Da oltre 55 anni Inalca, società controllata dal Gruppo Cremonini, rappresenta un punto fermo nella produzione e distribuzione di carne bovina nel nostro Paese e in buona parte del mondo. Ma la capacità imprenditoriale del suo fondatore e presidente, Luigi Cremonini, e del management di cui si è circondato, primo fra tutti il figlio Vincenzo, Amministratore delegato del gruppo, ha fatto sì che in tutti questi anni l’attività dell’azienda di Castelvetro, in provincia di Modena, si sia diversificata occupandosi oggi, oltre che di tutte le attività annesse al commercio della carne bovina, dall’allevamento alla distribuzione, anche di produzione di carne in scatola, di commercializzazione e distribuzione al foodservice, di ristorazione in stazioni, autostrade e aeroporti e di ristorazione commerciale attraverso i ristoranti a marchio Roadhouse.
Un’attività che In alcuni di questi settori si svolge sempre più oltre confine – in particolare in Russia e in molti Paesi dell’Africa – nella consapevolezza che i margini di crescita sono destinati a salire di pari passo con l’ampiamento del mercato. Parliamo del Gruppo e delle sue tre colonne portanti – produzione, distribuzione e ristorazione – con Claudia Cremonini, responsabile Relazioni Esterne, comunicazione e sostenibilità del Gruppo.
Il Gruppo Cremonini è sul mercato della carne bovina da 55 anni. Come si è evoluto il vostro impegno e che cosa significa essere leader in questo settore nel 2019?
«Il nostro è un lungo percorso, che ha attraversato epoche magari vicine dal punto di vista temporale ma molto diverse fra loro. Nel 1963, quando mio padre fondò questa azienda, c’era una maggiore cultura agricola, l’Italia era un Paese con un’economia molto legata all’agricoltura e all’allevamento degli animali. Gli sviluppi successivi, che hanno portato a una graduale ma continua metropolizzazione hanno contribuito a far scomparire la ruralità intesa come patrimonio culturale. Questo ha inciso anche sui gusti alimentari diffusi e quindi è un aspetto che ci ha toccati da vicino. Come Gruppo siamo contenti perché dopo questo percorso riusciamo oggi a vedere il coronamento di alcune scelte virtuose che costituiscono importanti elementi di differenziazione sul mercato e ci permettono di avere un ottimo rapporto con i nostri clienti. La carne da sempre è portatrice di simboli, prima ancora di proteine. Ma oggi non è più sufficiente fermarsi a una fornitura senza informazioni aggiuntive:in questo momento storico, contraddistinto da una fortissima sensibilità sociale, è importante essere in grado di documentare adeguatamente i propri processi produttivi virtuosi. Sappiamo che questo vale tanto quanto il fatto di avere prodotti buoni e ben distribuiti».
Spesso sui giornali si sottolinea che il consumo di carne non fa bene alla salute. Che cosa ne pensate?
«Noi italiani siamo il popolo più longevo al mondo, insieme al Giappone: segno di una buona alimentazione e di un sistema sanitario efficiente. Purtroppo, l’informazione generalizzata, quella che non va troppo a fondo delle situazioni, tende a subire il forte influsso della comunicazione anglosassone, soprattutto di quella americana. Oltre oceano questi temi hanno una valenza diversa, perché si tratta di contesti in cui si mangiano grandi quantità di carne, i dati dicono oltre 120 kg di media a persona ogni anno. Sono contesti alimentari molto differenti, difficilmente affiancabili a quelli del nostro Paese dove, al pari dell’Europa, i consumi di carni sono stabili dagli anni Novanta. Da studi scientifici si riscontra che in Italia il consumo reale di carne pro-capite annuale gravita attorno ai 40 Kg, comprendendo in questo numero tutte le carni: oltre al bovino, il pollo e il suino. Per questo diciamo che è importante contestualizzare l’informazione: nel nostro paese, grazie anche alla tradizione della dieta mediterranea, si mangia carne in modo equilibrato e con effetti benefici per la salute».
