«Mia mamma mi ha detto che è orgogliosa di me per quello che ho fatto». A parlare non è un prete, non è un volontario della Croce Rossa, non è un alpino. Cera­no anche loro, a costruire l’ospedale dei bergamaschi. Da soli, senza un euro dello Stato, tanto che quando un ministro si è offerto di venire a inaugurarlo gli hanno risposto: «Grazie, se vuol venire è benvenuto, ma tra la folla, e senza telecamere»; e il ministro ovviamente è rimasto a casa. A parlare e lacrimare insieme è Nicola, 37 anni, uno dei leader della curva dell’Atalanta, uno che a incon­trarlo per strada di notte ti verrebbe da cambiare marciapiede, pieno com’è di tatuaggi e piercing. Nicola ha appena finito una videochiamata con la madre ricoverata in ospedale perché positiva al coronavirus. Lui è uno degli artigiani che hanno lavo­rato ininterrottamente con gli alpini alla costruzione dell’ospedale da campo nella Fiera di Bergamo, nella città più colpita al mondo (in pro­porzione agli abitanti) dalla pande­mia che ha fermato il pianeta.

Meglio dei cinesi

Per costruire l’ospedale dei berga­maschi ci sono voluti solo dieci gior­ni, meno di quelli che hanno impie­gato i cinesi a Wuhan per fare il loro. E stato completamente finanziato da imprenditori e costruito da brac­cia locali, senza chiedere nulla allo Stato, alla Regione, al Comune, men che meno all’Europa. Nicola indossa una maglietta con la scritta “Curva Nord Atalanta”, un omaggio alla sua squadra, anzi alla sua Dea, come la chiama lui. Sul volto porta la ma­scherina e in testa il cappello da alpi­no. Ma fermato con delle graffette sul retro perché è troppo grande. L’ospedale dei bergamaschi nasce da un appello partito via mail lo scorso 23 marzo da Confartigianato Imprese Bergamo: «Abbiamo biso­gno di dodici tra posatori di pareti e imbianchini per rispettare i tempi di costruzione della nuova struttura».

La risposta di cuore

La mattina dopo in cantiere oltre a Nicola, arrivato tra i primi e mai più tornato a casa se non per una doccia, si presentano 250 tra muratori, car­pentieri, cartongessisti (si chiama­no così), imbiancatori, idraulici, ca­blatori, impiantisti tecnici del gas e elettricisti specializzati in cordata. E nei giorni a seguire ne sono arrivati molti altri. Compresi i volontari di Emergency reduci dalla lotta all’Ebola in Sierra Leone, che gestisco­no un modulo di dodici posti letto in terapia intensiva. Le aziende che hanno contribuito al progetto sono le stesse che la pandemia ha colpito e ferito profondamente: 270 ditte specializzate, oltre a quasi mille per­sone, impiegate gratis e senza sosta per più di sedicimila ore. E hanno donato anche buona parte del mate­riale del cantiere: molti volontari se lo portavano da casa, per dare sup­porto all’impresa appaltatrice.

Il resto l’ha fatto l’Associazione na­zionale Alpini: uno dei pezzi fon­danti dell’identità italiana, che si porta dentro la memoria delle guer­re e ha messo una tradizione di co­raggio e sacrificio al servizio della vi­ta civile dei compatrioti. Oggi il nuo­vo ospedale ha quasi centocinquan­ta posti letto, settanta destinati alla terapia intensiva e sub-intensiva, gli altri a chi sta uscendo dalla fase criti­ca del Covid-19. Dispone di un labo­ratorio radiologico fisso, uno di ana­lisi, una zona triage e una “shock room”, una sala dedicata al tratta­mento dei pazienti particolarmente gravi. È in funzione un impianto di riscaldamento centralizzato e sanifi­cato a raggi UV.

Tutto ha iniziato a funzionare il 6 aprile e a pieno regime ci saranno duecento tra medici, infermieri e tecnici. Sarà gestito dall’azienda Pa­pa Giovanni XXIII, che ha raccolto insieme ad altre strutture donazioni per oltre un milione di euro; sessantamila li ha messi papa Francesco, che non a caso ha scelto proprio questo ospedale. Tra le attrezzature, anche una Tac mobile montata su un tir olandese. E, oltre al materiale sanitario, sono arrivate pizze e brioches offerte ai medici e agli infer­mieri bloccati in corsia. I Cerea, i proprietari di Vittorio, ristorante bergamasco da tre stelle Michelin, hanno cucinato e offerto mille pasti ogni giorno ai lavoratori.

Una babele in cantiere

Come in ogni cantiere, si è creata una piccola babele, dove si sentiva­no varie lingue; ma la predominante era il dialetto delle valli. Si sono visti alpini aiutati da artigiani e ultras dell’Atalanta, che hanno devoluto i soldi destinati al biglietto delle par­tite e alle trasferte per seguire la squadra in Champions (chissà se si potrà ancora giocare, proprio l’anno in cui la Dea è arrivata ai quarti, in­sieme con Barcellona, Manchester City e Real Madrid). Nessuno ha ri­voluto nulla indietro. Hanno messo anche questo a disposizione della loro gente. L’ospedale è stato bene­detto dal vescovo di Bergamo, Francesco Beschi, tra la commozione generale di chi lo ha incontrato, a di­stanza di sicurezza, mentre girava i reparti, osservando incredulo il ri­sultato di tanta mobilitazione.

#molamia

Un ruolo-chiave l’ha avuto monsi­gnor Giulio Dellavite, segretario ge­nerale della Curia di Bergamo, che così sintetizza lo spirito della sua terra: «Si deve dare come valutazione una tripla A, indice massimo quali­tà: competenza, efficacia, efficienza effettiva e affettiva degli alpini, agli artigiani, agli atalantini. Un hashtag qui è stato più invasivo del virus: #molamia – “non mollare mai”, det­to in bergamasco. Mola, però, nei dialetti lombardi ha anche un altro significato: non è solo verbo all’imperativo ma può essere anche un aggettivo: “mola mai”, non è mai mol­le. Oltre alla solidarietà è scattata la solidità: non è molle, mai. È una for­za interiore più vasta e più profonda anche del male».

Questa bella vicenda non assolve nessuno. Quando scriveremo la sto­ria della pandemia, così come si è scritta la storia delle guerre mondia­li, verranno fuori errori gravissimi. Se l’Italia è il Paese più colpito, alme­no per il momento, non può essere solo questione di sfortuna. Il primo errore è stato non mettere in sicu­rezza medici e infermieri, in modo da evitare che gli ospedali diventas­sero focolai; il secondo errore è stato non fare abbastanza test, per indivi­duare e isolare i positivi. Denunciare le responsabilità non è incompatibi­le però con il dovere di dare anche le buone notizie. La solidità che hanno dimostrato i bergamaschi è sicura­mente una di queste. Servirà per su­perare l’emergenza e il dolore vissu­ti. Per far ripartire il lavoro, per tor­nare a vivere fuori dalle case. Lo stes­so spirito che ricorda Nicola in un video, nell’accento della sua terra, che gira sui social: “Vi ringrassio tut­ti, siete troppo grandi! Pota g’ha n’è mia de baie!”, non ce ne sono di bu­gie. Che è anche una lezione: si rico­struisce partendo dal lavoro. Dalla solidarietà. Dal talento, ma anche dal sacrificio. Senza perdere la forza di sorridere, e l’umiltà di dire grazie a chi lo merita.

di Aldo Cazzullo

(da Buone Notizie – L’impresa del bene del 14 aprile 2020)

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