Questo periodo di duro isolamento e distanziamento «sociale» induce in un ottantenne, prelibata preda del virus, alcune riflessioni che vorrei condividere con Buone Notizie. Con Buone Notizie perché è una casa di cui certi discorsi rappresentano il Dna, perché è un luogo dove molte inusuali sensibilità sono la trama dell’azione quotidiana, perché è una fucina di cultura che non ripudia il nuovo, ma sa che in ogni attività vi sono cuori antichi, persone, affetti, abitudini, valori preziosi da non trascurare.
Allora, e mi scuso per queste affermazioni tutt’altro che originali, allora – dicevo – la pandemia non può non rappresentare un «altolà» a quella che era divenuta, per dirla con i greci, una hybris senza limiti, una eccessiva arroganza dell’uomo. Si pensi ai dibattiti sull’intelligenza artificiale. L’uomo che in sostanza ruba lavoro a se stesso con i robot, l’uomo che cura e guarisce con gli algoritmi, l’uomo che si interroga come spendere una vita sempre più lunga «liberata» dal lavoro e da tante incombenze, l sogni ricorrenti di una umanità accecata dal mito delle «sorti meravigliose e progressive» che già attirava lo scetticismo di Leopardi.
E le sorti «meravigliose e progressive» si son chiamate volta a volta, per citarne solo alcune, deregulation, globalizzazione, tecnologia che tutto risolve, intelligenza artificiale sempre più sofisticata. Sembrano vicine le prospettive immaginate da tanti racconti di fantascienza in cui l’uomo è macchina potentissima, senza confini e limiti, alla conquista assoluta dell’universo e della natura. Ma i racconti di fantascienza sono anche di un altro tipo: narravano i mostruosi e misteriosi mali, gli imprevisti nemici che mettevano in ginocchio l’umanità rampante. Anche questa fantascienza intuiva il vero, oggi vien da dire. L’esperienza, dapprima della crisi finanziaria, ora della pandemia, certo dimostra che comunque non vi sono percorsi lineari di progresso.
Le cosiddette crisi dei più vari tipi sono sempre possibili, come la storia insegna, e la crisi quale che essa sia genera e aumenta diseguaglianze, isolamento, povertà tanto più dure se inaspettate in società che ignorano troppo i punti deboli e vulnerabili di se stesse. Occorre che la società strutturalmente contenga una rete protettiva contro i rischi ricorrenti di crisi. E la rete protettiva non può che essere affidata a modi di convivenza, assistenza, produzione, basati su forti pilastri di solidarietà, di responsabilità individuale e collettiva, di obiettivi meno sensibili (profitto) ai punti sui quali puntualmente le crisi mordono. Ciò vale per la stessa tenuta del lavoro e del suo finanziamento. Una società, insomma, che disponga strutturalmente, permanentemente, di diversi modi di convivere, di assistere, di produrre, modi che sprigionino capacità e volontà di resilienza.
Si parla, forse non a ragione, ma con indubbia efficacia, di tempi di guerra. Ecco, allora occorre dotare la società di rifugi, di zone offshore dotate di una propria, diversa sostenibilità. Ed è questo, credo, il campo d’azione di quel mondo che definiamo Terzo settore. Un settore troppo spesso visto dal pensiero dominante dei Paesi cosiddetti avanzati, da chi crede di cavalcare la modernità, al più con la tolleranza e bonomia con cui si guarda alle «opere di bene». Un atteggiamento (al più) di comprensione morale, cui è sottesa tuttavia la convinzione dell’illusorietà, dell’utopia, del volontarismo, dell’inefficienza. Un esame di coscienza, una forte riflessione da parte dei molti che, alteri, credono di dominare la modernità, che conoscono la parola «innovazione» a senso unico, si impone.
di Piergaetano Marchetti
presidente Fondazione Corriere della Sera