La carne che lavorate e distribuite proviene esclusivamente da vostri allevamenti?
«Al momento, per quanto riguarda i bovini da carne, il prodotto che commercializziamo deriva al 30-35% da nostri allevamenti. Ma è un dato che è destinato a salire, perché la tendenza è quella di attuare un’integrazione di filiera sempre più spinta. Pensiamo che per mantenere alta la qualità dei nostro prodotti, per garantire flussi stabili, per mantenere standard produttivi, per attuare progetti di ricerca e sviluppo interni, sia per noi necessario aumentare la quota di carne autoprodotta».
Avete aziende sparse in varie parti del mondo. Come gestite il loro rapporto con la “casa madre”?
«Dal punto di vista della produzione abbiamo due unità produttive e sette piattaforme distributive in Russia che replicano la struttura delle nostre aziende italiane tenendo conto però delle esigenze proprie del mercato russo. Produciamo, cioè, quello che ci viene richiesto dai consumatori russi usufruendo di un ciclo di organizzazione industriale che parte dall’allevamento e procede con attività svolte in loco di trasformazione, disosso e produzione di semilavorati che, nello stabilimento di Mosca, vengono trasformati in hamburger pronti e finiti. Non siamo un’azienda che delocalizza e cerca di omologare a un unico standard tutte le produzioni sparse nel mondo. La nostra politica aziendale è quella di integrarci nel posto in cui operiamo e di recepire e fare nostre le istanze del mercato in cui abbiamo deciso di immergerci».
E in Africa?
«In Africa al momento siamo in una fase intermedia. Contiamo su 16 piattaforme distributive in Paesi come Angola, Algeria, Congo, Costa d’Avorio, Mozambico e da circa 25 anni realizziamo un’attività importante di distribuzione di prodotti alimentari. I prossimi passaggi saranno quelli di risalire la filiera fino ad arrivare all’allevamento e alla produzione di carne il loco, che rappresentano il completamento della nostra attività. Il tutto, muovendoci sempre in integrazione con le comunità agricole locali e con le politiche di sviluppo del Paese in cui operiamo».
Quale valenza date, come Inalca, al concetto di “sostenibilità della filiera” ?
«L’integrazione produttiva tra i vari protagonisti della filiera è il modello di business della nostra azienda. Questo perché crediamo che solo integrando e governando i vari passaggi produttivi si riescano a tenere uniti i tre pilastri della sostenibilità».
Il pilastro sociale…
«Quello sociale, che per noi si traduce nella giusta remunerazione di tutti gli attori della filiera, a partire dall’allevatore, fino a tutti i dipendenti e collaboratori, nell’attenzione alla sicurezza su lavoro da attuarsi anche attraverso investimenti tecnologici».
Quello ambientale…
«Con una filiera ben definita è molto più facile spiegare al consumatore quale sia l’impatto della produzione. A questo proposito stiamo lavorando per applicare sistemi che ci consentano di ricavare dati d’impatto e di consumo dei nostri allevamenti e quindi di ricostruire – e tenere sotto controllo – l’impronta aggregata del nostro sistema produttivo. Altro aspetto importante è quello della promozione delle energie rinnovabili a livello agricolo, con la valorizzazione del biogas. Il letame bovino dal punto di vista energetico è una fonte preziosa».
… e quello economico
«L’integrazione della filiera consente di lavorare su progetti veri di sostenibilità anche economica. A livello industriale il vantaggio deriva dalla possibilità di aggregare quantità significative di sottoprodotti che consentono la massima valorizzazione possibile. Si pensi, solo per fare un esempio, all’uso farmaceutico del collagene bovino, dotato di proprietà meccaniche uniche rispetto a quelle di altri animali. Solo potendo lavorare su quantità estese si possono attenere risultati ottimali».
Si parla molto di economia circolare, che ne pensate?
