«La nostra missione è facilitare l’accesso ai diritti per i più fragili», afferma Marisa Parmigiani, Consigliera Delegata di Fondazione Unipolis, raccontando come mobilità, welfare e disuguaglianze siano oggi al centro dei progetti della Fondazione.
Leggi l’articolo di Luca Palestra qui sotto, oppure da CSRoggi Magazine – n.5 – Anno 10 – Novembre/Dicembre 2025; pag. 18)
Luca Palestra
Fondazione Unipolis è oggi uno dei punti di riferimento in Italia per l’innovazione sociale legata al mondo assicurativo. Il piano strategico 2024-2026 ha portato la Fondazione a concentrarsi in modo ancora più netto sul sostegno alle persone fragili, sulla riduzione delle disuguaglianze e sull’accesso ai diritti fondamentali. Mobilità, welfare e contrasto alle disuguaglianze rappresentano gli assi portanti di una strategia che unisce misurazione dell’impatto, radicamento territoriale e collaborazione con il Terzo settore. In questa intervista, la Consigliera Delegata Marisa Parmigiani racconta la missione attuale della Fondazione, i progetti più significativi e la visione che guida Unipolis nelle sfide della sostenibilità sociale, con un linguaggio chiaro ma senza rinunciare al rigore che caratterizza il suo approccio.
Dottoressa Parmigiani, qual è oggi il ruolo di Fondazione Unipolis all’interno del Gruppo Unipol?
«Siamo al terzo anno del Piano Strategico 2024-2026, un percorso che ha ridefinito in profondità la nostra missione. La Fondazione è diventata il “braccio operativo” del Gruppo nel campo dell’impegno sociale e si concentra soprattutto su un obiettivo: dare strumenti di crescita alle persone fragili e contrastare le disuguaglianze.
Non interveniamo solo per fornire un aiuto immediato, ma per creare condizioni che permettano alle persone di cambiare la propria situazione. E un lavoro di responsabilizzazione, di accompagnamento e di accesso ai diritti. Abbiamo identificato nella valutazione d’impatto sociale lo strumento con il quale misuriamo effettivamente l’efficacia del nostro agire. Quindi abbiamo una valutazione d’impatto sia per quanto riguarda i singoli progetti, sia per quanto riguarda l’attività complessiva della Fondazione. Tra l’altro ci dotiamo anche di una valutazione d’impatto ex-ante, oltre che di una valutazione d’impatto ex-post, proprio per misurare l’allineamento strategico e i risultati ottenuti».
Quali sono gli ambiti principali in cui si sviluppa questa missione?
«Abbiamo identificato tre aree di intervento, che rispondono a un allineamento strategico con le attività del Gruppo. La prima è quella della mobilità, perché siamo leader nell’assicurazione auto e crediamo che muoversi in sicurezza e autonomia sia un diritto fondamentale per chi vive in Italia. Sulla mobilità, in particolare, ci sono due temi: uno è l’accesso per tutti a una mobilità più sostenibile e sicura e l’altro è quello proprio del diritto alla mobilità. Quindi da questo punto di vista sviluppiamo diversi progetti che coinvolgono dai ragazzi delle scuole ai migranti».
Che cosa significa “Mobilità accessibile”?
«Il concetto di fondo è che la strada è un bene comune, quindi, l’accesso alla strada deve essere garantito a tutti, il diritto alla mobilità deve essere uguale per tutti. Un tema della disuguaglianza che è trasversale anche alle altre tematiche».
Appunto, la seconda tematica riguarda…
«La seconda è il welfare, che include salute, prevenzione, accesso ai servizi e sostegno a chi vive condizioni di fragilità. Anche in questo ambito si tratta per noi di un allineamento strategico: UniSalute è il maggiore player assicurativo in termini sanitari in Italia e il Gruppo interviene anche nell’erogazione di servizi sanitari direttamente – come ad esempio con i centri medici Santagostino – o attraverso partecipazioni come quella con lo IEO, l’Istituto Europeo di Oncologia… insomma una serie di attività che riguardano direttamente il settore sanitario».
Quali sono i soggetti che considerate “fragili”? Sono ricomprese anche le persone anziane?
«Certo, uno dei progetti messi in campo riguarda direttamente gli anziani, così come ad esempio abbiamo sostenuto iniziative per i neogenitori in stato di povertà, le donne single, i migranti nei centri di raccolta della frutta. Il tema è la fragilità a 360 gradi, cioè chi ancora una volta fa fatica ad avere accesso. Ecco, con la nostra opera abbiamo l’obiettivo di facilitare l’accesso».
