Il Sustainability Manager si trova in una posizione privilegiata per colmare il divario che ancora esiste tra digitale e sostenibilità all’Interno delle organizzazioni, ponendosi come figura capace di far dialogare le diverse funzioni in modo da aiutarle e orientarle verso processi di innovazione digitale fondati (e non solo informati!) sulla creazione di valore economico, sociale e ambientale.

Leggi l’articolo di Laura Maria Ferri qui sotto, oppure da pag. 6 di CSRoggi Magazine – Anno 11, n. 3 – Giugno/Luglio 2026

Laura Maria FerriProfessoressa Associata, Facoltà di Scienze Politiche e Sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore

La sostenibilità sta davve­ro morendo? Il Pacchet­to Omnibus (un insieme di proposte legislative che modificano le regole europee in materia di sostenibilità, ndr) ha rallentato gli obblighi previsti da CSRD e CSDDD, ma possiamo davvero dire che le aziende non sono più tenute a gestire la di­mensione ambientale e sociale? E vero: lo “Stop-the-clock” ha rinvia­to gli obblighi di rendicontazione, ridotto il numero di imprese coin­volte e attenuato in modo sostan­ziale gli impegni di Due Diligence. Decisamente non poco.

Forse, però, la narrativa è stata un po’ forzata e l’Omnibus è stato il pretesto per molte imprese per proseguire con i modelli di business-as-usual, scelta sicuramen­te più facile ed economica, ma in­capace di innovare e adattarsi ai cambiamenti. Per dirla con le pa­role di un’amica manager della so­stenibilità “avranno anche tolto la rendicontazione, ma io devo co­munque vedermela con altre mil­le questioni tutti i giorni”.

Infatti, la Commissione Europea ha con­tinuato a parlare di sostenibilità – almeno, di alcune sue dimensioni – solo che a un livello più tecnico e operativo: la transizione energe­tica, la decarbonizzazione, il waste management e l’economia circo­lare, l’ecodesign per prodotti so­stenibili (ESPR), i regolamenti sugli imballaggi (PPWR), il Pay Transparency, le tematiche di parità e in­clusione. La sostenibilità, dunque, non è scomparsa, sta assumendo forme più mainstream, che entra­no in modo più puntuale nei pro­cessi operativi, nei modelli di bu­siness e nelle linee di sviluppo. Meno diretta ed esplicita, forse, ma, a mio avviso, più strategica e pervasiva.

Parallelamente, la Commissio­ne Europea ha lavorato e investi­to nella propria agenda tecnologi­ca, attraverso strumenti normativi e programmi dedicati alla trasfor­mazione digitale, IA, cybersecurity e infrastrutture digitali. Inevita­bile l’incontro tra i due ambiti, da cui l’introduzione del concetto di Twin Transition nel 2019, a indica­re come trasformazione digitale e sostenibilità non possano consi­derarsi due fenomeni paralleli, ma due elementi di un unico proces­so di cambiamento da cui dipen­dono la competitività e lo sviluppo socio-economico dell’Unione.

Su queste basi si è sviluppato l’Executive Master in Innovability® Management di ALTIS – Gra­duate School of Sustainable Ma­nagement dell’Università Cat­tolica del Sacro Cuore e da qui, riprendo alcune riflessioni frutto di questi anni di direzione scientifica.

La Twin Transition
Nonostante, come detto, sia­no passati sette anni da quando la Commissione Europea ha rico­nosciuto l’importanza della Twin Transition, molte imprese conti­nuano a gestire le due agende – digitale e sostenibilità – separata- mente: i team spesso non si par­lano, non si prevedono progetti e risorse congiunti, priorità e obiet­tivi spesso confliggono. Il risulta­to è che la tecnologia magari mi­gliora il risultato, ma genera ineffi­cienze o danni lungo i processi e la sostenibilità, nel migliore dei casi, interviene a posteriori per tampo­nare il danno; o, al contrario, che la sostenibilità senza supporto tec­nologico perde l’opportunità di estendere i propri vantaggi o mi­gliorane l’efficacia.

