«Abbiamo fatto di tutto non per non fermarci. E, se non avessimo giocato d’anticipo, qualche rischio ci sarebbe stato». Tra tutti i settori essenziali ce n’è uno forse più essenziale degli altri, la produzione dei farmaci, che a febbraio ha fatto segnare un aumento dell’export del 41,2% rispetto a un anno fa. Massimo Scaccabarozzi è il presidente di Farmindustria, l’associazione delle imprese.

Presidente, in che senso avete giocato d’anticipo?
«Abbiamo attivato delle task force su produzione e distribuzione per avere dei piani di continuità anche in caso di emergenza piena. Già normalmente operiamo con un altissimo livello di protezione: guanti, mascherine, ambiente sterile. Ma abbiamo deciso di fare di più».

E cosa avete fatto?
«Abbiamo reso stabili i turni nelle unità di produzione h 24. E questo affinché, in caso di contagio, fosse necessario mettere in quarantena solo quella squadra. Abbiamo subito distanziato i tavoli nelle mense. E tanto altro ancora».

Avete firmato un accordo con Aifa, l’agenzia del farmaco. Con quale obiettivo?
«Il percorso avviato insieme subito dopo lo scoppio dell’epidemia ha consentito in tempi rapidi di dare risposte ai cittadini che chiedevano di avere a disposizione i farmaci. Bisognava continuare a produrre e distribuire medicinali, nonostante le giuste norme di distanziamento rischiassero di bloccare tutto. E invece tutto è andato avanti».

Esclude quindi possibili carenze di farmaci?
«C’è stata qualche carenza legata al fatto che alcuni ospedali hanno fatto scorte di prodotti specifici, come gli antivirali, gli anestetici, i prodotti da rianimazione. Ma , anche grazie alla collaborazione con l’Aifa, abbiamo lavorato per limitare al massimo e prevenire queste situazioni».

Quante persone sono al lavoro adesso nel settore?
«Abbiamo 67 mila lavoratori. Adesso fisicamente in fabbrica ce ne sono 30 mila: 24 mila in produzione, 6 mila nella ricerca. Come presidente dell’associazione non finirò mai di ringraziarli tutti perché nella prima linea del Paese — insieme a medici, infermieri e forze dell’ordine — ci sono pure loro. Anche questi uomini e donne hanno famiglia e, se è vero che lavorano in sicurezza, è anche vero che un conto è lavorare da casa, un altro andare in fabbrica per produrre non farmaci ma salute».

di Lorenzo Salvia

(da Corriere della Sera del 18 aprile 2020)

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