Un’indagine di CSRoggi su una città che prova a cambiare pelle. Con dati, ricerche universitarie, criticità e alleanze. Perché Milano è una delle città più difficili d’Europa in cui sperimentare una vera transizione urbana ecosostenibile.
Leggi l’articolo di Cristina Giudici qui sotto, oppure da CSRoggi Magazine – n.2 – Anno 11 – Aprile/Maggio 2026; pag. 30
Cristina Giudici – Giornalista e scrittirice
A Milano ogni abitante dovrebbe poter contare su una semplice formula matematica che fa la differenza: 3-30-300. Ossia tre alberi visibili dalla finestra di casa, il 30% di copertura arborea nel proprio quartiere, uno spazio verde raggiungibile in meno di 300 metri a piedi. Si tratta dello standard elaborato dall’ecologo forestale olandese Cedi Konijnendijk, fra i più noti studiosi europei del verde urbano.
Milano resta lontana dagli standard indicati dagli studiosi del verde urbano. Secondo il Portale del Dato del Comune il verde pubblico fruibile è di 18,8 mq per abitante: un valore nettamente inferiore alla media nazionale calcolata dall’ISTAT. Gli alberi ad alto fusto censiti sono 257.845 su 1,4 milioni di abitanti: meno di uno ogni cinque persone.
Eppure qualcosa si muove
Sotto i marciapiedi, nei cantieri aperti, nei parchi dove l’erba cresce alta per scelta e non per incuria. Milano sta provando a diventare una città spugna — non per slogan, ma per necessità. Perché una città che si allaga quando piove e patisce il caldo estremo d’estate non ha alternative: deve imparare ad assorbire, trattenere, restituire.
La città spugna: imparare dalla natura
Il concetto è stato teorizzato da Yu Kongjian, l’urbanista cinese. Nell’ottobre del 2024 ha descritto la Sponge City come un organismo capace di assorbire l’acqua piovana, trattenerla e farla filtrare nel suolo. L’immagine è quella di una spugna: non respinge l’acqua, la assorbe, la conserva, la rilascia lentamente quando serve, ricorrendo fra gli altri strumenti a pavimentazioni permeabili, SUDS (Sistemi Urbani di Drenaggio Sostenibile), rain garden, prati ad alto fusto, depavimentazioni.
Per l’assessora all’Ambiente Elena Grandi, la città spugna è un progetto in corso per costruire la Milano del futuro. «Ci stiamo muovendo su tutta la città con una serie di azioni differenti – ci spiega -. Per politiche green intendo un approccio integrato sul verde, i suoli, l’energia, la mitigazione dell’effetto dei cambiamenti climatici e le politiche di adattamento. Immaginare di sollevare pezzi di asfalto e farli diventare verdi non è affatto semplice. Però ci stiamo muovendo su vari piani e sta funzionando».
Il primo esempio che sceglie Grandi riguarda i prati a sfalcio ridotto. A Milano sono state identificate 94 aree in cui l’erba viene lasciata crescere più alta. Non è incuria, ma una politica fondata su ricerche di Università Bicocca, Statale e Politecnico. «In tante città europee è stata adottata questa pratica. Queste aree, oltre a essere oasi di biodiversità fondamentali, sono molto più resilienti agli eventi climatici estremi: assorbono più acqua, la disperdono meno e la rilasciano più lentamente, creando un effetto mitigazione dell’isola di calore. A fianco del prato alto ci vuole anche il prato tagliato, così cittadini capiscono meglio le ragioni delle nostre scelte».
Il peso di settantanni di urbanizzazione
Per capire dove va Milano, bisogna riavvolgere il nastro. Secondo ISPRA, la Lombardia è la regione con la più alta percentuale di territorio artificiale in Italia: il 12,22 % della superficie totale. A Milano oltre metà del territorio comunale risulta ormai consumato: secondo ISPRA il valore raggiunge il 58,72%, pari a 77,78 metri quadrati per abitante. Decenni di cementificazione hanno trasformato una città che storicamente era attraversata dai corsi d’acqua – il Lambro, il Seveso, la Vettabbia, i Navigli – in una superficie impermeabile che respinge l’acqua invece di assorbirla. Il risultato è quello che gli studiosi chiamano tecnosuolo: superfici aggredite dall’urbanizzazione, povere di sostanze organiche, incapaci di trattenere umidità. La transizione ecologica quindi è una necessità non procrastinabile anche se va a rilento anche perché ogni scelta si incontra – e si scontra – con esigenze di altri assessorati e dipartimenti, dalla Mobilità all’Urbanistica alla Rigenerazione Urbana e altre istituzioni che governano il territorio.
