Steven Shapin, sociologo e storico della scienza, è research professor a Harvard.

I suoi libri sono considerati classici dagli studiosi (tra gli altri The Scientific Life, 2008) e i suoi interventi divulgativi (su New Yorker, London Review of Books e Los Angeles Review of Books) un punto di riferimento nel dibattito contemporaneo.

In un’emergenza come quella attuale, si parla spesso del fatto che la scienza non può dare certezze. Alcuni lo considerano un problema, altri lo vedono come un tratto caratteristico della conoscenza scientifica che è inevitabilmente sempre provvisoria.
«Penso che la probabilità sia una delle cose più difficili da comunicare sulla natura di molta parte della conoscenza scientifica: analizzare la capacità infettiva di un virus non è come dire “due più due fa quattro”.

Purtroppo l’istruzione scientifica è centrata sul “due più due fa quattro”, sulla scienza manualistica. C’è un “deficit probabilistico” nella cultura generale, su ciò che la scienza è in grado 0 non è in grado di fornire. Questo può dar luogo a risposte spazientite quando gli scienziati dicono che la conoscenza è provvisoria, che non possono dare certezze sul futuro. E’ fondamentalmente una conseguenza indesiderata di un certo modo di presentare la scienza come erogatrice di certezze, a scuola e in parte nei media».

Dato che si tratta di ricerche in campo medico, questa percezione può essere legata anche al fatto che sono state create grandi aspettative nel pubblico in questi decenni, penso ad esempio alla cura del cancro o dell’Aids?
«Sì, i medici che intervengono in pubblico in questo momento sono molto attenti a spiegare che cosa può fare la medicina, e che cosa non può fare: forse ci sarà un vaccino tra un anno, forse non ci sarà affatto. Si scontrano però con l’aspettativa irragionevole del medico come mago, in cui per ogni malattia c’è un rimedio efficace, immediato, senza problemi di costo.

Credo che stiamo vivendo la più grande esperienza di educazione e comunicazione scientifica, un’occasione unica di ripensare ciò che il pubblico capisce della scienza e ciò che gli scienziati comunicano. Non sappiamo se l’effetto sarà positivo 0 negativo, ma la profondità e la qualità dell’educazione scientifica che stiamo ricevendo è impressionante».

Una delle novità emerse in questa crisi, dal punto di vista comunicativo, è il ruolo sempre più attivo da parte degli esperti, e l’interesse che i media e il pubblico mostrano per la loro testimonianza diretta…
«Senza dubbio. Abbiamo un disperato bisogno di competenze in una crisi così profonda ma non è facile individuarle. Che cosa significa essere un esperto riguardo al numero di vittime che siamo in grado di accettare? 0 di quanto isolamento siamo in grado di tollerare? Eppure questa competenza è assolutamente rilevante per allocare risorse pubbliche o per decidere la portata e la durata di un lockdown.
Così da un lato c’è una competenza, per così dire, morale, e dall’altro una competenza virologica ed epidemiologica. E alla fine chi, se non la politica, può fare una sintesi tra costi e benefici? Per quanto sia intrisa di scienza, questa crisi è una questione politica e la soluzione sarà politica. Proprio come la decisione di realizzare la bomba atomica o di lanciare la bomba atomica».

La differenza però è che nel caso della bomba atomica i pareri degli scienziati erano fomiti in modo confidenziale, mentre adesso tutto avviene in pubblico…
«Non ricordo un precedente storico in cui le ragioni della scienza, rispetto a quelle della politica o dell’economia, siano state soppesate in una forma così pubblica, nemmeno nel caso del cambiamento climatico».

A proposito del ruolo della scienza nella discussione pubblica, tu hai scritto un articolo molto importante sulla “Los Angeles Review of Books” per mostrare come non ci sia oggi una “crisi della verità” né una “crisi dell’autorità scientifica”.
«Perché dovremmo stupirci se la conoscenza esperta è messa in discussione quando si tratta di questioni di rilevanza politica e sociale? Non viene messa in discussione l’autorità scientifica su dati di fatto stabilizzati, come la struttura del Dna o le leggi della termodinamica. Ma quando si tratta di questioni che ci toccano direttamente, ci sono molte voci, molti interessi, molte esperienze in gioco. L’autorità scientifica è immensa e la gran parte della conoscenza scientifica è stabilizzata, è istituzionalizzata. Ci sono, certo, alcune aree in cui l’autorità scientifica deve convivere con altri interessi ed esperienze. Sono problemi seri, ma non dovremmo definirli come una crisi dell’autorità scientifica, e ancor meno come una crisi della verità.

Per secoli, fin dai tempi di Bacone, gli scienziati hanno chiesto di avere più influenza sulle pratiche e sulle istituzioni civiche, economiche e politiche; nell’ultimo secolo e mezzo hanno ottenuto ciò che volevano. Molta scienza è divenuta fortemente integrata nelle pratiche di produzione, di riproduzione e nelle decisioni politiche. Perché dovremmo aspettarci che la scienza sia immune dalle dispute quando non è vista come indipendente e non vive in una torre d’avorio? Quando gli scienziati non sono più legati all’idea di verità pura ma alla capacità di fornire medicine più efficaci e di migliorare la sicurezza nazionale? Certo, questa integrazione può avere conseguenze problematiche, rischiando di assimilare nella percezione la scienza ai soggetti politici ed economici. Non siamo, naturalmente, ancora a questo punto. Ma la cosiddetta “crisi della verità” suggerisce che ci stiamo muovendo in quella direzione.

di Massimiano Bucchi

(da Corriere Innovazione del Sera del 24 aprile 2020)

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