Il rapporto tra imprese profit ed enti non profit è un tema scritto solo nelle pieghe del goal 17 dell’Onu, che sembra essere concepito più in una logica verticale, di chiamata alla collaborazione – nazionale e internazionale – dei governi e delle autorità pubbliche con le istituzioni della società civile.

 

 

Come ampiamente ripor­tato nelle pagine prece­denti di questo numero di CSRoggi, lo scorso 18 aprile si è svolto in Università Catto­lica il Convegno “SDG 17: quando un’idea diventa realtà” organizzato da CSRoggi e Altis per raccontare le alleanze tra imprese profit e non profit per lo sviluppo sostenibile.
Già dalle prime battute del con­vegno è risultato chiaro che il rap­porto tra imprese profit e enti non profit è un tema scritto solo nelle pieghe del goal 17 dell’Onu.

Il SDG 17 sembra infatti conce­pito più in una logica verticale, di chiamata alla collaborazione, nazio­nale e internazionale, dei governi e delle autorità pubbliche con le isti­tuzioni della società civile. Tra i plurimi target posti dall’A­genda 2030 è infatti riferibile diret­tamente al tema dei rapporti profit/ non profit, peraltro in modo non esplicito, solo il target 17.17 (“In­coraggiare e promuovere efficaci partenariati tra soggetti pubblici, pubblico-privati e nella società civi­le, basandosi sull’esperienza e sulle strategie di accumulazione di risor­se dei partenariati”).

Il sistema GRI e gli standard 413 e 414
Una simile marginalità non sor­prende, figlia di un retaggio di un certo capitalismo che tende persino a separare radicalmente le attività profit dalla possibilità di generare effetti positivi su società e ambiente.

Nello stesso senso è significati­vo che anche i principali standard internazionali (GRI e ESRS) si oc­cupino del rapporto delle impre­se con il mondo non profit solo indirettamente, quale politica per il governo degli impatti sulle comunità di riferimento. Nel sistema GRI il rapporto con il non profit può rilevare, ad esempio, negli standard 413 e 414. In particolare, lo standard 413 richiede alle imprese di rendicon­tare i programmi di sviluppo delle comunità locali basati sulle loro esigenze e i piani di coinvolgimen­to degli stakeholders basati sulla mappatura.

Lo standard 414, invece, indica, quale elemento di rendicontazio- ne, le politiche di selezione dei fornitori in base a criteri sociali; va detto che, in questo caso, l’accen­to è posto più sulla prevenzione degli impatti negativi (potenziali ed effettivi) sui diritti umani. In altre parole, le informative sul­le politiche di selezione dei forni­tori devono evidenziare se e in che misura le imprese escludono dai rapporti commerciali quelle parti che non diano concrete evidenze di rispettare i principi nazionali e internazionale quali il contrasto alle forme di schiavitù o del lavoro minorile.

Lo standard ESRS S3
È invece più ampio l’approccio degli standard ESRS. Tra questi, allo standard ESRS S3 (“affected communities”) viene richiesto alle imprese di dare conto delle poli- cies adottate per gestire gli impatti sulle comunità di riferimento e i correlati rischi e opportunità. Ugualmente, l’informativa deve dare conto, secondo lo standard ESRS S3 degli impatti positivi ge­nerati sulle comunità.

Il riferimento ai rischi e le oppor­tunità derivanti dal rapporto con le comunità (e gli stakeholders) di riferimento va letto nella prospet­tiva della doppia materialità, prin­cipio cardine della disciplina euro­pea sulla rendicontazione. Quindi, gli impatti sulle comu­nità e le politiche adottate dalle imprese saranno elemento rile­vante per la rendicontazione nella misura in cui siano importanti per comprendere gli effetti dell ‘attivi­tà economica sugli stakeholders (materialità di impatto) e/o sia rile­vate per gli utilizzatori delle infor­mazioni finanziari e riguardi aspet­ti che possono determinare un effetto economico e/o finanziario sulla impresa.

Abbandono delle logiche filantropiche
È evidente che, in questa prospettiva, le imprese profit sono tenute a guardare i rapporti e le alleanze con il mondo non profit anche in termini di una loro conve­nienza per la generazione di valo­re nel medio e lungo periodo. È questa, forse, la prospettiva che può favorire la strutturazione di collaborazioni stabili tra impre­se, da un lato, ed enti non profit, dall’altro. Le istituzioni e gli enti del Terzo settore possono diven­tare alleati preziosi per la com­prensione dei bisogni delle comu­nità di riferimento delle imprese, così come per la generazione di impatti positivi lungo la filiera pro­duttiva.

La direzione è quella dell’abban­dono di mere logiche filantropiche per l’instaurazione anche di part­nership commerciali, quali fornito­ri di beni o servizi. Una simile trasformazione del rapporto chiede, naturalmente, a entrambe le parti maggiori re­sponsabilità reciproche. È il costo di ogni rapporto; solo affrontarlo con consapevolezza può portare i vantaggi desiderati.

di Marco Crisitiano Petrassi
Avvocato

( da CSRoggi Magazine – n.2 – Anno 9 – Aprile/Maggio 2024; pag. 44 )

 

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