Microsoft, nel mondo, è da sempre molto attenta al concetto di sostenibilità. Lo è con riguardo alla produzione, al risparmio di energia, all’utilizzo della tecnologia da utilizzarsi per valorizzare il patrimonio ambientale e culturale, al sostegno delle diversità, all’aiuto in presenza di disastri umanitari, al risparmio dell’acqua…

Una progettualità che spesso tiene conto del Paese in cui Microsoft opera, delle sue caratteristiche e delle sue esigenze.

Quali sono gli ambiti di impegno in questa direzione in Italia? L’abbiamo chiesto a Barbara Cominelli, Direttore Marketing & Operations Microsoft Italia.

In Italia su quali progetti legati alla sostenibilità vi state focalizzando?

«Le due aree di attività in cui ci muoviamo principalmente sono quella delle competenze digitali e quella dell’inclusione. La prima è fondata sul presupposto che se non hai le competenze per utilizzare il digitale come motore di crescita, rischi di restare escluso dall’onda di sviluppo che caratterizzerà i prossimi 10 anni. Per quanto riguarda la seconda siamo partiti lo scorso anno con il progetto “Ambizione Italia”, partendo dal dato che rivela che se nel nostro Paese utilizzassimo al meglio l’intelligenza artificiale, da qui al 2030 ci sarebbe un impatto positivo di fatturato, quindi di crescita delle nostre aziende, del 23%. Con un aumento della produttività, tema su cui non siamo del tutto eccellenti, del 12%. In un Paese che cresce poco è chiaro che sarebbe un’opportunità straordinaria».

Le aziende italiane sono consapevoli di questo? Avvertono questa esigenza?

«L’80% dei nostri clienti considera cruciale il tema del digitale e dell’intelligenza artificiale. Ma quando chiediamo loro se stanno investendo risorse in questa direzione, ci accorgiamo che solo il 15% delle aziende ha in atto progetti pilota, contro una media del 32% in Europa. E alla domanda “Come mai non te ne stai occupando?” La risposta non è “non ho investimenti”, “non ho visione”, ma è “non ho le competenze per approntare questo progetto di trasformazione”».

Qual è la situazione relativa alle competenze digitali a livello nazionale?

«Siamo molto in ritardo. L’indice DESI (The Digital Economy and Society Index, ndr.) che valuta la competitività digitale e le competenze digitali, parla chiaro: in Europa siamo 26esimi su 28, dopo di noi ci sono solo la Bulgaria e la Grecia. A questo dobbiamo aggiungere il 30% di disoccupazione giovanile media nel Paese, con alcuni aspetti particolari legati ad esempio alle ragazze con età compresa tra i 24 e i 29 anni il cui 40%, come dice un’indagine 2018 dell’ISTAT è NIT: cioè non studia, non lavora e non cerca lavoro. Detto questo, scopriamo che siamo in presenza di un evidente paradosso: da una parte abbiamo un elevato tasso di disoccupazione e dall’altra sappiamo che nei prossimi anni ci mancheranno 135mila persone con competenze digitali, perché le aziende le cercano. Da un lato i ragazzi non trovano opportunità, dall’altro le aziende non trovano i profili».

Si può dire, dunque, che siamo in presenza di un sistema che non sta producendo le competenze giuste…

«È proprio così. Per questo l’anno scorso ci siamo posti l’obiettivo di formare 500mila persone e ingaggiarne 2 milioni. Per farlo abbiamo creato una serie di progetti che partono dalla scuola (“Missione Italia per la scuola”) grazie a cui, insieme a Fondazione Mondo Digitale, stiamo formando circa 250mila ragazzi tra i 12 e i 17 anni e 25mila docenti proprio sull’argomento “intelligenza artificiale”. Abbiamo messo a loro disposizione laboratori e corsi online distribuiti su tutto il territorio italiano, con una certa prevalenza per il sud. Procediamo così: l’insegnante prenota la lezione e porta i ragazzi nell’hub a loro più vicino, dove potranno assistere a lezioni su questo tema prestate da vari formatori. L’obiettivo di questo progetto, attivo da gennaio 2019, è accendere una lampadina nella testa di questi ragazzi, interessarli alla tecnologia e fare capire loro che non è solo una materia per tecnici, ma è una sorta di “cassetta degli attrezzi” che può essere utilizzata per fare molte altre cose: creare progetti, prodotti, esperienze. Vedi che c’è fame per questo tipo di cose, non è un problema di domanda, è un problema di offerta, per cui quando tu metti queste cose a disposizione dei ragazzi loro si entusiasmano».