Il Piano Aria Clima (PAC)
Approvato nel febbraio 2022, il Piano Aria Clima (PAC) è il principale strumento con cui Milano prova a guidare la propria transizione ambientale. Il piano fissa obiettivi molto ambiziosi: ridurre del 45% le emissioni di C02 entro il 2030 rispetto ai livelli del 2005, arrivare alla neutralità climatica entro il 2050 e limitare l’aumento delle temperature urbane entro il +2° C tramite azioni di raffrescamento urbano e riduzione del fenomeno dell’isola di calore in città. La strategia si sviluppa attorno a cinque grandi aree: qualità dell’aria e salute pubblica, mobilità sostenibile, energia, adattamento climatico e coinvolgimento dei cittadini.
Milano è inoltre una delle sole nove città italiane – insieme a Bergamo, Bologna, Firenze, Padova, Parma, Prato, Roma e Torino – selezionate dalla Commissione Europea nell’ambito della Missione dell’Unione Europea 100 Climate Neutral and Smart Cities by 2030 che punta a trasformare cento metropoli europee in laboratori della neutralità climatica entro la fine del decennio. Il risultato concreto per ora è il Climate City Contract: un patto siglato con università, partecipate, associazioni e aziende private, che impegna ciascun soggetto su azioni concrete e serve anche ad attrarre investitori e fondi europei verso la transizione climatica.

Il monitoraggio: segnali incoraggianti
I primi dati di monitoraggio mostrano segnali incoraggianti. Tra il 2022 e il 2023 le emissioni di CO2, sono diminuite dell’8,7% (-32,9% rispetto al 2005). Nel 2024 tutte le centraline milanesi hanno rispettato per la prima volta i limiti europei sul biossido di azoto (NO2). Restano però criticità strutturali: secondo il monitoraggio del Piano Aria Clima circa il 75% del PM10 e il 79% del PM2.5 provengono dall’esterno della città.
«Il Piano Aria e Clima prevede anche di ridurre le auto in circolazione del 45%», spiega ancora l’assessora Grandi ma il traffico non si risolve solo togliendo parcheggi. «Bisogna dirlo a chi viene da fuori Milano che ha bisogno di treni che funzionano. E quelli dipendono dalla Regione, non da noi. L’inquinamento dell’aria non ha confini amministrativi. Servono politiche integrate a livello regionale».
Uno degli aspetti più innovativi del Piano è l’incrocio tra crisi climatica e fragilità sociale. Il Comune ha mappato le isole di calore anche in base alle condizioni economiche dei quartieri. «L’obiettivo è concentrare gli interventi dove il caldo colpisce di più chi ha meno strumenti per difendersi: famiglie in povertà energetica, anziani soli, quartieri con poco verde», aggiunge.
Le politiche verdi di MM
Dal 2024 il Comune ha affidato a MM SpA la gestione integrata del verde pubblico, superando un sistema di appalti esterni spesso contestato per manutenzioni disomogenee e controlli insufficienti, soprattutto dopo i nubifragi del 2023 perché alberi, acqua, suolo drenante e resilienza climatica non possano più essere gestiti separatamente.
A guidare il nuovo comparto è l’agronomo Angelo Vavassori, convinto che si debba arrivare alla coesistenza pacifica fra i vari utenti della città perché II verde urbano è uno degli strumenti privilegiati per la tutela ambientale e sociale. Da gennaio 2025 MM gestisce 18 milioni di metri quadrati del verde cittadino e, fra i progetti, c’è BioLoop, laboratorio di economia circolare nell’area Corvetto-Porto di Mare-ChiaravaIIe, che punta a collegare transizione ecologica e coesione sociale, puntando su reti operanti nel sociale (rete Qubi, rete Corvetto) e sono state condotte iniziative importanti di rigenerazione (progetto UIA Open Agri, Parco di Porto di Mare).
Il primato nazionale di Milano
Le reti idriche perdono solo il 10% dell’acqua distribuita contro una media italiana del 38%. «E un aspetto che si dovrebbe raccontare di più – dice Grandi E non a caso abbiamo affidato a MM anche il verde: chi gestisce l’acqua gestisce anche la terra sopra. Stiamo lavorando per fare dei pozzi di prima falda la prima risorsa per irrigare i nostri giardini invece dell’acqua potabile».
L’ alleanza con l’AI è fondamentale. Francesco Mascolo, AD di MM SpA ha spiegato come in un panel di Direzione Nord ad Assolombarda l’11 maggio: «Abbiamo creato un data lake e applicato algoritmi predittivi che captano anomalie prima che le perdite diventino visibili. Prima dovevamo aspettare che il problema emergesse agli occhi degli operatori. Oggi interveniamo in anticipo. Con investimenti pro capite inferiori alla media nazionale otteniamo performance eccellenti». Lo stesso approccio viene ora applicato anche al verde urbano. Il Comune ha avviato la mappatura tridimensionale di oltre 30mila alberi attraverso sistemi di “gemello digitale”, con dati aggiornati su salute, stabilità e capacità di resistere agli eventi climatici estremi.
