Non uno «spezzatino» di misure assistenziali ma interventi coerenti che mettano al centro il principio di equità. Per Cristiano Gori, docente di politica sociale all’Università di Trento, i prossimi mesi saranno i più complessi sul fronte sociale. C’è chi tornando a lavoro si accorgerà delle conseguenze economiche della pandemia, chi dovrà intaccare i risparmi per arrivare a fine mese e chi rischia di finire sotto la soglia di povertà. Una situazione così critica e frammentata da richiedere misure di welfare straordinarie e ragionate. Anche per questo, in collaborazione con il Forum Disuguaglianze e Diversità e l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (Asvis), il professor Gori a fine marzo ha elaborato una proposta per fronteggiare, nel breve periodo, il crollo del reddito delle famiglie italiane. L’idea è introdurre due strumenti: il sostegno di emergenza per il lavoro autonomo (Sea), un’indennità progressiva al posto del bonus di 600 euro per le partite Iva, e il Rem, un reddito di cittadinanza con requisiti meno stringenti.
Professore, il governo ci sta abituando in questi giorni a un welfare per micro categorie, a tratti caotico. Qual è la ratio della vostra proposta?
«Ci siamo mossi in linea con gli altri Paesi europei, cercando di ideare soluzioni rapide e soprattutto fattibili. È fondamentale evitare che l’emergenza sanitaria comporti un aumento delle disuguaglianze. Per questo abbiamo proposto di non segmentare la popolazione in centinaia di categorie ma ragionare per macroaree di intervento. Così da non creare corsie preferenziali e dare una risposta alla società. Non a una parte di essa».
Ed evitare che alcuni lavoratori restino indietro. Per le partite Iva, in termini di diritti, non è sempre stato così. Cosa fare?
«Il Decreto Cura Italia ha avuto il merito di cercare di tutelare per la prima volta gli autonomi. Il passo in più che proponiamo è non erogare una somma indistinta, di 600 o 800 euro, ma calcolare un importo progressivo sulla base del reddito della famiglia del lavoratore».
Chi ha di meno riceve di più, chiaro. Secondo alcune stime de La Voce, 10 milioni di italiani potrebbero non avere risparmi per bilanciare la mancanza di reddito. Come agire?
«La nostra idea non è eliminare le misure di sostegno al reddito esistenti ma integrarle. Il Rem, da noi proposto, è di fatto un reddito di cittadinanza allargato e semplificato. Il che significa ridurre la documentazione necessaria per accedere alla misura, velocizzare l’erogazione e allentare i vincoli e le sanzioni».
Sanzioni che frenano oltre 4 milioni di lavoratori irregolari, i cosiddetti sommersi, dal chiedere assistenza anche se ne hanno bisogno.
«Premesso che tra gli irregolari non ci sono solo i poveri, parliamo comunque di una categoria a rischio. Allentare i vincoli per la richiesta del reddito di cittadinanza potrebbe aiutare nell’immediato chi ha bisogno ed è davvero in difficoltà. Oltre ad agganciare milioni di lavoratori altrimenti invisibili per lo Stato e che potrebbero in futuro regolarizzarsi».
Questo però pone un grosso problema sul fronte dei controlli.
«Chiaramente si tratta di lavorare molto sull’aspetto dell’autocertificazione. D rischio di frodi c’è. Ma se vogliamo dare risposte in tempi brevi bisogna puntare su questo modello, avvalendosi eventualmente di controlli a campione dopo aver erogato le somme».
Le misure da voi suggerite hanno scadenza ideale al 31 agosto. Serviranno altre soluzioni per il lungo termine? «Sono misure cerotto, non le migliori possibili. Per gestire i mesi successivi servirà una pianificazione con un orizzonte molto più ampio. Ci saranno nuovi temi da affrontare, basta pensare alla disoccupazione: è stata richiesta da milioni di persone ma ha un termine e la stessa cassa integrazione in deroga è stata prevista per 9 settimane. Tanti lavoratori si chiedono: e poi?».
Il governo a oggi (29 aprile, ndr) ha preso in considerazione i nuovi strumenti proposti?
«Si è aperto il dibattito ed è stato apprezzato l’intento del Forum e di Asvis di integrare le misure già in essere. Quello che ci preme però è insistere sulla necessità di una piano coerente per l’anno, che non lasci indietro nessuno. È questo che vorremmo sentire dal presidente del Consiglio».
di Diana Cavalcoli