Lupo Solitario

 

 

 

C’è un modo veloce e sicuro per capire se un’azienda crede veramente nei principi della sostenibilità. È un sistema che può essere applicato a qualsiasi tipologia di impresa, dalla più grande, quella con centinaia o migliaia di dipendenti, alla più piccola, come il piccolo negozio a conduzione quasi famigliare.
Per comprendere la sincerità di chi sostiene di fare sostenibilità è sufficiente guardare come le persone vengono trattate nell’ambito aziendale.
Non stiamo parlando dei clienti, con quelli si può decidere di essere gentili e sensibili per questioni di opportunità, ma dei dipendenti, le persone che in quella realtà lavorano e trascorrono numerose ore della giornata al servizio dell’azienda.
Il termine “persone” non è usato a caso. Spesso, troppo spesso, i lavoratori quando esercitano le loro mansioni all’interno della realtà lavorativa vengono privati della loro personalità, ancora oggi, pur dopo decenni, anzi secoli di lotte per i diritti.

Spesso, troppo spesso, appena varcata la soglia del luogo di lavoro avviene qualcosa di imperscrutabile che fa sì che “umani” – che al di fuori di quelle mura hanno una loro vita, una loro personalità, famiglia, questioni da risolvere, gioie, dolori, emozioni, ecc. – diventino una piccola ruota di un ingranaggio che tutto divora e rende impersonale in nome della supposta produttività.
Ci sono molti modi per trattare “male” un dipendente, qualsiasi sia il suo livello professionale. Lo si può schiavizzare, chiedendo sforzi sovrumani protratti per tempi lunghissimi nell’arco della giornata, della settimana, dell’anno; lo si può mobbizzare, relegandolo a mansioni inadeguate alla sua preparazione; lo si può utilizzare per anni senza offrirgli la minima speranza di crescere all’interno dell’azienda; lo si può discriminare per questioni legate al sesso, alla religione, al colore della pelle, all’orientamento sessuale; lo si può pagare meno di quello che vale o in modo non adeguato rispetto allo sforzo profuso.

Lo si può, insomma, trattare come se non fosse una persona in carne e ossa, con un suo cuore e un suo cervello.
A poco vale elargire donazioni in giro per il mondo, organizzare iniziative benefiche, parlare di grandi impegni profusi per sostenere nobili cause, se poi all’interno dell’azienda chi la sostiene, la rappresenta e ogni giorno con il proprio sudore la tiene attiva, non viene considerato come dovrebbe.
Facile immaginare, a questo punto, i sorrisetti: «È il mondo del lavoro, bellezza…, se sei debole è ovvio che non avrai spazio. Il successo è di chi lo sa cogliere con volontà e determinazione».

Vero, forse. Ma non è una questione, questa, di “machismo”, di capacità di sopportazione, di abilità e intelligenza applicate alla dura lotta quotidiana. Troppo facile derubricarla in questo modo.
Qui si parla della cultura del rispetto per le persone, quella che troppo spesso manca nei luoghi di lavoro.

Nei bilanci sociali delle aziende, alla voce “dipendenti”, accanto ai benefit, alle iniziative, alle feste organizzate per i figli e ai panettoni regalati a Natale ci dovrebbe essere anche questa voce: “grado di rispetto per le persone”, un indicatore prezioso dell’essere davvero sostenibili. Perché ci si crede, non perché conviene.

(da CSRoggi Magazine, anno 6, n.2, Marzo/Aprile 2021, pag. 78)

 

 


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