Maria Flora e Zefferino Monini, che si chiama come il nonno fondatore, sono fratelli. Possiedono e gestiscono —lui presidente e amministratore delegato, lei a capo della comunicazione—la Monini che da cent’anni (l’anniversario cade in questi giorni) produce olio d’oliva. Un’azienda interamente familiare, che non vuole aprire il capitale perché «siamo sani, generiamo cassa e, finché possiamo, andiamo avanti da soli», dice Zefferino Monini. In quest’emergenza mondiale da pandemia sono una delle imprese che crescono, come tutto l’alimentare. «Stiamo lavorando a pieno ritmo— dice l’amministratore delegato —. Il nostro stabilimento di Spoleto con 120 persone marcia su doppio turno.
Il consumo in casa sta compensando la perdita da ristoranti e alberghi chiusi. Nelle prime tre settimane di marzo i ricavi sono aumentati del 20% rispetto allo stesso periodo del 2018, dopo il +4% del gennaio-febbraio. Da fine febbraio a oggi gli ordini dall’estero sono saliti del 30%». C’è un problema però, anzi due.
I due problemi
Il primo è il costo delle consegne verso il Nord Europa, «più che raddoppiato in questo periodo». Il secondo il calo del prezzo delle olive, fatto che per un’azienda dell’olio dove sul prodotto finale la materia prima incide più che la lavorazione si traduce in una revisione al ribasso dei listini, dunque dei ricavi. «Inizialmente ci ha preoccupato il blocco della catena di fornitura, temevamo il fermo ai produttori di imballaggi nelle eventuali zone rosse — dice Zefferino Monini —. Poi i decreti del governo sono andati nella direzione giusta, non bloccando questa parte della filiera. Ora il problema è un altro, il meccanismo speculativo che è scattato sulle consegne.
Per portare l’olio in Paesi come Svezia, Danimarca, Polonia, Germania i trasportatori ci chiedono anche il 150% più di prima. Di solito i tir vengono in Italia dal Nord Europa già carichi, poi scaricano e tornano indietro con il nostro prodotto. Ora però che le imprese qui sono chiuse hanno poco da consegnare e alzano i prezzi. Noi paghiamo, taglieremo altri costi». Gli eventi, per esempio. «Stiamo ripensando alla nostra partecipazione a Cibus, spostato in autunno», dice Maria Flora. E l’impennata dei costi di trasporto «non inciderà sui prezzi al dettaglio, ma sui nostri ricavi», dicono i fratelli Monini. Quanto alla vicenda delle olive, «se ne sono prodotte molte e da ottobre a gennaio il prezzo all’origine è sceso del 40% da 5 a 3 euro al chilo», dice il ceo.
Così la Monini, che produce 30 milioni di litri di olio l’anno di cui 27 di extravergine, ha chiuso il 2019 con ricavi in calo del 10% circa a 135 milioni dichiarati dai 151 (Monini spa) del 2018 con il 43% di export, però: «Prima la Svizzera, poi Russia e Polonia, un poco gli Usa, molto poco la Cina»). In compenso l’utile netto è dichiarato in aumento del 50% a 10,6 milioni, con un margine operativo lordo pari all’11% dei ricavi. «È il primo anno così bello per i conti di Monini, in un settore asimmetrico sui risultati e rischioso perché molto legato alla materia prima—dice Maria Flora —: bisogna saper fare 0 non fare gli acquisti opportuni».
E Zefferino: «Siamo a zero indebitamento, lavoriamo con i soldi dell’azienda. Non sentiamo il bisogno di aprire a terzi. Siamo una famiglia attenta alle spese». Per quest’anno nessuno si azzarda a fare previsioni, è probabile però che i ricavi alla fine risentano della difficoltà economica di molte famiglie. «Ci sarà a raggiera una compressione della spesa quotidiana —dice l’imprenditore —. Difficile una ripartenza del mercato prima di agosto».
I figli
Guidata dalla terza generazione e impegnata sulla sostenibilità, 138 dipendenti («Una cinquantina negli anni ‘80») e due stabilimenti (l’altro è sul Gargano), la Monini è una delle poche aziende familiari dell’olio rimaste italiane. Il primato si è spostato sulla Spagna. Basti pensare alla Deoleo di Madrid (azionista Cvc), leader mondiale che ha Bertoni, Carapelli e Sasso, 0 alla lucchese Salov con i marchi Sagra e Berio venduta alla cinese Bright Food.
Chiaro, le nuove proprietà possono investire e rilanciare. Ma si è sbagliato qualcosa come sistema Paese? Andavano spinte aggregazioni che non ci sono state? «Le colpe le abbiamo un po’ tutti, anche noi industriali e commercianti che potevamo lanciare l’allarme in anticipo» dice Zefferino Monini. E indica una via d’uscita, proprio quella spagnola. «Lì le grosse cooperative hanno aggregato i produttori e lavorato sulla ricerca con le università. Pensiamo anche per l’Italia a un modello di coltura intensiva ed efficiente che si possa integrare con l’olio tradizionale».
Significa affiancare agli ulivi consueti, insufficienti a coprire il consumo nazionale (solo il 20% delle olive di Monini viene dall’Italia), le nuove piantagioni a barriera 0 a siepe, tipo vite, irrigate, per esempio, con impianti a goccia che evitano lo spreco d’acqua: Un calo di qualità? «No, si può avere uno standard qualitativo medio-alto», dice Monini, che propone anche di spingere perché finalmente si concretizzi il progetto del Consorzio per l’olio extravergine di alta qualità italiano.
Sarà un compito delle nuove generazioni, in ogni caso, così come quello di aprire in futuro, semmai, alla Borsa. Cinque i giovani Monini: Carolina (32 anni) e Tommaso (26), figli di Maria Flora; Giuseppe (31), Maria Sole (28) e Maria Eugenia (26), figli di Zefferino. Tommaso, Maria Sole e Giuseppe lavorano già in azienda: il primo su campagne e produzione; la seconda sull’export; il terzo «mi sta aiutando nell’assaggio, ha una notevole predisposizione», dice Zefferino Monini. E gli altri due? «Li aspettiamo entrambi».
di Alessandra Puato