A soli tre anni dalla storica conclusione (dicembre 2015) e a due dall’effettiva entrata in vigore (4 novembre 2016) in che condizioni di salute versa l’accordo di Parigi sul clima? Incerte, e tendenti al peggioramento, verrebbe da dire, anche se non è di certo la prima volta che ci si interroga sul suo stato e sulla sua capacità di raggiungere l’obiettivo che 197 Paesi – a tutt’oggi – si sono dati: limitare l’innalzamento delle temperature del pianeta «well below two degrees above pre-industrial levels», ovvero ben sotto i due gradi, cioè possibilmente a quota 1,5 gradi prima della fine del secolo.
Il primo, vero, duro colpo all’accordo, come si ricorda, è arrivato quasi subito con il ritiro degli Stati Uniti, una decisione presa da Donald Trump a metà 2017. Parigi, ha detto il presidente Usa, costerebbe all’America (secondo «emettitore» mondiale di CO2 dopo la Cina) migliaia di miliardi di dollari e distruggerebbe posti di lavoro creando guai seri all’industria manifatturiera. Più di recente altri Paesi firmatari hanno minacciato inversioni di rotta. L’Australia del governo conservatore di Scott Morrison, ad esempio, ha messo in chiaro di ritenere non vincolanti gli impegni dal precedente esecutivo (ridurre le emissioni del 26-28% entro il 2030).
Serve ricordare che l’Australia è al quarto posto nel mondo per riserve di carbone e ne è il secondo esportatore mondiale. Anche il Brasile, in caso di vittoria del candidato presidente della destra Jair Bolsonaro (il secondo turno delle elezioni che lo vedono in testa è il 28 ottobre), potrebbe seguire la stessa rotta degli Stati Uniti. Il Paese sudamericano, oltre ad essere capofila del gruppo dei developing countries, ospita la più grande foresta pluviale del mondo, l’Amazzonia, asset ambientale e polmone del pianeta perennemente a rischio.
A rendere ancora più complesso il quadro generale è poi arrivato qualche giorno fa il rapporto intermedio dell’Ipcc, l’organismo scientifico delle Nazioni Unite che era stato incaricato subito dopo Parigi di studiare lo scenario più ambizioso, quello relativo all’incremento di temperatura di un grado e mezzo invece che due. Un mezzo grado che fa un’enorme differenza, se si guarda ai risultati esposti più in dettaglio nel grafico di queste pagine. Un mezzo grado che per il sentire comune è pochissimo ma che consentirebbe invece di limitare gli sconvolgimenti che si profilano a quota due gradi, o più. Si badi bene: inondazioni, innalzamento di livello dei mari e devastazioni costiere, scioglimento dei ghiacci artici, ondate di caldo, siccità, perdita di specie animali e vegetali, sostanziale scomparsa delle barriere coralline, sono tutti fenomeni che non scomparirebbero.
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Continua la lettura dell’ inchiesta di Stefano Angeli sul Corriere Innovazione del 26 ottobre 2018
(foto: osservatorioecomedia.it)