Proponiamo idee e soluzioni volte a sostenere la competitività e la reputazione dei nostri clienti, integrando i principi della sostenibilità nelle strategie di business”. Questo è l’approccio dichiarato alla sostenibilità di EY, il network mondiale che offre servizi di consulenza direzionale, fiscalità, revisione contabile e transaction.
Approfondiamo l’argomento con Rossella Zunino, Italy Sustainability for Financial Services Leader di EY.
In questo periodo sempre più spesso si legge e si sente parlare di finanza sostenibile. Come si può raccontare il percorso della finanza verso la sostenibilità? Quali passi sono accaduti e hanno favorito lo sviluppo verso questa direzione?
«I primi grandi passi per la definizione di un quadro globale sulla Finanza sostenibile sono stati compiuti nel 2015: con la COP21 e l’Enciclica “Laudato si'”, la Sostenibilità è stata protagonista di una costante accelerazione e la finanza si è progressivamente evoluta, passando da un ruolo secondario all’inseguimento dei mercati, a quello di co-protagonista e motore fondamentale del cambiamento. In un momento in cui tutte le energie sono protese al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, anche la finanza è chiamata a fare la sua parte. In questo panorama, la presentazione, nel 2018, dell’Action Plan on Sustainable Finance della Commissione Europea ha rappresentato una tappa fondamentale: il piano mira a fornire un quadro normativo per sostenere e promuovere investimenti sostenibili nell’Unione, in linea con gli impegni globali in materia di contrasto al cambiamento climatico e di integrazione della sostenibilità nel business di tutti gli operatori del settore.
Dall’Action Plan, gli Stati membri e gli Enti di regolamentazione si sono mobilitati per elaborare un pacchetto legislativo, che potremmo definire multidimensionale: una di queste dimensioni è l’adozione di un linguaggio comune, ossia di una Tassonomia della finanza sostenibile. La tassonomia per ora è focalizzata sull’ambiente e ha l’obiettivo di fornire agli attori finanziari dei criteri per inquadrare le attività economiche che soddisfano obiettivi di riduzione del cambiamento climatico e di mitigazione: la finalità è quella di permettere agli investitori di valutare, su una base comune, che cosa si intende per sostenibilità dei progetti e delle attività oggetto degli investimenti. Rimangono, tuttavia, ancora molti aspetti da approfondire e chiarire prima che la Tassonomia sia effettivamente rappresentativa delle diverse realtà economiche, contempli anche gli aspetti “sociali” e sia condivisa da tutti i player di mercato.
Nel corso degli ultimi mesi, inoltre, pressoché tutti i servizi finanziari sono stati interessati da nuovi progetti di regolamentazione: con attenzione al mondo dell’asset management, ad esempio, è stato recentemente approvato un Regolamento sull’informativa in materia di prodotti sostenibili e i rischi in materia di sostenibilità. Questo Regolamento mira ad amplificare l’integrazione dei fattori ambientali, sociali e di buona governance (ESG), nei processi decisionali di investimento e riguarda tanto i fondi di investimento, quanto i prodotti assicurativi e i fondi pensione. Una disposizione, in particolare, richiede di valutare in che misura i rischi di sostenibilità avranno un impatto sul rendimento dei singoli prodotti finanziari. Altre normative in cantiere riguardano l’adozione di low carbon indexes per misurare la performance dei portafogli di investimento o di label di sostenibilità per fondi di investimento, o ancora il lancio di uno standard europeo per i green bond: sono solo alcune delle norme su cui tutti gli attori dovranno presto confrontarsi e che avranno un grande impatto sul sistema finanziario».
Ci può raccontare i passi salienti nel suo percorso professionale che più l’hanno sollecitata ad approfondire il cammino verso la CSR e che si riflettono nella sua esperienza attuale?
«Oggi sono responsabile per l’Italia della Consulenza e della Revisione nell’ambito Climate Change and Sustainability Service nel settore finanziario di EY, e, nella Firm, sono referente del nostro Paese per la finanza sostenibile a livello internazionale. Prima di esaminare più da vicino l’esperienza attuale mi preme ricordare un percorso professionale cui sono molto legata. Fin dal tempi dell’Università sono stata attratta dai temi legati alla Sostenibilità, anche se di questa parola non se ne faceva l’uso che se ne fa oggi. Si parlava di etica e poi di responsabilità sociale d’impresa, legata allora per lo più all’interesse connesso alle azioni verso i dipendenti e i clienti, alla comunicazione e ai sistemi di gestione certificagli ai sensi delle norme ISO. I temi ambientali, quelli legati a salute, energia e sicurezza, che erano presenti già nelle prime esperienze professionali, oggi sono diventati cogenti; mi occupo di Sostenibilità da più di 20 anni e ho visto “esplodere” l’interesse per questo settore in questi ultimi anni.