Il Piano del Verde e del Paesaggio
Il Piano del Verde e del Paesaggio rappresenta probabilmente la sfida più ambiziosa – e ancora incompiuta – della transizione ecologica milanese. Non nasce infatti come un semplice piano dei parchi o delle alberature, ma come uno strumento strategico destinato a ridefinire il rapporto tra verde, acqua, spazio pubblico e infrastrutture urbane. L’obiettivo dichiarato è considerare il sistema ecologico della città – dai Navigli ai viali alberati, dalle aree agricole periurbane ai rilevati ferroviari – come una vera infrastruttura urbana integrata, al pari dei trasporti o dei servizi pubblici. In questo senso il Piano punta a diventare una sorta di PGT ecologico (Piano di governo del territorio) della Milano futura: un quadro strategico capace di orientare le trasformazioni urbane nei prossimi decenni, connettendo parchi, corridoi verdi, ciclabilità, acque e adattamento climatico.
Alcuni esempi virtuosi
Grandi respinge l’idea che Milano sia ferma al dobbiamo fare. «Le 27 depavimentazioni le abbiamo fatte o le stiamo facendo. Ogni quindici giorni libero un parterre alberato dalla sosta abusiva», afferma. Gli interventi sono distribuiti in tutta la città. In alcuni casi i tronchi degli alberi abbattuti per sicurezza sono stati riposizionati come dissuasori contro la sosta: dagli alberi morti, nascono altri alberi protetti.
Ai Giardini delle Tuileries a Parigi le superfici percorribili sono realizzate in terra stabilizzata e calcestre, materiali permeabili che non raggiungono le temperature dell’asfalto. Piazza Castello a Milano ha percorso la stessa strada. In via Ferruccio Parri, uno dei punti più contestati per gli abbattimenti legati al prolungamento della M1 verso Baggio e Olmi, il Comune ha avviato la realizzazione di un nuovo “metro-bosco” di 6 mila metri quadrati. Secondo Palazzo Marino si tratta della prima volta in cui un intervento di compensazione ambientale viene realizzato
La novel ecosystem della foresta urbana: La Goccia
Il caso più emblematico è La Goccia: 18 ettari di bosco spontaneo cresciuti sulle ex Officine del Gas tra Bovisa e Dergano che visti dall’alto ricordano la forma di una goccia. Per anni il destino dell’area sembrava segnato: bonifica integrale, abbattimento della vegetazione spontanea e trasformazione urbanistica. Invece il bosco è diventato un laboratorio scientifico di biodiversità urbana: un ecosistema nato spontaneamente dentro un contesto industriale abbandonato. Definito dagli studiosi “novel ecosystem” sulla rivista Forests. invece di essere raso al suolo è diventato un laboratorio di fitobonifica con un masterplan di Renzo Piano. «Era destinato a essere raso al suolo e diventerà una foresta con una straordinaria biodiversità», conclude l’assessora.
Le alleanze: il Climate City Contract
L’Alleanza per l’Aria e il Clima 2026 conta circa novanta aziende – grandi, medie e piccole – in rete con il Comune su azioni specifiche. Tra le grandi: A2A, ATM, Siemens, L’Oréal Italia, Henkel, Deloitte. Sul fronte della ricerca, il polo territoriale di Piacenza del Politecnico di Milano – dove corsi internazionali dedicati all’architettura del paesaggio hanno contribuito a costruire una rete di ricerca focalizzata su paesaggio, infrastrutture verdi e pianificazione territoriale – il DAStU, l’Università Bicocca, il CNR e l’Università Statale formano una rete che fa di Milano un caso studio per le università di tutta Europa.

La voce del Garante
Le mail di cittadini furiosi per un albero abbattuto, le temperature afose, gli allagamenti arrivano quasi ogni giorno al Collegio dei Garanti del Verde – organo indi- pendente istituito nel 2021 e operativo dal 2022. «Il verde ha smesso di avere soltanto un significato decorativo ed è diventato un elemento fondamentale per il benessere dei cittadini», spiega uno dei tre Garanti, Alessandro Bianchi, professore associato al DAStU del Politecnico di Milano e docente di Disegno e Rilievo del Paesaggio al Polo territoriale di Piacenza. «Il nostro è un ruolo di stimolo per l‘amministrazione comunale. Quando si progetta una piazza entra in gioco la rigenerazione urbana; quando si parla di drenaggio servono tecnici di più assessorati. Farli dialogare e mantenere un rapporto con i cittadini è una fatica immane, ma è fondamentale».
