Pubblichiamo in anteprima una sintesi dell’intervista di Giovanni Minoli a Edoardo Garrone, Presidente del gruppo Erg. L’intervista integrale andrà in onda stasera lunedì 17 febbraio su National Geographic, canale 403 di Sky alle 20.40.
Edoardo Garrone, genovese, 59 anni. Presidente del gruppo Erg, da 80 anni nel settore dell’energia: prima nel petrolio, oggi nelle rinnovabili. È il primo operatore eolico in Italia, tra i primi 10 in Europa. In forte crescita nell’idroelettrico, dal 2018 ha detto definitivamente basta al petrolio per dedicarsi alle rinnovabili.-
Dottor Garrone, ho letto che in questa vostra trasformazione green, il foto- voltaico è arrivato per ultimo. Perché?
«Perché abbiamo cominciato con l’eolico ed è stato un processo di cambiamento durato 10 anni. All’inizio il fotovoltaico era un settore con parchi troppo frammentati e di conseguenza abbiamo preferito scegliere grandi impianti industriali».
A partire dal 2005 in Italia son stati introdotti gli incentivi per il fotovoltaico. Poi gli incentivi sono stati ridotti, in certi casi anche retroattivamente. Che cosa ha provocato questa scelta?
«All’inizio venivano dati incentivi senza tetti alla produzione quindi c’è stato un proliferare di piccoli impianti. Quando poi hanno ridotto gli incentivi allora i grandi gruppi come il nostro sono entrati nel settore».
Lei ha detto che il fotovoltaico non è un passaggio semplice: servono le competenze e la voglia di investire. È più difficile trovare le competenze o la voglia d’investire?
«Serve anche la finanza, cioè la capacità di finanziare gli investimenti».
Quanto pesa il fotovoltaico oggi nel vostro gruppo?
«Per ora pesa per una piccola frazione, abbiamo 140 MW su 3.000. Crescerà, anche perché il fotovoltaico è una tecnologia che oggi è sviluppata al 20% del suo potenziale mentre l’eolico è arrivato a una tecnologia molto avanzata».
Tra eolico, idroelettrico e fotovoltaico, chi la farà da padrone?
«L’idroelettrico dipende dalla capacità di costruire nuove dighe in certe aeree e soprattutto in Italia non è più possibile farlo. L’eolico avrà ancora un grande sviluppo ma non nel nostro Paese, mentre il fotovoltaico è quello che ha più alto potenziale».
Ma quanto incide il cambiamento climatico sul vostro business?
«Incide molto, perché la meteorologia è sempre più incerta. Quindi la nostra strategia è anche la diversificazione geografica oltre che tecnologica».
Quanto investite in ricerca e sviluppo?
«Più che in ricerca e in sviluppo, in cui favoriamo per esempio la creazione di start-up tecnologiche attraverso concorsi, investiamo in repowering, cioè nell’ammodernamento delle macchine che oggi, soprattutto nell’eolico, cominciano a diventare obsolete».
Il gruppo Erg sta per Edoardo Raffinerie Garrone: nasce quindi come un’azienda petrolifera, oggi cosa resta di quel petrolifero? Niente?
«Niente come attività. Resta però il nome e casualmente Erg è anche l’unità di misura in fisica per l’energia del lavoro».
Lei è il primo di sei figli. Suo padre, la vigilia di Natale del 2002, decide che è tempo di passare il testimone. Cosa le ha detto esattamente? «Tocca a te»?
«Riunì me e i miei fratelli nel giorno di Natale e disse: “Edoardo, entro 6 mesi diventerai presidente al mio posto” — mio padre all’epoca aveva 65 anni, età in cui in Italia non si va in pensione — “e Alessandro, tu diventerai amministratore delegato”. Fu uno shock per noi».
Avete avuto paura?
«Beh sì, un’impresa così complessa… Ma eravamo formati».
Per lei qual è stata la cosa più difficile quando è diventato presidente?
«Sedermi nel suo ufficio».
Ma perché l’alleanza con Tamoil e la Imitativa con Gheddafi sono andate male?
«Perché non ci fu l’accordo su chi avrebbe comandato».
Poi è arrivata Lukoil invece, la più grande compagnia russa, ed è cambiato tutto. Vi hanno lasciato comandare? Cos’è capitato?
«Intanto l’accordo che abbiamo firmato riguardava solo la raffineria siciliana Isab: era un accordo di joint venture in cui le regole della governance erano chiare ed è andato molto bene. Poi è cambiato il mondo e abbiamo venduto la nostra quota residua».
Lo scorso armo la Erg si è piazzata al sedicesimo posto nella classifica delle 100 società che più si stanno impegnando sui temi dell’ambiente, del sociale, dell’etica del business. È arrivata sedicesima in tutto il mondo e prima fra le aziende italiane. Che cosa ha significato per lei questo posizionamento così importante?
«Tanto orgoglio e soddisfazione enorme, non ce l’aspettavamo. La classifica comprendeva le prime 100 aziende, 7.500 quotate con un fatturato superiore a un miliardo di euro. C’è stato un primo screening fatto dalla rivista canadese Corporate Knights e poi siamo arrivati i6esimi, primi fra gli italiani».
Lei è cresciuto a pane e petrolio, cosa ne sapeva di rinnovabili? Ha avuto una folgorazione un giorno?
«No, ho avuto un’ispirazione personale nel 2000 quando ero presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria. In un convegno sulla globalizzazione studiammo quelle che erano le proteste di piazza dei no global di allora. E capimmo che c’erano delle ragioni vere alla base della protesta. Lì proposi, da petroliere, di tassare la CO2, che oggi è il grande problema dei cambiamenti climatici».
Diverso tempo fa lei ha detto che la più grossa spinta sulla sostenibilità sarebbe arrivata dalla finanza, perché?
«Perché è più rapida delle norme. La sostenibilità ha tre pilastri: quello ambientale, quello sociale e quello economico. Se manca imo dei tre, non funziona».
In Italia l’energia pulita utilizzata dal Paese oggi copre il 34%, la media europea è del 29%. Quindi su questo punto siamo virtuosi?
«Sì ma dobbiamo stare attenti a non scendere di livello. Ursula von der Leyen ha detto che il Green Deal sarà ancora più sfidante degli attuali obiettivi. Bisogna vedere se ce la faremo, tra italiani e europei, perché non è scontato».
Ma le piace Greta Thunberg? Secondo lei ha innescato un processo utile?
«Sì e lo ha innescato anche grazie ad una comunicazione moderna che colpisce le coscienze dei giovani. Questo è fondamentale, anche loro voteranno fra qualche anno, alcuni stanno già votando».
Un’ultimissima cosa: la Sampdoria, che è stato un grande amore di famiglia, è ancora un amore di famiglia o lei la segue solo come tifoso?
«Solo come tifoso, abbiamo fatto una scelta un po’ di anni fa e non cambiamo idea».
di Giovanni Minoli
(da L’Economia del Corriere della Sera del 17 febbraio 2020)