L’interesse approfondito nel tempo in aziende come Webegg, Value Partners e RGA, sempre con un coinvolgimento orientato allo sviluppo di qualcosa di nuovo, mi ha portato a essere inserita in EY con il compito di incrementare il team che si occupava, soprattutto ma non solo, di reporting di sostenibilità in diversi campi di attività. Nel 2016 EY mi ha proposto di occuparmi esclusivamente di questo settore avviando l’area della consulenza dedicata a Banche, Fondazioni, Assicurazioni e Fondi. Attualmente la Sostenibilità continua a essere nel cuore della mia attività giornaliera, dove comunque la mia esperienza nel settore industriale si sta dimostrando determinante. Nel settore industriale e finanziario vanno esaminati e considerati tutti i fattori che afferiscono alle problematiche dello sviluppo – sia in termini di processo per migliorare la competitività e la redditività, anche a lungo termine – sia nel proporre strategie e nei progetti di finanza sostenibile, con l’obiettivo di minimizzare gli impatti indiretti negativi delle Istituzioni finanziarie e dei loro clienti.
Ho contribuito, tra l’altro, alla stesura delle Linee Guida “Reporting delle Società Benefit”, e svolgo docenza al Master di Finanza Sostenibile in ALTIS della Università Cattolica. È una storia, la mia, molto esaltante, guidata dalla passione e dalla continua osservazione dei fenomeni di cambiamento, e oggi lo è ancora di più proprio per l’attualità del temi che devo affrontare, che sono il naturale proseguimento di una intuizione che ho seguito con molta attenzione e tenacia».
Che cosa ritiene necessario, dal suo punto di vista, perché avvenga un cambiamento più sostenuto verso la sostenibilità del mondo economico e finanziario? Di cosa c’è più bisogno?
Quali sono gli ostacoli più visibili? Si tratta di superare una mentalità ancorata a vecchi schemi o c’è qualcosa d’altro?
«L’investimento cosiddetto “responsabile” è quello che integra i criteri ESG nell’analisi economico-finanziaria: il concetto di integrazione è fondamentale per supportare la transizione a una finanza sostenibile. Non si tratta infatti di criteri aggiuntivi o complementari rispetto a quelli economici, ma di elementi che entrano nel processo decisionale e condizionano il comportamento stesso dell’investitore. Solo questo approccio inclusivo potrà consentire al sistema finanziario di darsi nuove regole e indirizzare i capitali verso uno sviluppo che abbia le caratteristiche della sostenibilità. Altro aspetto fondamentale, perché si raggiunga un cambiamento più sostenuto, è l’avvicinamento degli investitori e degli operatori del settore, incrementando l’educazione finanziaria: la formazione degli addetti ai lavori consente infatti di creare consapevolezza sull’importanza dell’investire a medio e lungo termine, a favore di una finanza non speculativa, con capitali pazienti che supportino l’economia reale. Per ridurre lo scetticismo di una mentalità bancaria “vecchio stile”, iniziative come il Green New Deal devono essere utilizzate nel nostro Paese per sviluppare la consapevolezza che questa rivoluzione, di cui siamo protagonisti, non può essere a costo zero: il settore finanziario, e in particolare quello del credito, deve giocare un ruolo fondamentale nella trasformazione dell’economia a ridotto uso delle energie fossili, contribuendo a gestire il periodo di transizione».
Nella sua storia professionale quali fatti per lei sono stati decisivi per verificare una vera trasformazione del mondo finanziario verso la sostenibilità? Che ruolo riveste, secondo lei, la DNF oggi? È un passo sufficiente o vede la necessità di altro?
«Il 2015 e il 2018 segnano due importanti momenti per la finanza sostenibile. L’accordo di Parigi traccia la rotta dalle politiche odierne verso la carbon neutrality: è il primo accordo universale firmato da 195 Paesi, giuridicamente vincolante, sul clima mondiale, che definisce un piano d’azione per limitare il riscaldamento al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali come obiettivo a lungo termine. I Paesi adottano l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Sostenibile, che contiene 17 Obiettivi, dalla povertà, alla fame, il clima e il lavoro, le pari opportunità, l’innovazione infrastrutturale, l’istruzione, la salute, la protezione ambientale e la pace, da raggiungere entro il 2030.