Infine, qual è la terza area di intervento da voi identificata?
«La terza area riguarda la riduzione delle disuguaglianze, che affrontiamo sempre con un’ottica di empowerment: non ci limitiamo dunque a fornire risorse, ma puntiamo piuttosto a creare opportunità, ad aiutare a uscire dalla situazione di ineguaglianza. Tutte le nostre iniziative sono rivolte all’Italia, perché come impresa italiana riteniamo importante restituire valore al territorio in cui operiamo».
Quali sono i principali progetti che caratterizzano questo piano?
«Lavoriamo con due metodologie. Una è il progetto diretto: iniziative pensate, elaborate, gestite da noi con la partecipazione, come partner, di altri interlocutori che ci supportano nell’erogazione dei servizi e delle attività. L’altra è rappresentata dal Bando ACT, basato su progetti di terzi che noi selezioniamo e finanziamo e per i quali assumiamo comunque un ruolo di indirizzo e presidio. Sulla tematica delle disuguaglianze siamo già alla seconda edizione del bando “Bella Storia. La tua”, un progetto rivolto a 50 adolescenti che “prendiamo con noi” a 16 anni e li salutiamo a 20 anni».
In che cosa consiste questo progetto?
«Accompagniamo questi giovani negli ultimi tre anni delle superiori con un percorso di Empowering, Positioning and Entrepreneurship. Lo facciamo in primis attraverso un supporto economico, quindi una borsa di studio flessibile e mirata a tutte le attività che possono aiutarli a crescere, quindi non solo all’acquisto del libro scolastico ma anche alla possibilità di andare all’estero, di fare un corso di lingue… in un processo di accompagnamento più “globale”. Ma anche con un servizio di mentorship prestato da personale specializzato messo a disposizione dalle cooperative sociali, che offrono ai ragazzi un prezioso supporto nei processi di decisione e di valutazione.
A questo si aggiungono le attività di community engagement rivolte alla conoscenza del contesto locale: i ragazzi vengono portati in esperienze sul territorio in modo tale che, oltre ad avere la possibilità di fare percorsi di formazione con i nostri partner che gli aiutano a crescere e a svilupparsi, imparino anche a conoscere il proprio territorio, ad amarlo, a saperlo valorizzare, così che poi possano continuare a viverci da protagonisti.
I ragazzi selezionati provengono da Calabria e Campania, due regioni individuate sulla base di indicatori oggettivi come abbandono scolastico, risultati educativi, presenza di luoghi formativi e accesso ai servizi culturali».
Come scegliete i ragazzi che partecipano al progetto?
«Li selezioniamo sulla base di alcuni criteri oggettivi, quindi un reddito familiare ISEE non superiore ai 15milaeuroeunamediascolastica non inferiore al 7. Rappresenta per noi un criterio preferenziale anche il livello di istruzione dei genitori, nel senso che privilegiamo i ragazzi che hanno genitori con un basso grado di scolarizzazione. Costruita in questo modo una griglia, organizziamo colloqui motivazionali di gruppo, attraverso cui andiamo a intercettare quei ragazzi che hanno davvero voglia di avviare un percorso di cambiamento e di crescita.
Successivamente sosteniamo un colloquio anche con i genitori perché a quell’età è molto importante che ci sia anche il supporto familiare nel percorso. I genitori, infatti, devono essere consapevoli di quello che fanno, non solo perché i loro figli sono minorenni e quindi non possono uscire di casa e dormire fuori senza la loro autorizzazione, ma anche perché abbiamo riscontrato che i ragazzi si applicano davvero soprattutto quando sanno che i loro genitori comprendono l’importanza del progetto che li vede protagonisti. I risultati della prima edizione sono stati molto positivi: 44 ragazzi su 50 hanno completato l’intero percorso».
Passiamo alla mobilità. In che cosa consiste il progetto “StradAbile”?
