Con l’avvio del Registro Unico del Terzo settore, gestito dal Ministero del Welfare in collaborazione con le Regioni, nel 2023 per gli enti di Terzo settore si apre finalmente uno scenario di chiarezza utile per accelerare il comune cammino verso la sostenibilità.

Il 2023 per il Terzo settore potrebbe essere finalmente l’anno della compiuta attivazione della Riforma iniziata nel 2016 con l’approvazione della legge delega n° 106. Potrebbe, perché uno degli ultimi tasselli mancante, ma fondamentale, è l’autorizzazione dei regimi fiscali da parte della Commissione europea: da alcuni mesi, infatti, sono in corso interlocuzioni da parte del Ministero del lavoro e delle politiche sociali con i funzionari dell’UE e tale autorizzazione entro l’anno permetterebbe l’applicazione dei nuovi regimi dal 1° gennaio 2024.
Quindi grande attesa e speranza per tutti quegli enti del privato sociale, che per propria natura e missione sono profondamente vocati ai criteri ESG (Environmental, Social and Governance).
Enti che hanno un sistema norma- to e controllato di Governance, impegnati in almeno una delle 26 attività di interesse generale previste dall’articolo 5 del Codice del Terzo settore (D.Lgs 117/17), tra le quali, solo per citarne alcune, troviamo sociale, educativa, sanitaria, formativa, culturale, ambientale, turistica, tutela animali, diritti umani, pro loco, bande, beni culturali e sport.

Parliamo di quella parte dell’economia che non è composta dal settore pubblico o dal settore privato, ma che trova la propria “casa” nel recentemente costituito RUNTS (Registro Unico del Terzo settore) gestito dal Ministero del Welfare in collaborazione con le Regioni. Nero su bianco, al 31 gennaio 2023, il Registro conta già 91.346 Enti iscritti, di cui circa il 30% Organizzazioni di Volontariato, il 40% Associazioni di Promozione Sociale, il 25% Cooperative Sociali, il 2% Imprese Sociali e circa il 3% rappresentato da Altri Enti di Terzo Settore, affiancati dalle ancora pochissime Società di Mutuo Soccorso ed Enti Filantropici.

A tutti questi, sempre al 31 gennaio 2023, vanno aggiunti 16.730 Enti con richiesta pendente per necessarie integrazioni o rettifica allo statuto e 12.402 Onlus che dovranno scegliere come iscriversi al RUNTS a valle della citata autorizzazione della Commissione Europea, oltre ad altri enti che, recentemente costituiti, hanno fatto domanda di iscrizione da poche settimane.

In totale si prevede che a regime faranno parte del cosiddetto Terzo settore circa 120/140mila enti, tutte realtà che desiderano avere una rilevanza pubblica e quindi, iscrivendosi al RUNTS, da un lato dovranno garantire criteri di democraticità, trasparenza e correttezza formale e dall’altro potranno aspirare a ottenere 5×1000, donazioni con detrazioni fiscali, partecipare a co-programmazioni, co-progetta- zioni, accreditamenti, convenzioni con la Pubblica Amministrazione, concessioni e comodati di immobili pubblici e vantaggi fiscali (in attesa del parere dell’UE).

In questi 120/140mila enti, oltre alla varietà giuridica e di tipologia di attività di intervento, vi è anche una grande diversità dimensionale, sia economica (da poche migliaia di euro e decine di milioni di euro di volume economico annuale), sia di quantità di personale volontario e/o retribuito impiegato. Questa diversità non è equamente distribuita tra Sud, Centro e Nord Italia. Infatti, in genere risalendo verso Nord aumentano le dimensioni economiche e di personale retribuito, mentre resta sostanzialmente stabile il personale volontario.

Un’inclinazione naturale
Sono organizzazioni che si occupano molto concretamente di servizi, di advocacy o di cittadinanza attiva, sono molto centrate sul compito, pochissimo capitalizzate e purtroppo ancora poco interessate a rendicontare i risultati raggiunti (il Bilancio sociale è obbligatorio solo per gli ETS oltre 1 milione di volume economico annuale, per noi CSV e per le Imprese Sociali).

Hanno tutto sommato, quindi, “un’inclinazione naturale” al porre attenzione ai criteri ESG (ambientali, sociali e di governo). Magari non sempre con piena consapevolezza o non sempre ben articolata, ben attuata, ben guidata, ma certamente vi è in genere una diffusa attenzione di fondo a queste tematiche nelle rispettive basi sociali e tra le loro figure apicali. Parimenti evidente è l’attenzione delle loro compagini sociali e dei loro dirigenti a un’eticità di fondo condivisa, connaturata allo scopo sociale. Un “tratto caratteriale” che comporta, ad esempio, bassissime percentuali di crediti inesigibili, di sinistri assicurativi, di contenziosi fiscali, di fallimenti e reati in genere.

Queste realtà sono quindi i “naturali” soggetti partner per le Imprese che desiderano impegnarsi in attività di responsabilità sociale verso la sostenibilità dell’Agenda 2030. In questo bacino ristretto di Istituzioni non profit, le aziende potranno trovare ETS seri, controllati, trasparenti, democratici, con finalità non solo senza scopo di lucro, ma anche costitutivamente orientate alla sostenibilità.

Con questi enti si potranno costruire e condividere progetti locali, nazionali o internazionali vocati allo sviluppo delle comunità, fare donazioni fiscalmente deducibili, partecipare a Fondazioni e Imprese Sociali oltre che acquisire Titoli di solidarietà (social bond).

Insomma, con l’avvio del RUNTS nel 2023 si apre finalmente uno scenario di chiarezza utile per accelerare il comune cammino verso la sostenibilità. Perché se è vero, come ci dice il recentissimo studio “Seize the Change” di EY, che il 71% delle aziende non ha alcuna partnership con istituzioni locali ed enti del Terzo settore, l’80% non conduce assessment per identificare i bisogni sociali a livello locale e solo il 3% ha utilizzato strumenti di finanza sostenibile, c’è ancora tanto da fare assieme.

di Marco Pietripaoli
Direttore CSV Milano

(da CSRoggi Magazine – Anno 8 – n.1 – Febbraio 2023; pag. 62)

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