Pubblichiamo in anteprima una sintesi dell’intervista di Giovanni Minoli a Giulio Bonazzi, presidente e amministratore delegato di Aquafil, azienda leader nella produzione di fibre sintetiche anche riciclate. 

Giulio Bonazzi, 56 anni, veronese, è presidente e amministratore delegato di Aquafil, azienda che da 50 anni è al primo posto in Europa e fra i primi nel mondo nella produzione di fibre sintetiche. La società ha 2.800 dipendenti e 16 stabilimenti nel mondo, fattura 555 milioni. Un terzo della sua produzione viene dal riciclo di reti da pesca e di moquette.

 

Dottor Bonazzi, lei è la prova provata che riciclare conviene.

«Si, conviene, soprattutto quando il petrolio è caro».

Da che cosa proviene il nylon non riciclato?

«È un derivato del petrolio».

È inquinante?

«Sì, come le altre fibre, sia sintetiche che naturali».

Quando ha capito che il nylon poteva essere prodotto anche in modo non inquinante?

«In realtà è un percorso quello che stiamo facendo».

Ma cos’è che l’ha convertita?

«È stato il mercato e la voglia di fare le cose in modo diverso. L’idea è nata più di 20 anni fa, cominciando a riciclare i nostri scarti interni. Da lì abbiamo cominciato a dire: forse si possono riciclare anche scarti alla fine della loro vita».

Ma una volta riutilizzato per tessuti, tappeti e magari ancora reti, il nylon può essere ancora riciclato?

«Sì. Il nostro è un processo diverso da quello che avviene per la plastica, perché è un riciclo chimico e non meccanico, ed è infinito».

Quindi ha vita perpetua.

«Sì, se non lo buttano via».

Ma non conviene buttarlo via.

«No. Paghiamo per gli scarti».

Ho letto che 10 mila tonnellate di Econyl, il nylon rigenerato, consentono di risparmiare 70 mila barili di petrolio greggio ed evitano 1’emissione di 57 mila tonnellate di CO2. Sono numeri da capogiro. La controindicazione peggiore?

«Il tipo di energia che si usa, 0 se ci portano uno scarto con una grossa parte di non nylon. Dobbiamo capire cosa fare con quella parte».

Quanto investe in sviluppo e ricerca?

«Più 0 meno il 2% del fatturato».

È stato più difficile trovare la formula del prodotto o i macchinari che permettono di realizzarlo?

«Ho avuto l’idea e poi i miei dirigenti hanno detto: “Sei matto”. Dopo si sono appassionati. Tutto è difficile, perché il mondo è costruito in modo lineare. Ci vuole una vena di follia 0 di non conoscenza, c’è chi la chiama visione».

Come avviene il processo di riciclo?

«Intanto bisogna trovare gli scarti e già questo non è semplice. Bisogna riportarli in fabbrica in modo economico, smontarli, perché non sono fatti per essere riciclati, e poi la frazione di nylon va lavorata con un processo che non ha agenti chimici 0 solventi. Si torna indietro nella catena chimica».

Quindi se si smettesse di usare la moquette, lei sarebbe rovinato?

«Dovrei trovare altri scarti».

È possibile trovare scarti diversi?

«Sì, si producono dieci milioni di tonnellate di nylon all’anno».

Lei ha detto che un aspetto che aveva sottovalutato, ma era fondamentale per creare Econyl, era la logistica inversa. Che cosa significa?

«Il primo problema è trovare gli scarti e riportarli in fabbrica. È molto complicato. Logistica inversa perché dobbiamo far tornare indietro la merce».

Chi sono stati i primi fornitori?

«Prima chi allevava il pesce, gli acquacultori. Gli allevamenti ittici sono i primi da cui siamo andati a chiedere». Le reti da pesca si consumano in fretta?

«A seconda del tipo, durano da tre mesi a quattro anni».

Ogni anno nel vostro stabilimento di Pheonix, in Arizona, raccogliete oltre 16 milioni di chili di vecchi tappeti e reti. Quanto è grosso un capannone con tanti chili di scarti?

«Sono più 0 meno 10 mila tonnellate: ma a Pheonix non piove mai, possiamo stoccare anche all’esterno».

Quanto Econyl producete con 16 milioni di scarti?

«Più o meno 6 mila tonnellate, nella moquette c’è circa il 38% di nylon».

Quanto pesa Econyl sul fatturato?

«Più 0 meno il 40%».

E il resto della vostra produzione?

«Fibre sintetiche, soprattutto di nylon. Facciamo nylon che viene dal petrolio, l’obiettivo è arrivare al 100% di fatturato derivato da Econyl».

Perché non ci siete ancora arrivati?

«Finora abbiamo speso oltre 150 milioni, bisogna andare passo dopo passo. Ma è soprattutto la capacità di trovare gli scarti che limita il processo. Bisogna organizzarsi, trovarli e riportarli in modo economico. Nessuno vuole pagare il doppio perù nostro prodotto. Bisogna che con 0 tempo tutto il nylon sia pensato per essere riciclato».

Econyl è amatissimo da marchi come Prada e Burberry. Chi è il primo nella moda che ha creduto in voi?

«Outerknown, il marchio di Kelly Slater, il Valentino Rossi del surf. Voleva materiali rispettosi del mare».

La moda è molto attenta alla sostenibilità. Perché è un tema caldo o perché è tra i settori che inquina di più?

«Per tutti e due i motivi. Ma sicuramente la moda sta diventando il settore più inquinante di tutti».

Le ultime direttive Ue sulla plastica impongono che persino le reti da pesca siano riciclabili al 50%. Utile?

«Sì. Il sistema privato impiegherebbe centinaia d’anni a evitare la plastica».

La tassa sulla plastica può essere un segnale per la vostra azienda?

«Sì, se è circolare e no se finanzia il debito pubblico».

Un Paese da cui prendere esempio?

«La Norvegia: ha il 97% di riciclo di bottiglie di plastica».

Le piace Greta?

«Sì, perché solleva il problema».

Cosa le piacerebbe inventare ora?

«Vorrei disconnettere il nylon dal petrolio, quindi produrlo da fonti rinnovabili e riciclarlo all’infinito. Siamo in fase di lavoro avanzata».

di Giovanni Minoli

(da L’Economia del Corriere della Sera del 2 marzo 2020)

L’intervista integrale è andata in onda lunedì 2 marzo, su National Geographic, canale 403 di Sky alle 20.40. Fa parte del programma «Green Leader – Le aziende del pianeta».

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