Prima ha accennato al problema della disoccupazione che riguarda il target “giovani donne”. Avete progetti che riguardano quest’area, nello specifico?

«Sì, sempre sul tema del coding, insieme all’Ambasciata Americana e a Fondazione Mondo Digitale abbiamo lanciato la sesta edizione di “Coding girls” per formare alcune ragazze un po’ più grandi perché vadano nelle scuole a insegnare alle ragazze più giovani, così da “scardinare” lo stereotipo che vuole che il coding sia una cosa prettamente maschile e da nerd. La nostra idea è che quando te lo spiega una ragazza come te, ma più grande, capisci che non è solo una cosa da maschi. Per noi è fondamentale che tutti i nostri giovani possano avere la possibilità di studiare il coding come materia affiancata alle altre classiche: non è detto che il digitale sarà il loro mestiere, in futuro, ma avranno a disposizione comunque uno strumento in più da mettere in campo».

A livello di Università, quali progetti state attuando in ambito di competenze digitali?

«Sull’università stiamo lavorando a un progetto un po’ differente, che ha l’obiettivo di porsi come ponte tra l’università e il mondo del lavoro. Insieme alla Conferenza dei rettori delle università italiane (CRUI, ndr) e insieme ad alcune grandi aziende – Telecom, Ernts & Young e Poste Italiane – abbiamo ideato un progetto pilota in cui noi di Microsoft mettiamo a disposizione la tecnologia, CRUI raduna alcune università interessate (Politecnico di Milano, Università di Bari e Napoli) e le aziende richiedono professionalità legate all’ambito digitale. Se l’azienda a Bari ha bisogno di esperti di bigdata allora in quella città ci focalizziamo su quello. A Genova c’è invece bisogno, ad esempio, di agenti di cyber security? Lì cerchiamo di impostare quel percorso di studio, attuandolo insieme ai professori dell’ateneo di riferimento. È un progetto ancora in fase iniziale, ci piacerebbe farlo crescere, non è impossibile».

Pensate di mettere in atto, in futuro, anche collaborazioni con università di altri Paesi?

«Stiamo già lavorando con l’università californiana di Stanford, che ha creato un centro internazionale sull’intelligenza artificiale. Lì hanno radunato persone super tecnologiche e le hanno riunite con sociologi, psicanalisti, esperti comportamentali, giornalisti… perché l’avvento della robotica è una rivoluzione che riguarda tutti i settori e il suo successo futuro dipenderà anche da come verrà raccontata: se verrà presentata in modo che faccia paura, cosa che oggi avviene peraltro abbastanza di frequente, si otterranno reazioni negative da parte dell’opinione pubblica. Il punto chiave è che non dobbiamo chiederci solo che cosa la tecnologia “può” fare. Dobbiamo chiederci che cosa “deve” fare, per cui dobbiamo preoccuparci di porre i limiti, i paletti che mantengano il suo utilizzo in un ambito etico e responsabile. Ed è questo il motivo per cui a Stanford hanno coinvolto anche chi ha competenze umanistiche ed è in grado di occuparsi dell’aspetto etico della questione».

La poca conoscenza del mondo digitale riguarda anche chi già lavora. Per loro avete pensato a qualcosa?

«Abbiamo attività dedicate a chi è già inserito nel mondo del lavoro ma ha necessità di sottoporsi a un percorso di aggiornamento. In questa direzione abbiamo avviato due diversi tipi di intervento. Il primo un po’ più tecnico, verticale, per chi ha già lavorato nell’IT o in mondi professionali simili e ha bisogno di aggiornarsi. Sul territorio abbiamo circa una cinquantina di accademie che si occupano di questo progetto di reskilling. I dati ci dicono che ultimato il percorso, il 90% di queste persone trova un lavoro consono alle nuove competenze acquisite. Il secondo percorso l’abbiamo realizzato con Adecco e consiste in una piattaforma digitale di nome PHYD, che permette di valutare le proprie competenze, scoprire quali sono le lacune rispetto alle richieste del mercato e “frequentare” un percorso formativo principalmente online volto a sopperire queste mancanze».

di Luca Palestra

(da CSRoggi Magazine, anno 4, n.5, Dicembre 2019, pag. 10)

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