Quasi in contemporanea, il Legislatore europeo chiede alle grandi aziende di rendicontare quanto mettono in atto su questi temi con l’importante strumento della DNF – Dichiarazione non finanziaria, che restituisce, però, un quadro non convincente da molti punti di vista, solidità e omogeneità dei dati e delle informazioni, ad esempio. Quindi, la Commissione Europea nel 2018 decide di dare una svolta con un Piano che segna la vera spinta per tutte le Autorità regolamentari, quali ESMA, EBA, EIOPA, EFRAG, a incidere sul settore finanziario, vero motore del cambiamento per l’economia reale, con la richiesta di azioni concrete.
La ricaduta, che vedremo da qui ai prossimi 5 anni, sarà su vari fronti, ma, finalmente e soprattutto, influenzerà le strategie e i processi di business: dalla raccolta di capitali, con investimenti ed emissione di bond, alla concessione del credito e finanziamenti per linee preferenziali, alla gestione del loro patrimonio mobiliare e immobiliare guidata, non solo dagli aspetti finanziari, nella consapevolezza che la sostenibilità è una variabile intrinseca di questi ultimi.
L’impatto sarà determinante anche sugli Enti di controllo, che dovranno organizzarsi e attrezzarsi con strumenti e competenze, come stanno già iniziando a fare. Consob, ad esempio, il 20 febbraio scorso, nel determinare i parametri per l’individuazione delle DNF che sottoporrà alla sua vigilanza quest’anno, e al fine di contrastare possibili comportamenti di greenwashing, ha inserito un nuovo criterio, ossia la rilevanza dei fattori ESG nella raccolta di capitali svolta dalle Istituzioni finanziarie.
Può farci alcuni esempi che documentano percorsi di sostenibilità finanziaria particolarmente interessanti, utili magari per incoraggiare nuovi approcci?
«Esempi particolarmente virtuosi di finanza sostenibile sono costituiti oggi da progetti che prevedono una collaborazione multi-stakeholder, approccio che facilita l’identificazione di obiettivi quali-quantitativi e, contemporaneamente, favorisce l’engagement di tutti i portatori di interesse. Banche, assicurazioni, gestori del risparmio, asset owners e fondi pensioni sono sempre più chiamati a confrontarsi con soggetti nuovi, primi tra tutti le organizzazioni non governative, il Terzo settore, ma anche sindacati e associazioni di lavoratori. Importante anche il contributo che possono dare le Fondazioni bancarie nel mettere in connessione due mondi che spesso faticano a toccarsi, andando oltre alle strategie di grant tradizionali. Altre buone prassi in diffusione riguardano l’integrazione dei fattori ESG nel risk management: in linea con quanto richiesto da alcune importanti iniziative internazionali, prima tra tutte la Task Force on Climate-Related Financial Disclosures, istituita dal Financial Stability Board, alcuni attori del settore stanno procedendo a una mappatura sistematica dei rischi di sostenibilità, creando strette collaborazioni tra diverse funzioni aziendali al fine di valutare gli impatti, in termini economici, normativi e reputazionali, dei rischi di Sostenibilità e di definire strumenti sempre più efficaci per il presidio e il controllo dei rischi ESG.
Per quanto riguarda il mondo dell’asset management, invece, si attesta una progressiva diffusione di strategie di selezione degli investimenti sempre più efficaci: da semplici exclusion strategies, volte, ad esempio, all’esclusione dagli investimenti in settori controversi, come armi o combustibili fossili, si sta passando progressivamente a strategie di screening e di engagement: investire in imprese, fondi e organizzazioni che abbiano il preciso obiettivo di generare, oltre al rendimento economico, un impatto positivo sociale e/o ambientale, come, ad esempio, in prodotti che investono in energia rinnovabile o edilizia sostenibile.
Gli “investimenti socialmente responsabili” hanno dimostrato un importante aspetto di protezione del risparmiatore, poiché le strategie con cui i prodotti finanziari vengono progettati permettono di individuare quei rischi che, solitamente, non sono intercettati dalla sola analisi finanziaria. È ormai accertato che politiche di questo tipo consentono di ottenere performance finanziarie mediamente migliori: investire in prodotti sostenibili è meno rischioso, senza rinunciare ai rendimenti, contribuendo a un mondo socialmente più equo e virtuoso e che tenga maggiormente in considerazione la tutela dell’ambiente. Le stesse strategie possono essere adottate anche nei processi di valutazione del merito creditizio da parte delle banche e la spinta in questa direzione da parte delle Autorità è fortissima: ESMA ed EBA, in particolare, hanno emesso recentemente, le “Linee guida per le agenzie di rating sui fattori ESG” e le “Linee guida per l’erogazione di finanziamenti e il credito sostenibile”».
a cura di Bruno Calchera
(da CSRoggi Magazine, anno 5, n.1, Febbraio/Marzo 2020, pag. 14)