Eppure, la relazione tra digita­le e sostenibilità è oggi sempre più stretta ed evidente. Ne sono esempi, negativi, l’impatto so­cio-ambientale di gigafactory e data center, essenziali per soste­nere la competitività tecnologica, ma altamente energivori, gene­ratori di calore e con rilevanti im­patti sullo sviluppo dei territori; o le implicazioni etiche e cognitive del l’utilizzo degli strumenti di IA, che impattano sui comportamenti, sullo sviluppo neurologico e sulla capacità di apprendimento delle persone. Esempi positivi, invece, vengono dalle imprese che investono milioni di euro nella digita­lizzazione delle infrastrutture elet­triche, utilizzando sensoristica, ma­chine learning e computer vision per la manutenzione predittiva e la resilienza ai cambiamenti climatici; o, ancora, i progetti che sviluppa­no piattaforme o dispositivi robo­tici a supporto dell’inclusione, at­traverso l’abbattimento di barriere fisiche e cognitive; o l’utilizzo di loT, sensori e machine learning per la prevenzione degli infortuni sul la­voro e il miglioramento del benes­sere e della salute dei lavoratori.

Gli esempi mostrano che l’inte­grazione tra digitale e sostenibilità è un dato di fatto, non una possi­bilità, e come tale non può essere ignorata.

La Twin Transition richiede un approccio sistemico e integrato, capace di far emergere e gover­nare le interconnessioni e le inte­razioni all’interno dell’organizza­zione e tra l’organizzazione e il suo ambiente di riferimento, in quan­to le attuali tecnologie inevitabil­mente determinano cambiamen­ti e impatti sulla dimensione so­ciale e/o ambientale e, insieme, generano ricadute spesso ambi­gue sulle performance. Il recente caso Ford ne è una dimostrazio­ne: dopo aver effettuato un ingen­te investimento per integrare I’IA nei propri processi produttivi, con il conseguente licenziamento di la­voratori, l’analisi dei dati del siste­ma qualità ha fatto emergere un peggioramento delle performan­ce, inducendo l’azienda a richia­mare 300 lavoratori “exper/enced”. Il problema non risiedeva negli strumenti adottati, ma, stan­do alle dichiarazioni, dal non aver considerato il valore della cono­scenza e esperienza dei lavoratori.

Allora il Sustainability Manager si trova in una posizione privilegia­ta per colmare il divario che anco­ra esiste tra digitale e sostenibili­tà all’interno delle organizzazioni, ponendosi come figura capace di far dialogare le diverse funzioni in modo da aiutarle e orientarle ver­so processi di innovazione digitale fondati (e non solo informati!) sul­la creazione di valore economico, sociale e ambientale. Il suo ruolo diventa allora quello di proporre la sostenibilità come criterio che orienti la progettazione, l’adozio­ne e la governance delle tecnolo­gie affinché non vadano a disca­pito delle risorse naturali, delle persone e delle comunità; dall’al­tro lato, il Sustainability Manager deve rendere le tecnologie digi­tali leve per raggiungere obietti­vi ambientali e sociali, sfruttando potenzialità inimmaginabili anche solo pochi anni fa.

Costruire nuovi modelli di sviluppo
Riprendendo gli esempi prece­denti, questo significa sviluppa­re programmi di formazione per insegnare il corretto utilizzo delle tecnologie, per evitare dipenden­ze o perdita di capacità (es. problem-solving o intelligenza emoti­va); contribuire a identificare nuo­ve soluzioni tecnologiche in linea con requisiti ambientali sempre più stringenti; dialogare con la funzione tecnica per capire come poter applicare le nuove tecnolo­gie per facilitare l’accesso a pro­dotti e servizi da categorie fragili precedentemente escluse.

La vera sfida non è affiancare di­gitale e sostenibilità, ma costrui­re nuovi modelli di sviluppo in cui queste procedano nella stessa di­rezione e si orientino verso la pos­sibilità di contribuire alla costru­zione di un bene comune che sap­pia valorizzare l’innovazione come opportunità di crescita socio-e­conomica e la sostenibilità come possibilità che questa sia sempre più inclusiva e capace di perdura­re nel tempo.

E qui chiudo, riprendendo le do­mande con cui abbiamo salutato i partecipanti alla terza edizione del Master: quale contributo voglia­mo dare al mondo? A cosa dare­mo priorità quando affronteremo i trade-off determinati dalla trasfor­mazione digitale? Come definire­mo l’equilibrio tra vantaggi e rischi sociali, ambientali, etici, economi­ci alla base dei processi innovativi e delle trasformazioni che portere­mo nelle nostre organizzazioni?

(17 luglio 2026)

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