(da Corriere Milano, “La città del bene” – 22 maggio 2016)
C’è il motel che ospita gratis una squadra di hockey in sedia a rotelle, ogni fine settimana. La scuola professionale che regala lezioni agli studenti disagiati. Ma anche la spa affiliata al Banco alimentare; o l’artigiana che, dice, «non ha dipendenti» ma che cerca di creare con fornitori e clienti «relazioni improntate alla consapevolezza», sociale e ambientale. Poco? Nessuno li obbliga. Potrebbero non farlo. E invece, le aziende «buone» a Milano – e ce ne sono tante- sono sempre più buone. E’ quanto emerge da un’indagine condotta dalla Camera di commercio su un campione virtuoso di imprese (un centinaio, di ogni dimensione e settore) distintesi per pratiche etiche nei primi mesi del 2016. Le sorprese non mancano.
La prima: una azienda su due, si scopre, ha aumentato con la crisi le attività di responsabilità sociale. Come se, nelle difficoltà, ci si fosse scoperti più solidali e più attenti verso i propri dipendenti (nel 41,5 per cento dei casi) la comunità (22 per cento) e l’ambiente (12 per cento). Per Federica Ortalli, membro di giunta della Camera di commercio, è il segno che «la responsabilità sociale si sta diffondendo e con essa la consapevolezza delle imprese sulle conseguenze positive delle loro scelte di tipo sociale». Che si tratti di sostegno ad attività sportive (30,2 per cento dei casi), culturali (34,9 per cento), di interventi a favore degli emarginati (25,6 per cento) o in generale iniziative a favore della città (41,9 per cento), il punto è che «soprattutto in alcuni settori, il numero di imprese che si occupano di questi aspetti nella quotidianità è in crescita» spiega Ortalli: il trend si nota «soprattutto nel settore terziario, dei servizi alla persona e del turismo» ma non solo.
Ognuno, certo, fa i propri conti. E non sempre tornano. Alla Solutor srl di Cinisello Balsamo, ad esempio, fino all’anno scorso i figli dei dipendenti ricevevano «una borsa di studio di 50 euro per la promozione a fine anno, più 10 euro per ogni otto in pagella» spiega il titolare Sergio Turolla. Da quest’anno la «paghetta» è stata tagliata a un massimo di 60 euro a testa «per via dei maggiori costi dovuti al Jobs Act». Aggiunge l’imprenditore: «Prima i sorrisi erano più grossi. Ma in queste condizioni non possiamo fare di più». C’è poi chi ripiega sul volontariato «puro» in chiave aziendale. Come la valtellinese Valrisk, che non fa pagare la retta dei propri corsi di formazione professionale alle fasce disagiate; o la milanese Aequor, di via Cesare da Sesto: specializzata in sicurezza sul lavoro, offre gratis i propri servizi a una onlus impegnata contro lo spreco alimentare e ad altre associazioni del Terzo Settore. Per il titolare Mario Vianello «è una questione di principio, legata a valori personali e aziendali». In cambio, le aziende non chiedono nulla.
Alla domanda su quali interventi adottare per facilitare la responsabilità sociale d’impresa, le risposte sono chiare. Nell’ordine: vantaggi fiscali (65 per cento degli intervistati), finanziamenti agevolati (46 per cento) e accordi tra aziende (39 per cento). Come dire va bene il volontariato, ma tutti facciano la loro parte.
Davide Illarietti
