Instaurare una relazione con qualcuno è già difficile per le tante variabili potenziali che ne disturbano l’accreditamento. Ma restaurare una relazione con qualcuno che abbiamo già deluso è veramente un’impresa ardua, che sconta la fiducia sdrucciolevole e, più in generale, la sensazione che si tratti dell’ennesimo, vuoto, appello alla fiducia e alla responsabilità.
La sala è una delle più iconiche di Milano. Il relatore elenca, con quantitativa metodicità, i risultati che l’organizzazione da lui rappresentata ha colto negli anni. La platea – studenti e studentesse di scuola media superiore – ascolta. Fino a quando uno dei più intrepidi alza la mano chiedendo ma se tutto è stato fatto così bene, perché ci troviamo a questo punto? La domanda è sostanziale, ma il relatore è uno che sa stare al mondo e glissa con eleganza semantica. Provo, dunque, a rispondere io, nel rispetto delle battute e del tema assegnato.
Il rapporto con i “nativi della sostenibilità”
Ci troviamo a questo punto perché, di fatto, abbiamo abdicato alla velocità (di pensiero, di riflessione, di esecuzione e di misurazione) sacrificando ai bordi sempre più sfumati del panorama circostante ambienti, complessità, vulnerabilità e pubblici.
Lo abbiamo fatto in buona fede, più che per dolo, per recuperare manciate di tempo (già) perso e per riallineare obiettivi sempre più prossimi, dimenticando i contraccolpi relazionali e operativi di una velocità dissennata. Che in alcuni casi sono rimasti fortunosamente inerti mentre in altri ci sono tornati indietro come un boomerang, certificando l’inadeguatezza della condotta.
Tra questi ultimi, proprio il rapporto con i “nativi della sostenibilità”, alimentato da auspici formali che pure non sono mai riusciti a tradursi in prassi relazionale. Costringendo quel pubblico alla costruzione di una contro narrativa che, non credo casualmente, poggia i propri pilastri (ri)vendicativi sulle caratteristiche del “nostro” modello comportamentale. Trasfigurando il pragmatismo – legittimo rispetto a un tema così complesso e sfaccettato – in mero attendismo, il cui scopo (quello vero, e per questo più soffuso) è quello di ritardare decisioni e condotte e persino sacrifici ineludibili. Con qualche ragione, aggiungo.
C’è poi il tema della comunicazione. Ne parla, con dolorosa cognizione di causa, Giulia Armuzzi nel suo recente dovere di cronaca, nella cornice dei Quaderni del Salone della CSR e dell’innovazione sociale(1) nel momento in cui – vale la pena replicarne il passo – “da una parte mi veniva detto che il ruolo del comunicatore, e non solo nell’ambiente, non è quello di un tecnico bensì quello di un tessitore di relazioni che, forte di un patrimonio di competenze ed esperienze multidisciplinari, riesce a impattare concretamente sull’esistente. […] Il tutto all’interno di una tensione ideale in cui la fatica (di scelta, di selezione dello strumento, di definizione degli obiettivi e di modellamento della strategia occorrente) appare dura, faticosa e lenta e invece, sia pure da una postazione giovane, sento spesso parlare di strumenti e troppo poco di azioni. Adesso, per esempio, è il turno, dell’intelligenza artificiale, domani… chissà”. Ancora una volta, la velocità. Rifocillata dalle novità del momento nella cornice di uno spoil system strumentale becero e schizofrenico.
Occorre lentezza, nei movimenti e negli scopi
Ora. Le opzioni a disposizione sono due, semplicemente.
La prima, più conservativa, è quella di continuare ad indugiare in un atteggiamento paternalistico, scuotendo la testa di fronte alle “installazioni” sempre più scomposte che ci sono e che seguiranno. Con il sorriso amaro di chi continua a volerti bene, nonostante tutto. Una possibilità semplice, intuitiva, persino coerentemente in linea con la natura sempre più polarizzata di un confronto ambientale sempre più superficiale. Che si accontenta, da entrambe le parti della barricata, di buoni e di cattivi con un furore ideologico fuori tempo massimo.
La seconda opzione è decisamente più complicata. Innanzitutto perché esige un esame di coscienza da cui non possiamo prescindere, per ammettere che siamo stati e che siamo oggi parte del problema, persino complici di quelle installazioni evocate qualche riga fa.
Secondo poi, perché, cinicamente, abbiamo bisogno dell’apporto, delle idee e persino degli entusiasmi di tutti, soprattutto rispetto ad un tema “diffuso” come quello in oggetto e stante il ritardo già maturato.
Non si tratta di una opzione semplice. Instaurare una relazione con qualcuno è già difficile per le tante variabili potenziali che ne disturbano l’accreditamento. Ma restaurare una relazione con qualcuno che abbiamo già deluso è veramente un’impresa ardua, che sconta la fiducia sdrucciolevole e, più in generale, la sensazione che si tratti dell’ennesimo, vuoto, appello alla fiducia e alla responsabilità.
Per farlo, con un minimo di probabilità, occorre lentezza, nei movimenti come negli scopi. Non per ritardarne, nel bene come nel male, l’esito bensì per permettere a quelle azioni solo apparentemente interlocutorie di mitigare il peso del passato e del recente presente. Che deve essere tenuto costantemente accanto a noi, sul comodino, accanto a quelle “3 C” che l’amico Sergio Vazzoler evoca ogni volta che ne ha la possibilità: complessità, conflitto, contraddizione.
Irrobustire il senso di fiducia tra le parti
Mutual mentoring, lo chiamano quelli bravi, sottolineando la possibilità di imparare reciprocamente qualcosa, utilizzando quegli spunti nella cornice di uno scopo unico ed univoco. Anche se, personalmente, preferisco chiamarlo buon senso, indugiando nel ricordo di persone che – a prescindere dalla loro età o dal loro ruolo – mi hanno accompagnato nel corso degli anni. Ancora una volta, nel bene come nel male.
Per farlo, con un minimo di probabilità, occorre prudenza che – tradotta su di un piano applicativo – diventa misurazione (intermedia e finale). Per cogliere tutte le sfumature, evidenti e soffuse, che compongono l’ossatura di quella determinata attività e, ancora più importante, per renderne conto ai nostri soci accomandatari che rispondono solidalmente e illimitatamente. Nello stesso modo in cui ne rispondiamo noi.
Smarcandoci da una misurazione che si limita a identificare il fatto compiuto a vantaggio di una misurazione che sia volano comunicativo e relazionale, confermando e irrobustendo nel tempo un senso di fiducia tra le parti.
Bertolt Brecht scrisse nell’opera teatrale Il cerchio di gesso del Caucaso – casualmente, un’altra storia di “abbandono” per contingenze ben più immediate e materiali – che “può essere un errore mischiare vini diversi, ma vecchia e nuova saggezza si mischiano in modo perfetto”.
Approvo e condivido, non tanto per fascinazione intellettuale quanto, piuttosto, per senso di necessità e istinto di conservazione.
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(1)AA.VV., Comunicazione ambientale: un percorso a tappe, I Quaderni del Salone, n. 4, settembre 2023, p. 17.
di Stefano Martello
Giornalista e comunicatore
( da CSRoggi Magazine – n.1 – Anno 9 – Gennaio/Febbraio 2024; pag. 52 )
(Image by Bob Dmyt from Pixabay)