Da circa 20 anni vedo ormai (almeno nelle facoltà economiche) sempre lo stesso fenomeno: tantissimi giovani studiano la finanza, le imprese internazionali, il marketing, pochissimi invece (meno del 6% secondo la mia esperienza diretta) scelgono di scrivere una tesi di laurea, e in generale di orientare la propria carriera verso il mondo del Terzo settore o della pubblica amministrazione. Il fenomeno è antico. Ad esempio, nel lontano 1996, quando ero studente all’Università, contrariamente alla massa, scelsi di frequentare un corso (facoltativo) di amministrazione e gestione degli enti non profit: a lezione eravamo non più di 8, contro i circa 250 studenti che in media tutti i giorni frequentavano i diversi insegnamenti di business. Pochissimi, quindi, quasi delle «pecore nere».

Diventato professore, le cose per molti versi stanno ancora così, anche se qualcosa in più sembra muoversi. È evidente che le organizzazioni del Terzo settore necessitano di essere più visibili nelle Università, dove ci sono tanti giovani che sentono forti i valori della solidarietà, della cittadinanza, della sussidiarietà e a questi, molto più che al business, vorrebbero dedicare la propria vita lavorativa. Ma come tutti gli altri giovani hanno bisogno di uno stipendio dignitoso e stabile, così come desiderano un ambiente di lavoro qualificato e qualificante. Altrimenti anche loro, per quanto preparati e motivati, andranno a lavorare nelle imprese internazionali, nelle società di consulenza e nelle istituzioni finanziarie per poi magari riaffacciarsi un giorno (forse!) nel non profit da volontari oppure per lavorarci solo quando avranno acquisito una certa stabilità reddituale, un certo bagaglio di esperienza oppure saranno stanchi della propria carriera business. Alcuni ci arriveranno prima, altri molto tardi e altri ancora non ci arriveranno mai. L’unica cosa certa è che questi giovani di qualità non ci arriveranno subito e serve un percorso.

Una volta un imprenditore sociale illuminato mi disse che il segreto del successo del proprio ente stava nel fatto che lui remunerava i giovani esattamente come nel profit e che loro in cambio lo ripagavano 100 volte tanto. Non è chiaramente solo una questione di soldi, anche se questi, soprattutto per i giovani non sono irrilevanti poiché a differenza dei pensionati non hanno alle spalle i risparmi di una vita di lavoro. C’è poi tutto il tema della compensation non monetaria, della flessibilità e di creare ambienti e percorsi professionali altamente motivanti. I giovani di qualità sono molto preziosi per il Terzo settore e il Terzo settore è prezioso per questi giovani che cercano esperienze professionali e di conciliazione vita-lavoro diverse dal solito e ad alta carica valoriale.

È necessario però che giovani e Terzo settore si conoscano di più e meglio ma anche che il secondo inizi a considerare veramente i neolaureati di qualità come il migliore degli investimenti possibili. Non è un problema di quantità, ma di qualità. I giovani non costituiscono un costo bensì un investimento per il mondo del non profit, il quale deve anche creare ambienti organizzativi e in generale «ecosistemi» sempre più a loro misura, senza aver paura di delegare, responsabilizzare, innovare e sapientemente controllare. Solo così gli enti del Terzo settore potranno veramente crescere e innovarsi ancor più negli stili, nei comportamenti, nei risultati, negli impatti e nelle competenze, realizzando peraltro anche passaggi generazionali più naturali, efficienti ed efficaci, sempre più necessari. Come ben scritto da Carola Carazzone e Alessandro Vaierà proprio su «Buone Notizie» il 3 novembre scorso, il mondo è veramente cambiato e il personale, in particolare quello giovane e laureato, non è uno sterile «costo di struttura», bensì il migliore degli investimenti. Per le persone di qualità le risorse vanno trovate sempre, altrimenti esse se ne andranno altrove. Quale maggior problema per la missione che vogliamo servire, per i beneficiari e per le comunità?

Per favorire questo proficuo incontro tra giovani universitari di qualità prossimi alla laurea e iscritti a tutte le facoltà di tutti i campus dell’Università Cattolici (Milano, Brescia, Cremona, Piacenza, Roma) è stato organizzato dal 23 al 27 novembre il primo «No profit Digital Week»: una vera e propria fiera virtuale in cui gli enti del Terzo settore possono gratuitamente allestire uno stand virtuale per incontrare gli studenti che intendono effettuare stage o lavorare in questo mondo. Un grande evento in cui saranno presentati anche i corsi di laurea, i master e i corsi di alta formazione sul terzo settore offerti dall’Ateneo. Gli enti non profit che vogliono partecipare possono consultare il link www.careerdaycattolica.it oppure scrivere a cattolicaperilterzosettore@uni- catt.it. Nuovi scenari quindi per nuove sfide!

di Marco Grumo
Professore di economia aziendale-Università Cattolica
e coordinatore scientifico di «Cattolica per il terzo settore»

(da Buone Notizie – L’impresa del bene del 24 novembre 2020)

 

 

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