Sam non è il nome di un ragazzino vero. Ma neppure un nome di fantasia. Sam è uno dei protagonisti del Signore degli Anelli, il famoso libro di Tolkien diventato film cult. È il compagno fedele limpido e tenace di Frodo, il portatore dell’anello (da cui il titolo). Quando è stato il momento di dare un nome al loro centro per minori sembra che le suore di Carità dell’Assunzione non abbiano avuto dubbi e abbiano scelto Casa di Sam: «Perfetto, il più appropriato», dicono loro. E così nell’ingresso della Casa – apri la porta e te lo vedi proprio davanti agli occhi – hanno piazzato nientemeno che un’immagine del film, con Sam e Frodo (sorridenti) in primo piano.
Compagni di viaggio
«La Compagnia dell’Anello è una banda scalcagnata, non si sono scelti, è il caso che li ha messi insieme, eppure funziona, diventano compagni di viaggio inseparabili, insostituibili», spiega suor Fulvia, direttrice della Casa. «La similitudine era chiara: anche da noi non si arriva di propria iniziativa, i minori sono tutti in carico ai Servizi Sociali, non si conoscono fra loro, raramente c’è entusiasmo iniziale. Anche qui, però, con le ovvie diversità, il gruppo diventa strumento di crescita potente, e i ragazzi vanno avanti aiutandosi e sostenendosi reciprocamente».
Milano, zona Corvetto: la casa di Sam è in periferia, quasi al limite della città. Il bosco di Rogoredo, assurto alle cronache come zona ad altissima densità di spaccio, da qui è raggiungibile a piedi. Nel quartiere vivono molte famiglie, italiane e straniere, affaticate, a volte troppo prese da una quotidianità precaria per riuscire a seguire i figli. Genitori che costretti a mettere insieme diversi lavori e così iniziano a lavorare al mattino prestissimo e non tornano a casa fino a sera inoltrata. Non è infrequente che alcuni scivolino, per fragilità, nell’alcol o si rifugino nella droga.
Fuori dal deserto
Le suore hanno costruito la Casa (la parola tecnica, usata dall’istituzione pubblica che è convenzionata con la struttura, sarebbe centro diurno, ma svilisce il progetto) per accogliere i ragazzini dopo la scuola e allontanarli così da bande, tentazioni, deserto casalingo. All’ora di pranzo sono circa una quarantina: la cuoca scola gli spaghetti e mangiano (rumorosamente) tutti insieme. Una decina arriva più tardi, gli ultimi sono gli studenti delle superiori. In tutto oltre sessanta ragazzi, di età compresa fra gli u e i 17 anni. La maggior parte abita in zona, ma non sono pochi quelli che anche dopo essersi trasferiti con la
famiglia in punti distanti della città continuano a frequentare, nonostante la lontananza. Insieme con suor Fulvia ci sono suor Cristina, direttrice della cooperativa Martinengo (per questo sono note come le «suore di Martinengo») che ha promosso il progetto, più sette educatori, cinque volontari e una dozzina di universitari che vengono a dare una mano con lo studio. «Nella Casa si vive come in una casa normale, solo di formato extralarge», chiarisce suor Fulvia.
Una giornata tipo
E spiega cosa intende per casa normale: «I ragazzi entrano, gettano gli zaini e si rilassano prima del pranzo. C’è un tempo per chiacchiere, gioco, musica, e uno per i compiti. Se i ragazzi hanno impegni pomeridiani li accompagniamo, e siamo presenti per visite mediche e attività extracurriculari».
Attenzione però: non c’è sostituzione. La Casa aiuta l’intero nucleo familiare senza perdere mai di vista il minore ma anche con l’obiettivo di rafforzare la genitorialità e il raggiungimento dell’autonomia. «Il dialogo con le mamme e i papà – conclude suor Fulvia – è continuo, anche nelle situazioni più complesse il nostro ruolo con i ragazzi è riconosciuto come fondamentale per la loro crescita. Alla fine, siamo tutti insieme dentro la Compagnia dell’Anello».
di Marta Ghezzi
(da BuoneNotizie – L’impresa del bene – Corriere della Sera del 5 febbraio 2019)