«Comprerebbe un’automobile che le indica solo a quale velocità sta andando ma non quanta benzina c’è nel serbatoio o se i fari sono accesi?». Per spiegare perché, quando guardiamo la capacità di ripresa di un Paese dopo una crisi come quella che stiamo vivendo, dobbiamo andare oltre il mero dato del Pii, lo statistico ed economista Enrico Giovannini (autore di L’utopia sostenibile edito da Laterza, portavoce dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile e promotore del progetto Futura- network.eu) si affida a un paragone non casuale.
L’auto è la nostra economia: conoscerne la velocità non basta per capire se stiamo andando avanti oppure indietro. Giovannini applica all’economia e alla società il concetto della resilienza trasformativa, cioè la capacità di reagire a uno choc trasformandosi. Un rimbalzo in avanti anziché il ritorno alla situazione precedente alla crisi.
La spaventa il crollo del Pii nel secondo trimestre del 2020?
«In generale no: è un indice utile ma per leggere la realtà non dobbiamo concentrarci su un unico numero. Detto questo, per moltissimi la situazione è drammatica e sulla ripresa c’è incertezza. Quindi spavento no, ma preoccupazione».
Quali indicatori guardare?
« Il livello di fiducia delle imprese e delle famiglie: determinano le scelte di consumo e risparmio: dopo il crollo notiamo ima graduale ripresa. Poi l’andamento di diversi settori produttivi, non su base annuale ma rispetto ai mesi antecedenti la crisi. Un singolo dato non può spiegare la complessità della realtà».
Com’è oggi la realtà dopo il Covid?
«Siamo di fronte a un grande rimescolamento di carte e se non ci sarà una seconda ondata avremo la possibilità di sfruttare nuove opportunità. Già prima della pandemia c’erano alcune rivoluzioni in atto e questa crisi potrebbe essere il “bo- ost” per il cambiamento: l’obiettivo finale non deve essere l’aumento del solo reddito ma il benessere complessivo. Potrebbe essere il momento giusto per ridisegnare il capitalismo, adottando un modello più equo e sostenibile».
Come si fa?
«Si comincia dalle imprese. Molte, in Italia, lo stanno già realizzando: da un’economia lineare sono passate a una circolare, in cui i materiali con cui sono fatti i prodotti sono progettati per essere riusati più volte. Un modello che implica una visione del futuro a lungo termine».
Spesso però sembra che sul futuro non si ragioni abbastanza.
«Avremmo bisogno di un istituto nazionale di studi che aiuti i governi a orientarsi nelle scelte, analogo a quello che esiste in altri Paesi. Ne avevo proposto l’istituzione un paio d’anni fa, mi fu risposto che non era un tema interessante. Mi piacerebbe che nelle scelte della politica per le prossime settimane ci fosse anche la creazione di un ente del genere».
Quale sarebbe la sua funzione?
«Preparare e prevenire il futuro, per esempio discutendo di cosa l’Italia sarà fra dieci o trent’anni. Vorrei che da questa crisi imparassimo che il futuro si costruisce e non si subisce. Il senso della resilienza trasformativa, in economia e nella società, è anche questo».
di Greta Sclaunich
(da Il Tempo delle Donne del Corriere della Sera del 11 settembre 2020)