Tutto il nostro bilancio di sostenibilità è ispirato ai principi dell’economia circolare, basata sulla rigenerazione delle risorse e sull’azzeramento degli scarti. La zootecnia e il bovino, in particolare, ne sono una perfetta applicazione, in quanto la carne bovina è il risultato di uno dei sistemi più articolati e circolari, perché comprende tre importanti filiere: la carne, il latte e la pelle.
E la ricerca, quanto influisce?
«Ha un ruolo molto importante. Abbiamo un’intensa attività di R&S interna e in più ci avvaliamo di collaborazioni esterne di professionisti o società esterne. Siamo segnatari di un progetto di ricerca “Cluster tecnologici nazionali”, che rappresenta il tentativo del Ministero della ricerca di mettere a sistema le grandi aziende, quelle piccole specializzate, il mondo scientifico e dell’università, partendo dalla consapevolezza che dove c’è la grande azienda si traina il valore e cresce e si canalizza meglio il mondo della ricerca. Siamo segnatari anche del progetto Sofia (Sostenibilità della filiera alimentari), insieme ad altre aziende, grandi e piccole specializzate. Questo permette di moltiplicare le risorse interne aumentando le competenze per poi trasferirle a cascata all’allevamento.
Uno dei vostri obiettivi dichiarati è quello di “promuovere un consumo consapevole”. Che cosa significa?
«Per noi contribuire al “consumo consapevole” significa fornire al consumatore elementi di conoscenza degli aspetti positivi della carne e sulle sue modalità produttive in termini di benessere animale e sostenibilità ambientale. Non si tratta di una comunicazione di prodotto, specifica, né di seguire le mode alimentari e nutrizionali del momento, basate su cambiamenti di opinione sia in senso positivo sia in senso negativo. Significa far capire alla gente che la carne è un alimento prezioso che va consumata nella giusta dose, va inserita in un equilibrio nutrizionale che, per essere efficiente, deve mantenersi quanto più costante nel tempo».
Nel vostro bilancio di sostenibilità si parla di “Principio di precauzione”. Come l’applicate in concreto?
«Per noi osservare questo principio significa osservare sempre e comunque il livello di regolazione più severo possibile. Se ad esempio in campo farmaceutico so che in altri Paesi si richiedono standard superiori a quelli richiesti in Italia, teniamo conto di quelli stranieri. Significa anche utilizzare solo tecnologie che offrano maggiori garanzie, più cautelative, e certificare tutto quello che lo può essere, così da avere il controllo più severo possibile su ogni contesto».
Infine, un accenno ai vostri stakeholder di riferimento, ce ne può parlare brevemente?
«In considerazione del nostro intento di spingere sempre più verso l’integrazione, il nostro stakeholder principale è oggi Coldiretti. Nel settore bovino il nostro Gruppo, in particolare Inalca, ha trovato un equilibrio molto buono con Coldiretti: loro utilizzano il loro fortissimo e sacrosanto ruolo politico per tutelare il reddito e la vita futura dei produttori agricoli italiani, noi provvediamo a riempire di contenuti tecnici l’azione politica, fornendo gli elementi in grado di influenzare positivamente il mondo agricolo, attuando azioni che forniscano sempre più valore alla filiera nel suo insieme. Su un altro fronte, stiamo costruendo una relazione molto positiva con l’associazione animalista “Compassion in Word Farming”, che ci sta trasferendo le aspettative del mondo dell’animalismo organizzato e noi abbiamo cominciato a farle nostre e a trasferirle piano piano a livello di allevamenti. Si tratta di aspetti legati ad esempio al trasporto degli animali, alla qualità della lettiera e ad altri temi non previsti dalla normativa ma che stanno entrando sempre più nel comune pensiero. Tra i nostri numerosi stakeholder, inoltre, voglio sottolineare quelli legati al mondo della ricerca. Da questo punto di vista pensiamo che in futuro sarà utile cercare sempre più occasioni di confronto organizzato che possano essere lo spunto per approfondire tematiche di interessi quanto più generali, non solo aziendali».
di Luca Palestra