Quando parliamo di sostenibilità, in generale, tendiamo a concentrarci soprattutto sulla plastica negli oceani, sulla mobilità dolce, sulle energie rinnovabili, sulle filiere etiche. Tutte questioni fondamentali, ci mancherebbe. Ma c’è un tema purtroppo sempre più attuale che, curiosamente, resta quasi sempre fuori dalla conversazione: la guerra.

È strano, questo, perché se la sostenibilità si estrinseca nel voler pensare al futuro ambientale, sociale ed economico, le guerre, con tutto il loro tremendo e inaccettabile portato di morti e distruzioni sono, nella sostanza, la perfetta antitesi di questo atteggiamento.

Leggi l’articolo di Lupa Solitario qui sotto, oppure da CSRoggi Magazine – n.1 – Anno 11 – Gennaio/Febbraio 2026; pag. 41)

Sostenibilità ambientale e guerre
Partiamo dall’ambiente. Un conflitto moderno è una gigantesca macchina di emissioni: carburanti bruciati da carri armati, aerei e navi; infrastrutture distrutte; incendi; sostanze tossiche disperse nel suolo e nelle acque. Ne abbiamo avuto notizia pochi giorni fa, con la “pioggia nera” che è caduta su Teheran a seguito di attacchi sferrati da Stati Uniti e Israele ad alcuni depositi di carburante e raffinerie di petrolio.

I danni ambientali provocati dalle guerre – che peraltro sono per lo più scatenate per il controllo della produzione e della commercializzazione di petrolio e gas – sono in genere destinati a durare decenni, ben oltre la fine delle ostilità. Foreste devastate, terreni agricoli contaminati, ecosistemi compromessi.
Non è esattamente quello che si immagina quando si parla di “transizione ecologica”.

Sostenibilità sociale e guerre
Le guerre, come sappiamo, non distruggono solo gli edifici, disgregano intere comunità. Milioni di persone, quando non vengono uccise, devono lasciare le proprie case, i sistemi sanitari e scolastici collassano, intere generazioni sono destinate a crescere in condizioni estreme, caratterizzate da continui traumi – fisici e psichici – e precarietà.
Se applicare la sostenibilità sociale significa saper generare società inclusive, resilienti e capaci di prendersi cura dei propri membri, i conflitti armati producono l’esatto risultato contrario.

Sostenibilità economica e guerre
La guerra è il modo meno efficiente che si possa immaginare per utilizzare le risorse che abbiamo a disposizione. Enormi quantità di denaro, tecnologia e capitale umano sono impiegate non per costruire, ma per distruggere.
E, nel frattempo, si assiste alla frenata degli investimenti, dell’innovazione e dello sviluppo. È difficile parlare di economia sostenibile quando si devono spendere miliardi per ricostruire ciò che è stato danneggiato, se non addirittura cancellato, dai bombardamenti. C’è chi tenta di affermarlo, ma è difficile pensarlo davvero.

Già prima non si scherzava…
Insomma, non è il momento migliore per la sostenibilità e questo lo sappiamo da tempo. Colpa delle ultime e devastati guerre e invasioni, certo, ma non è che, prima di queste, fossero tutte rose e fiori. Nel recente passato in molti hanno lavorato con intensità per minare le basi predisposte con anni di duro lavoro nel tentativo di convogliare il pianeta su binari virtuosi.
E non è forse una sorpresa scoprire che coloro che più hanno combattuto ieri l’affermazione del concetto di sostenibilità sono oggi i diretti protagonisti e sostenitori degli ultimi conflitti.

Resta il fatto che nei dibattiti sulla sostenibilità, la guerra rimane spesso ai margini. Forse perché è un tema complesso, geopolitico, scomodo. La verità è, però, che la sostenibilità non è solo una questione di tecnologie verdi o di scelte individuali. È anche, e soprattutto, una questione di stabilità, cooperazione e pace.
La definizione più semplice di sostenibilità è da sempre questa: lasciare alle generazioni future un mondo vivibile. Le guerre, per loro natura, fanno esattamente il contrario.

(27 Marzo 2026)

 

 

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