Se la sostenibilità consiste nella capacità di soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri, la rigenerazione mira a creare un impatto positivo duraturo sugli ecosistemi, sulle persone e sulle comunità.

Enrico Foglia – Global Strategy Director presso BIP.Verco

Per oltre un secolo la teoria economica ha considerato la crescita come il principale in­dicatore di successo. Aumentare quote di mercato, massimizzare l’efficienza, ottimizzare il capitale e generare rendimenti sempre maggiori sono diventati gli obiet­tivi impliciti di gran parte delle organizzazioni moderne. Questo paradigma ha certamente pro­dotto prosperità, ma ha anche contribuito all’indebolimento di molti dei sistemi sociali, ambien­tali e relazionali da cui il business stesso dipende.

Oggi stiamo assistendo a un fenomeno che sempre più lea­der riconoscono: le organizzazio­ni possono crescere finanziariamente mentre il contesto che le sostiene si deteriora. Comunità frammentate, perdita di fiducia nelle istituzioni, crisi climatiche, catene del valore vulnerabili e cre­scente instabilità geopolitica stan­no rendendo evidente una realtà scomoda: nessuna azienda può prosperare a lungo in ecosistemi che stanno collassando. È in questo contesto che emer­ge il concetto di modello d’impre­sa rigenerativo.

Produrre business e sviluppo della comunità
La rigenerazione rappresenta molto più di una nuova evoluzio­ne della sostenibilità: ne amplia profondamente l’ambizione. Se la sostenibilità consiste nella capacità di soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddi­sfare i propri, la rigenerazione mira a creare un impatto positivo dura­turo sugli ecosistemi, sulle persone e sulle comunità.

Un’impresa rigenerativa è quindi un’impresa che produce business favorendo al contempo lo sviluppo della comunità. Tale sviluppo deve essere non estrattivo, ossia capace di lasciare sul territorio una quota significativa del valore economi­co, sociale e relazionale genera­to dall’attività d’impresa. Inoltre, il successo di questo processo si misura quando le dinamiche di svi­luppo diventano progressivamen­te autonome e autosostenibili, fino a non dipendere più dall’interven­to diretto del brand.

E proprio questa capacità di atti­vare ecosistemi resilienti e indipen­denti che distingue la rigenerazio­ne dalla tradizionale responsabilità sociale d’impresa o dalle iniziative filantropiche: l’obiettivo non è re­distribuire parte del valore creato, ma progettare modelli di business che rendano la generazione di va­lore per l’impresa e per la comu­nità un unico processo, capace di alimentarsi nel tempo.

L’analisi di alcune aziende che hanno già adottato un approc­cio rigenerativo evidenzia risultati molto interessanti: queste organiz­zazioni sembrano presentare una maggiore resilienza alle fluttuazioni del mercato, una superiore capaci­tà di attrarre e trattenere talenti, relazioni più solide e durature con i propri clienti e, nel medio-lungo periodo, livelli di redditività supe­riori rispetto ai concorrenti del me­desimo settore.

Crescita economica e rigenerazione degli ecosistemi
Recentemente ho intervistato Flavio Barbosa, uno dei fondatori di Natura Brasil – multinazionale della cosmetica nata a San Paolo Fondata nel 1969 – Natura è una delle principali aziende cosmeti­che al mondo e rappresenta uno degli esempi più avanzati di impre­sa rigenerativa. Flavio mi ha spiegato che l’azien­da ha costruito il proprio modello di business dimostrando che cre­scita economica e rigenerazione degli ecosistemi possono proce­dere di pari passo.

Uno degli elementi più innovati­vi del modello è l’lntegrated Profit and Loss (iP&L), uno strumento che misura e attribuisce un valore eco­nomico agli impatti dell’azienda sul capitale naturale, sociale, uma­no e prodotto. Attraverso questa metodologia. Natura valuta non solo i risultati finanziari, ma anche il valore creato o distrutto per la so­cietà e per gli ecosistemi, integran­do tali informazioni nei processi decisionali.

L’impatto di questa strategia rigenerativa è misurabile. Natura contribuisce alla conservazione di oltre due milioni di ettari di fore­sta, sostiene migliaia di famiglie amazzoniche, promuove l’inclusio­ne economica di donne e piccoli produttori e investe costantemen­te nell’innovazione di prodotti e packaging a basso impatto am­bientale.

Allo stesso tempo, questo ap­proccio genera importanti risulta­ti di business. Natura, infatti, pur avendo attraversato fasi alterne nel proprio percorso di crescita, rap­presenta un caso unico nel pano­rama internazionale: è l’unica mul­tinazionale del settore cosmetico nata nel Sud del mondo ad aver raggiunto una dimensione globa­le, riuscendo a competere con i principali colossi dell’industria del­la bellezza.

Una nuova teoria della competitività
Il caso Natura evidenzia come la rigenerazione non sia una sempli­ce evoluzione della sostenibilità, ma una nuova teoria della compe­titività. Una teoria secondo cui la prosperità aziendale e la prospe­rità del sistema non sono obiettivi contrapposti, ma due manifesta­zioni dello stesso fenomeno. Se questa prospettiva troverà ulteriore conferma empirica, il van­taggio competitivo del XXI secolo potrebbe non appartenere alle or­ganizzazioni capaci di estrarre più valore degli altri, ma a quelle capa­ci di rigenerarlo.

A partire dal caso Natura Brasil, insieme alla prof.ssa Laura Maria Ferri dell‘Università Cattolica del Sacro Cuore, abbiamo avviato un progetto di ricerca volto a indaga­re i modelli rigenerativi, analizzan­do in particolare la relazione tra profittabilità, competitività e capa­cità di provocare processi e mec­canismi di bene sociale. Se questa prospettiva troverà conferma em­pirica, sarà di ispirazione per speri­mentare nuovi modelli di business e identificare gli assetti strategici maggiormente efficaci nell’attivare (o riattivare) ecosistemi resilienti, solidi e in grado di svilupparsi se­condo una logica sistemica e col­laborativa.

(17 luglio 2026)
(foto: ©shutterstock)

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