Fabrizio Capobianco ha 48 anni, è nato a Sondrio, si è laureato in Ingegneria a Pavia e dal 1999 vive e lavora in Silicon Valley, la capitale californiana delle nuove tecnologie.

In questi vent’anni – lui che prima di emigrare, ancora studente universitario, aveva fondato “Internet Graffiti”, la prima agenzia web d’Italia – ne ha fatte davvero tante, di cose.

È diventato un mito tra gli startupper, in particolare per avere fondato nel 2003 Funambol, ha avuto riconoscimenti di ogni genere – compreso il Cavalierato della Repubblica da parte del Presidente Mattarella –, ha raccolto milioni di dollari in finanziamenti e ha creato aziende i cui prodotti software sono oggi utilizzati in tutto il mondo.

L’ultima sua creatura è TOK.tv, in questo momento il player che si occupa di sport più diffuso sui social network.

L’azienda che sta dietro al progetto TOK.tv ha una particolarità: non ha nessuna sede centrale e, di conseguenza, non ha nessun ufficio. Il quartier generale è la casa di Capobianco mentre i dipendenti sono sparsi un po’ ovunque, soprattutto in Italia.

TOK.tv ha sede negli Stati Uniti e dipendenti in Italia, perché questa scelta?

«Fin dal momento in cui ho fondato la mia prima azienda americana, mi sono reso conto che gli ingegneri con cui lavoravo in Silicon Valley non erano così bravi come quelli con cui avevo lavorato in Italia. Per questo Funambol è stata creata con un quartier generale in California e gli ingeneri sviluppatori, circa 70, tutti riuniti a Pavia. Nel 2010, con la creazione di TOK.tv ci siamo spinti anche oltre: gli sviluppatori sono tutti italiani, ma non sono riuniti in un unico contesto, ognuno di loro lavora dalla propria casa, dalla Sicilia, al nord Italia, passando per Roma. Il quartier generale, invece, è anche in questo caso la scrivania di casa mia».

Come si può gestire un’azienda con milioni di utenti e che ha i suoi dipendenti che vivono e lavorano a distanza di migliaia di chilometri gli uni dagli altri?

«La prima considerazione è che per costruire un prodotto software di qualità servono i migliori ingegneri in circolazione ma non è necessario che questi siano riuniti in un’unica sede. Abbiamo un software che ci tiene tutti in comunicazione e ogni tre mesi ci troviamo fisicamente, in genere in Italia, per fare il punto della situazione e tracciare la rotta delle attività che stiamo svolgendo. Affittiamo in genere un posto bellissimo, rilassante, e tra una mangiata e l’altra discutiamo delle nostre cose. Tutto ciò ha una componente di spirito di team molto positiva. Nella sua attività quotidiana, tra uno di questi incontri e l’altro, uno sta a casa propria, vicino ai suoi famigliari e amici. Ha obiettivi di lavoro molto forti, perché noi perseguiamo il meglio di quanto si possa fare, ma al tempo stesso non è costretto a vivere la pressione giornaliera che è tipica dello stare in ufficio».

Dal punto di vista produttivo e sociale, quali sono gli aspetti positivi di un’organizzazione di questo tipo?

«Questa impostazione genera grandi benefici dal punto di vista della produttività. Anzitutto permette di pescare le persone su un bacino molto più ampio del normale, con vantaggi sia dal punto di vista della quantità sia della qualità dei soggetti coinvolti. Inoltre la qualità di ciò che viene prodotto lavorando a casa propria è in genere estremamente più alta rispetto a quanto viene portato a termine in un ufficio. Altro aspetto positivo è che nessuno di noi utilizza l’automobile per recarsi al lavoro e nessuno occupa spazio per parcheggiarla. Siamo assolutamente verdi, il nostro impatto negativo sull’ambiente è davvero inesistente».

Ci sono vantaggi anche sotto il profilo dei costi di gestione?

«Questo no. Il fatto che ci raduniamo ogni tre mesi, con persone che arrivano da tutta Italia e anche da alcune parti del mondo, ha un costo elevato, corrispondente in linea di massima a quanto costerebbe gestire una sede centrale con uffici, sale riunioni e tutto il resto. Il fatto che lavorino nella loro casa, inoltre, non comporta il fatto che gli sviluppatori siano pagati di meno. Non dobbiamo dimenticare che stiamo parlando di professionisti di altissimo livello, che devono essere adeguatamente remunerati».

Quali sono, invece le problematiche che possono sorgere?

«I problemi più grossi riguardano l’aspetto legato alla comunicazione: non ci si vede tutti i giorni, non ci si incontra per bere il caffè. Ci vediamo ogni tre mesi, come ho detto, e prevedere un intervallo maggiore tra un incontro e l’altro sarebbe una cattiva idea perché la direzione della “barca” richiede un continuo riallineamento. Comunicare bene, per noi, significa anche essere del tutto trasparenti, non si possono raccontare bugie perché l’intero sistema rischierebbe di incrinarsi. Un’evenienza che non si è mai verificata, anche perché, proprio per il fatto che non c’è una sede centrale “tradizionale”, tutti hanno la percezione di partecipare attivamente a un progetto che sentono loro, che non è calato o imposto dall’alto».

Si può dire, in definitiva, che una “azienda liquida” è in grado di agire positivamente sulla qualità della vita di chi ci lavora?

«Senza dubbio; quando lavorano da casa i lavoratori sono in genere più contenti. Sono liberi di organizzarsi come meglio credono. Non si devono vestire ogni giorno “da ufficio”. Possono dedicare parte della giornata ad altri impegni, possono trascorrere più tempo con i figli e tante altre cose. Possono anche scegliere gli orari di lavoro che preferiscono. Tanti nostri sviluppatori lavorano di notte. Occupandoci di sport e in particolare di calcio, inoltre, siamo particolarmente occupati le sere del sabato, della domenica, e in quelle dei turni infrasettimanali di coppa. Doversi recare in ufficio dopo cena e doverci restare fino a tarda ora sarebbe davvero scomodo, per loro. Ben diverso è lavorare dalla scrivania di casa, senza dover pensare al viaggio da affrontare prima di poter tornare tra le mura amiche…».

di Luca Palestra

(da CSRoggi Magazine, anno 4, n.2, Maggio 2019, pag. 28)

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