Questo è un esperimento, che può apparire banale – o addirittura vantaggioso in modo truffaldino per chi aveva il compito di riempire questa pagina – ma che può avere anche una certa importanza sotto il profilo dell’analisi. Quello che segue è infatti un articolo elaborato con l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale.
Attenzione, questo non significa che si tratta di un articolo scritto a caso, significa piuttosto che in questo momento la narrazione relativa alla sostenibilità presente sulla rete – “magna fonte” da cui pesca l’AI -, risponde a quanto riportato in questo testo.
Tra le indicazioni fornite all’AI, oltre a quelle relative all’argomento “sostenibilità” e alle sue mille sfaccettature, ci sono state quelle di “elaborare un commento serio e con taglio giornalistico, ma anche disincantato e in parte controcorrente”. Ecco che cosa ne è uscito…
Leggi l’articolo di Lupa Solitario qui sotto, oppure da CSRoggi Magazine – n.5 – Anno 10 – Novembre/Dicembre 2025; pag. 57)
La sostenibilità è oggi uno dei pochi linguaggi davvero universali. Imprese, governi, finanza, società civile: tutti ne parlano, spesso con le stesse parole. E un successo culturale indiscutibile. Ed è proprio questo successo a renderne visibili i limiti.
Nel dibattito pubblico la sostenibilità viene presentata come un percorso di trasformazione. Nella pratica, sempre più spesso, assomiglia a una forma di amministrazione dell’inevitabile. Non si tratta tanto di cambiare radicalmente il modello di sviluppo, quanto di renderne gestibili le conseguenze: climatiche, sociali, finanziarie, reputazionali. Il lessico della transizione serve a rassicurare più che a mettere in discussione.
Strumenti come i criteri ESG, i piani di decarbonizzazione o gli obiettivi intermedi sono utili e in alcuni casi necessari. Ma la loro funzione prevalente non è quella di indicare un nuovo orizzonte, bensì di ridurre l’incertezza. La sostenibilità diventa così una tecnologia di stabilizzazione del sistema, non una leva di trasformazione.
Il punto cieco di questo approccio è il conflitto. Ogni transizione reale produce vincitori e perdenti, redistribuisce costi, modifica rapporti di potere. Eppure il racconto dominante tende a rimuovere questa dimensione, promettendo benefici diffusi e soluzioni win- win. Una sostenibilità senza conflitto è politicamente comoda, ma fragile: quando i costi emergono, a narrazione perde credibilità.
Anche l’innovazione tecnologica, per quanto indispensabile, viene spesso caricata di aspettative eccessive. Efficienza, digitalizzazione e nuove fonti energetiche migliorano i processi, ma difficilmente affrontano il nodo dei limiti complessivi. Parlare di sufficienza, di riduzione dei consumi, di rinunce selettive resta un tabù, perché introduce scelte esplicite e quindi responsabilità.
Il rischio è che la sostenibilità si riduca a un insieme di procedure corrette e indicatori ben copiati, perdendo la capacità di porre domande scomode. Non è un fallimento morale, ma politico. Riportare la sostenibilità nel campo delle decisioni, accettando complessità e conflitto, è forse l’unico modo per sottrarla a una lenta neutralizzazione.
(29 dicembre 2025)