle politiche ambientali e delle strategie di sostenibilità, spesso percepite dalle aziende come onerose e dall’opinione pubblica come poco attente ai risvolti sociali.

Ma proprio per questo è fondamentale mantenere alta la qualità del dibattito, distinguere tra preoccupazioni legittime e retoriche costruite per rallentare o confondere ciò che occorre fare. Le rinnovabili non sono perfette, ma sono oggi — scientificamente ed economicamente — la strada più efficiente. L’elettrificazione è una sfida, ma è anche il pilastro della competitività futura. La transizione richiede investimenti, ma l’inazione ne richiede molti di più. E allora, che fare?

Una questione di immaginario collettivo

Non possiamo fermare le narrative fossili. Ma possiamo riconoscerle per ciò che sono: strumenti di influenza, non verità tecniche. E possiamo costruire un racconto alternativo, cercando di comprendere perché, ad esempio, le storie individuali sembrano avere maggiore forza e impatto sull’immaginario collettivo rispetto agli sforzi della gran parte dei Paesi del pianeta tramite le COP. Scrive Ferdinando Cotugno su Domani a proposito del gran frastuono suscitato dal caso della “famiglia nel bosco” (la coppia anglo-australiana che viveva nella casa nel bosco abruzzese e che si è vista portare via i tre figli minorenni dai giudici): “perché una storia così marginale è diventata un caso nazionale? Che nervi ha toccato? C’è qualcosa nella loro vicenda a cui rispondiamo anche noi, che non vorremmo nemmeno un solo week-end senza acqua corrente, ma abbiamo comunque il dubbio se reggeremo ancora a lungo all’attuale modello di vita, consumo e lavoro. I protagonisti di questa storia hanno fatto da specchio deformante a una stanchezza collettiva che però non sembra più credere nelle risposte collettive”.

Perché la transizione ecologica non è solo una questione di tecnologie o di politiche. E una questione di immaginario collettivo: decidere quale futuro riteniamo possibile. Sì, proprio così, il termine corretto è “possibile”, non servono slogan, servono piani, non servono promesse, serve la verità sulla lentezza e sulla complessità dei processi, non serve far ricorso agli adempimenti normativi (che spesso si traducono in burocrazia che provoca greenlash) bensì il racconto della scelta più intelligente e conveniente da fare per il nostro futuro. Oggi, più che mai, la qualità di quel racconto è parte integrante della soluzione.

(29 dicembre 2025)

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