Il Giving Institute di Chicago ha pubblicato, nel 2016, un interessante Rapporto sulla propensione a donare per fini di utilità sociale, dei soggetti individuali e collettivi di parecchi Paesi occidentali. Il dato che immediatamente cattura l’attenzione è che, a fronte di 750 dollari a testa per anno di donazioni negli Usa e di 220 euro-equivalenti in Uk, in Italia la medesima variabile ammonta a 116 euro/anno. Non solo, ma se si osserva la composizione delle donazioni, si scopre che, mentre negli Usa il 72% delle stesse proviene da individui e il restante 28% da soggetti collettivi (imprese e enti vari), nel nostro Paese le percentuali sono, rispettivamente, il 58% e il 42%. Invero, come si trae dalla terza edizione della ricerca «Business for the Common Good» (Novembre 2019), crescono in misura significativa le erogazioni delle imprese italiane verso gli Enti di Terzo Settore e, più in generale come racconta anche l’inchiesta di questo numero di Buone Notizie, va aumentando significativamente l’impegno filantropico delle nostre aziende.
Perché gli italiani donano, in media, quasi la metà delle somme donate dagli inglesi? Sono forse più egoisti o meno sensibili alla dimensione sociale degli inglesi? (Il confronto con gli Usa non avrebbe senso, perché l’assenza in questo Paese del welfare state ha da tempo fatto sì che fosse la filantropia privata a finanziare in buona parte la spesa sociale – 335 miliardi di dollari nel 2016). Inoltre, perché in Italia sono le imprese a donare di più, comparativamente, degli individui?
Di due ragioni desidero dire, pur in breve. La prima chiama in causa la sindrome delle «basse aspettative», di cui soffrono non poche organizzazioni di Terzo Settore: non ci si aspetta da quello che si fa – e si fa davvero tanto – un ritorno sostanzioso in termini sociali, come se il fatto di operare senza avere di mira il profitto potesse giustificare un certo lassismo organizzativo e un basso livello del grado di efficacia. È bensì vero che non è agevole costruire una metrica capace di misurare l’impatto sociale degli interventi realizzati, ma ciò non giustifica la rassegnazione.
Ne deriva che, continuando su questa strada, difficilmente il potenziale donatore sarà sollecitato a donare. Non basta, infatti, al donatore che l’intenzione di chi chiede risorse sia buona e che la rendicontazione sia completa e trasparente. Un episodio storico bene illustra il punto. La Statua della Libertà venne donata al popolo americano dai francesi sotto la condizione che l’ente non profit, che aveva preso l’iniziativa, si sarebbe accollato la spesa per costruire il piedestallo e per acquisire il sito. La raccolta fondi, svolta tra il 1877 e il 1884, era giunta a non più della metà della somma necessaria (circa 30omila dollari). Il progetto stava per essere abbandonato ma Joseph Pulitzer, direttore del giornale The World, riuscì a mobilitare, in un paio di settimane, oltre 120mila cittadini ai quali chiese non più di un dollaro a testa! In buona sostanza, il nostro Terzo Settore deve riappropriarsi di quella «capacità di aspirare» (nel senso di Arijun Appadurai) di cui era grandemente dotato prima che la diffusione nel secondo dopoguerra di una certa mentalità neo-statalista ne tarpasse le ali.
La seconda ragione concerne il lato dell’offerta di donazioni. A fine 2019, Darren Walker, presidente della Ford Foundation, una delle più potenti fondazioni filantropiche americane, ha pubblicato un libro esplosivo: From generosity to justice. (Il clamore che sta suscitando in America arriverà presto anche in Italia). La tesi ivi difesa è che le forme finora attuate della filantropia vanno radicalmente mutate perché esse non sono al servizio della causa della giustizia sociale.
Con dovizia di particolari, Walker mostra che le tante pratiche di donazione nel suo Paese hanno finito con l’accrescere negli ultimi decenni le diseguaglianze sociali, favorendo l’espansione delle aree di privilegio. È questo un punto su cui Buone Notizie ospiterà (me lo auguro) un dibattito di alto profilo. Dopotutto, non è forse nella lotta alle diseguaglianze ingiuste che risiede la missione propria del Terzo Settore, la sua «benedizione nascosta»? Un bel racconto di Bruce Chatwin (In Patagonia, 1982) ci offre uno spunto interessante. Uno schiavista bianco riesce a convincere i suoi schiavi neri che, in cambio di adeguata ricompensa, costoro accelerino l’andatura per ridurre il tempo di trasporto del carico di merce assegnato. In prossimità della meta, però, gli schiavi si fermano, rifiutandosi di riprendere il cammino. Richiesti di dare una spiegazione del comportamento, questi rispondono: «Vogliamo dare tempo alle nostre anime di raggiungerci». Guai a lasciare indietro l’anima, anche se si viene ben ricompensati.
Stefano Zamagni
Presidente della Pontificia accademia delle Scienze sociali