Ha detto che sarebbe andato quest’anno con il suo esercito di cioccolato (e di gelato) alla conquista dell’Oriente e ci è andato. Quel che non aveva detto è che, il grande balzo in avanti, lo avrebbe fatto con la formula full digitai: la digitalizzazione aziendale completa. Il primo dicembre Daniele Ferrero, principale azionista e amministratore delegato, ha aperto un negozio a Taiwan e un altro a Hong Kong. «Tutto fatto in remoto», dice. Ne sono in programma entro gennaio altri quattro: il 16 dicembre a Tokyo (il quarto in Giappone), i rimanenti in Cina. Cioè il 20 dicembre a Suzhou e Guangzhou, a inizio anno a Foshan. Seguirà New York, quindi Wuhan (che slitta così all’anno prossimo, ma è confermata).

«La Cina è esplosa, per l’industria aumentare italiana è un’occasione eccezionale, chi non la coglie è un pazzo», dice Ferrero. Il mezzo per farcela è la riconversione digitale completa. «Significa tenere tutta l’azienda sul palmo di una mano — dice Ferrero—. La digitalizzazione vera dell’industria 4.0 è quella che rende l’impresa semplice e, soprattutto, istantanea. Più sei snello e veloce meglio puoi reagire ai cambi repentini come il Covid».

II ciclo
È un cambiamento che investe l’impresa nella struttura. Digitale non solo nell’ecommerce quindi, ma anche negli ordini, nella produzione, nella distribuzione, nel marketing, in ogni parte del ciclo. Se un giorno cala la domanda, mettiamo, in Italia (come è accaduto con il Covid), immediatamente si comincia a produrre per un mercato che invece assorbe, come l’Oriente oggi, appunto. L’industria digitalizzata si traduce in un sistema di vasi comunicanti, è l’evoluzione siderale del just in time. Perché tutto è collegato e in comunicazione costante. In concreto, per Venchi è stata costruita una piattaforma digitale integrata dove gira tutto, «dalla cassa digitale del negozio di Shanghai allo stabilimento piemontese di trasformazione delle nocciole».

Così ogni cosa è subito venduta in tutto il mondo, su canale digitale o fisico. Su digitale e infrastrutture Venchi dichiara di avere investito 12 milioni all’anno dal 2017. Conferma la cifra per il 2021, dopo un aumento di capitale da circa 6 milioni chiuso quest’anno. «Nel cuneese abbiamo rifatto le linee in piena pandemia—dice l’imprenditore —. Abbiamo deciso di accelerare sul digitale a febbraio, quando abbiamo visto l’ondata del Covid che arrivava. Con Cap Gemini e Microsoft abbiamo iniziato un programma che si concluderà il 30 aprile prossimo».

Il problema, di Venchi ma anche di tante altre imprese italiane, è che in passato la digitalizzazione è stata presa sottogamba: «L’abbiamo sempre fatta nei ritagli di tempo, ritenuta secondaria rispetto a un nuovo prodotto o negozio. Abbiamo sbagliato. Ora in cinque mesi di Covid abbiamo avuto cinque anni di progresso digitale». Perché, dice Ferrero (primo azionista di Venchi con il 22,79%, altri soci Pietro Boroli al 10,52%, Niccolò Cangioli al 19,3%, Giovanni Battista Mantelli al i2%)«questa crisi sistemica e devastante ha accelerato i processi. La nostra azienda, che era già rivolta all’Asia e aveva già iniziato la digitalizzazione, è avanzata di tre-quattro anni. Abbiamo colto durante la crisi due opportunità: geografica e di processo».

La lezione
La lezione che l’imprenditore ricava da tutto ciò è chiara: «Il continente asiatico, la Cina ma non solo, rimane per le aziende alimentari italiane un grande spazio bianco. Bisogna occuparlo prima che lo faccia qualcun altro». Quanto alla digitalizzazione dei processi aziendali, «penso che il governo abbia introdotto misure importanti», dice Ferrero. Che vede tre punti positivi nella bozza della legge di Bilancio 2021: «Uno, ha rafforzato il programma Transizione 4.0 con il credito d’imposta per investimenti e beni strumentali; due, l’ha esteso per la formazione del personale 4.0; tre, ha reintrodotto la decontribuzione per chi assume i giovani, una misura che aveva già funzionato in passato».

È di due anni fa la joint venture di Venchi con la giapponese Mitsui. Il gruppo avrà ora più negozi e corner: oltre che in Giappone (4), anche in Cina (è lì da 12 anni, 32 punti vendita), a Taiwan (uno), in Indonesia (uno), a Seul (uno) e a Singapore (tre). «L’anno prossimo — dice Ferrero — sono previste altre 20 aperture, anche in Europa, ma è l’Asia che diventa il continente più importante per noi con 42 punti vendita su un totale che sarà di 140». Con «adattamento zero» per il gusto, perché «dev’essere tutto italiano», ma alto per iniziative locali, come il Capodanno cinese. La rete Venchi oggi conta anche 62 punti vendita in Europa (46 in Italia) e 13 negli Usa.

È di un anno fa il lancio dell’app in Italia, di due mesi fa a Londra: «Su quella italiana transita il 20% del fatturato retail del Paese—dice Ferrero —. Abbiamo 10 mila iscritti, per l’8o% attivi, e 350 mila iscritti al sito». È previsto Tanno prossimo il lancio dell’app a New York e Hong Kong, nonché la riduzione del peso dell’Italia dal 65% al 50% del fatturato. L’obiettivo è chiudere il 2021 «con 120 milioni di ricavi, ritorno all’utile e un margine lordo del 24%», dopo un 2020 definito «un dramma». I ricavi oggi sono attesi a 65 milioni contro i 115 milioni a budget, e con una perdita: la prima della storia aziendale. Fortuna che c’è la Cina.

di Alessandra Puato


 (da L’Economia del Corriere della Sera del 14 dicembre 2020)


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