L’uomo della strada

 

 

 

Nel lungo periodo dell’ #iorestoacasa avevo ritrovato l’abitudine di mettermi in poltrona, senza neanche un libro tra le mani, con la televisione spenta e la mente che vagava all’inseguimento di pensieri, alle volte evanescenti. Spesso mi capitava di appisolarmi e di ritrovare pensieri fluttuanti che tendevano a concretizzarsi sempre più. Sino a divenire quasi sogni.

Alla ripresa, nella fase-2, quando ogni tanto mi rintano nella mia poltrona mi capita di chiudere gli occhi.  In una di queste occasioni sono ripiombato in un sogno.

Certamente stimolato dai tanti articoli letti, dalle riflessioni di predicatori dalla predica facile, da studiosi che sanno di avere sempre in tasca la soluzione e da personaggi che hanno imparato a leggere il futuro nelle loro sfere di cristallo, mi sono trovato immerso nella realtà del post-coronavirus.

In sostanza mi imbattevo in persone che, segnate dall’esperienza traumatica appena vissuta e consci degli errori fatti nel passato, hanno cominciato a cambiare l’impostazione della loro vita. Ad aziende che dovendo riprendere l’attività così bruscamente interrotta, avevano chiaro in testa che si doveva sì riprendere, ma ricominciando con nuove impostazioni. A decisori politici che si erano resi conto che andare avanti con le stesse logiche di prima sarebbe stato un errore e che la parola d’ordine sarebbe stata “innovazione”. Alla quasi totalità delle persone che, rileggendo i suggerimenti di chi ci spingeva a mirare seriamente e decisamente a rendere il mondo più sostenibile, impostavano la loro “nuova” vita secondo criteri concreti tesi alla sostenibilità.

Eh si, mi dicevo nel dormi-veglia, la lezione è stata così profondamente dolorosa e non discutibile che solo uno sciocco potrebbe pensare di continuare la propria esistenza ignorando questi insegnamenti.

E poi mi sono svegliato, completamente. E con gli occhi ben aperti sono andato in giro osservando. E con le orecchie ben tese ascoltavo le risposte alle mie domande. E con gli altri sensi ben allertati volevo cogliere gli importanti segnali che la fase del “dormi” e le riflessioni del “dormi-veglia” mi avevano consegnato. Ma mi sono ritrovato, nella situazione del “veglia”, con una realtà diversa.

E allora adesso mi pongo delle domande : “tutto ritornerà come prima?”; “questa esperienza non ci ha insegnato niente?”; “i tanti ‘dirò’, ‘farò, ‘vedrai’ rimangono solo forme verbali al futuro ?”.
Ma allora, accidenti, “ho fatto solo un sogno”?

Ugo Canonici


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