«Sarà importante quasi come un PGT – dice Bianchi del Piano del Verde -, andrà ad integrarlo in maniera sostanziale». Il collegio del Garante ha anche proposto di inserire il patrimonio naturale nel bilancio comunale come voce economica – usando il metodo ornamentale già previsto dal Regolamento del Verde – per dare al verde urbano un valore contabile misurabile, non solo ambientale.
Il nodo delle compensazioni resta il più delicato. Quando si taglia un albero in centro, i marciapiedi sono pieni di sottoservizi. La compensazione avviene lontano. Il quartiere che ha perso quell’albero continua a soffrire il caldo. La visione più ampia riguarda l’acqua: il Lambro, il Seveso, la Vettabbia, i Navigli scorrono tutti sotto, tombi- nati e invisibili. «L’acqua è il primo agente di mitigazione delle temperature. Se avessimo fiumi e canali aperti, farebbero una sorta di condizionamento urbano naturale». Nel marzo 2026 il collegio dei Garanti ha aperto la riflessione sulla possibile riapertura selettiva di canali tombinati.
Le voci critiche
Marco Salamon, consigliere di Europa Verde e presidente della commissione Ambiente del Municipio 9, è diretto: «La cosa peggiore è promettere quello che non riesci a mantenere». ForestaMi ha promesso 3 milioni di alberi entro il 2030 e ne ha messi a dimora poco più di óOOmila in sei anni. «Se piove sempre meno, come fai a piantare alberi senza prevedere prima impianti di irrigazione? Bisogna essere onesti con i cittadini e dire cosa si può fare e cosa no».
Il nodo più delicato è quello sociale. «Non puoi togliere parcheggi ai residenti delle periferie senza costruire alternative credibili. La M4 arriva a Linate e non ha un posto di interscambio. Il parcheggio di Crescenzago è stato chiuso e abbandonato. Se non fai i parcheggi di interscambio, non puoi fiatare sulle auto. La sostenibilità a Milano rischia di diventare un lusso per chi può permettersi di non usare l’auto. E questa è la cosa più sbagliata che potesse succedere a un progetto ambientalista».
Anche Urbanfile, osservatorio indipendente molto seguito sui temi dell’urbanistica milanese, riconosce che la città sta realmente sperimentando il modello della città spugna. La critica però riguarda la mancanza di una visione urbanistica coerente: mentre alcune aree vengono trasformate con logiche ambientali avanzate, altre grandi riqualificazioni – soprattutto dopo i cantieri della M4 – continuano a produrre piazze e spazi molto mineralizzati, con poco verde e grandi superfici impermeabili. Il rischio è procedere per interventi isolati senza una strategia uniforme: parlare di drenaggio sostenibile da una parte e realizzare nuovi spazi dominati da cemento e asfalto dall’altra.

Una città che sta cercando di capire come diventare ecosostenibile
Milano non diventerà una città spugna in pochi anni. Troppo cemento, troppo suolo impermeabilizzato e troppi decenni di urbanizzazione rendono la trasformazione inevitabilmente lenta e contraddittoria. Ma proprio per questo le depavimentazioni, i sistemi drenanti, il recupero dell’acqua, i nuovi boschi urbani e le sperimentazioni diffuse tra quartieri, università e partecipate stanno diventando qualcosa di più di semplici interventi ambientali: il tentativo di ripensare il funzionamento della città.
Anche le conclusioni emerse dal recente convegno «Città spugna, la sfida climatica della città metropolitana di Milano», promosso dal DAStU del Politecnico insieme alla Città Metropolitana insistono sullo stesso punto: la resilienza climatica non può essere affidata a singoli interventi ma richiede una trasformazione strutturale del rapporto tra acqua, suolo, infrastrutture e spazio pubblico.
Il progetto metropolitano ha già realizzato quasi novanta interventi in trentadue comuni attraverso sistemi di drenaggio urbano sostenibile, piazze permeabili, ra/n garden e nuove superfici verdi. Ma il messaggio emerso dal convegno è soprattutto culturale: una città climatica non si costruisce soltanto piantando alberi, ma imparando a convivere diversamente con acqua, calore e fragilità urbana.
Non è un caso che proprio questi temi saranno al centro della prossima Milano Green Week 2026 in programma dal 10 al 14 giugno. Workshop, laboratori, passeggiate urbane e incontri scientifici racconteranno una città che prova a mettere insieme biodiversità, cura del suolo, economia circolare e qualità dello spazio pubblico. Milano non è ancora una città ecosostenibile ma, come dimostra la nostra indagine, sta mettendo le basi per vincere la complessa sfida della transizione ecologica.
(26 maggio 2026)