«”StradAbile” nasce dall’idea che la mobilità sia un diritto che permette di esercitare tutti gli altri diritti: lavorare, curarsi, partecipare alla vita sociale. Siamo partiti nel disegno di questo progetto da due elementi oggettivi. Uno era la condizione di difficoltà in cui si trovano molti immigrati nell’accedere a posizioni lavorative in assenza di un mezzo di trasporto che glielo permettesse, perché spesso queste persone abitano in zone disagiate, non centrali, in frazioni molto piccole della campagna, quindi avere un mezzo che ti consenta un’autonomia di mobilità è molto importante, che sia la macchina, il motorino o la bicicletta, a seconda di qual è la distanza che devi percorrere e come la devi percorrere.
Secondo tema importante è dovuto al fatto che noi siamo un’assicurazione; quindi, se si guardano i dati dal punto di vista della sinistrosità, ci si rende conto che gli immigrati hanno un tasso di sinistrosità più alto perché provengono da Paesi in cui ci sono normative e stili di guida diversi, quindi un percorso di rafforzamento della loro consapevolezza e capacità per una guida sicura è un tema molto importante. Infine, c’è anche un tema di ordine burocratico, per cui la loro patente non ha più valore quando arrivano nel nostro Paese ed è ben immaginabile l’onerosità e la difficoltà di prendere una nuova patente con regole differenti e, aspetto non secondario, una lingua per molti quasi del tutto sconosciuta. Per tutto questo, in collaborazione con UNHCR, abbiamo creato un percorso in due fasi. La prima coinvolge 300 persone, che seguono corsi sulla sicurezza stradale e sull’uso consapevole della strada.
La seconda prevede che i migliori ottengano uno dei 100 voucher a disposizione per conseguire la patente, con la copertura integrale delle spese nelle autoscuole selezionate. I corsi sono adattati alle esigenze dei partecipanti, con supporto linguistico e tutor dedicati. Quando c’è richiesta da parte delle aziende interessate ad assumere autisti, finanziamo anche la patente C. In questo modo favoriamo l’autonomia e l’inserimento lavorativo».

Il progetto dedica particolare attenzione alle donne. Può raccontarci questa iniziativa?
«Sì, è una parte importante del progetto, realizzata con UISP e dedicata a 200 donne, per lo più provenienti da Paesi in cui l’uso della bicicletta non è loro consentito o è scoraggiato. Imparare ad andare in bici può sembrare un gesto semplice, ma per loro rappresenta un vero strumento di libertà. Il percorso prevede lezioni pratiche, educazione stradale e anche nozioni di manutenzione per utilizzare la bicicletta in autonomia. Organizziamo momenti con le famiglie per superare eventuali pregiudizi culturali e accompagnare un cambiamento rispettoso dei contesti. La bici diventa così non solo un mezzo di mobilità, ma una forma di emancipazione personale e sociale».
Cambiando ambito, ne abbiamo accennato prima, quale ruolo ha il Bando ACT nella vostra attività?
«ACT è il nostro bando annuale che sostiene progetti con forte impatto nell’ambito della mobilità, del welfare e della riduzione delle disuguaglianze. La selezione avviene attraverso una “gara tecnica”: non scegliamo il progetto meno costoso, ma quello che dimostra maggiore capacità di generare impatto, coerenza con i nostri valori e competenza nel rapporto con i beneficiari. Sosteniamo iniziative molto diverse tra loro: dai percorsi di supporto ai minori stranieri non accompagnati che diventano maggiorenni a programmi nazionali di educazione stradale. La durata dei progetti varia da uno a due anni, perché è importante dare ai soggetti del Terzo settore la possibilità di costruire risultati solidi e duraturi».
Lei è una delle figure più autorevoli in Italia sui temi della sostenibilità. Qual è, secondo lei, il valore del Bilancio d’impatto?
«Per me il bilancio d’impatto è uno strumento fondamentale. Serve a pianificare perché permette di definire chiaramente gli obiettivi e gli impatti attesi, e serve a comunicare in modo trasparente agli stakeholder ciò che si è fatto. Non è un documento nato per “fare bella figura”, ma per costruire una relazione sincera e verificabile con il territorio. Deve essere leggibile e accessibile a tutti perché, se non viene compreso, perde una delle sue funzioni principali. Credo molto nella pianificazione dell’impatto: già nel 2003 introdussi il “Preventivo di sostenibilità”, proprio perché ritengo che le organizzazioni debbano definire gli impegni prima di agire. E lo stesso approccio che adottiamo oggi: prima si stabilisce l’impatto che si vuole generare, poi si richiedono le risorse».
Negli ultimi anni la parola “sostenibilità” è stata molto usata, a volte anche abusata. Ha ancora lo stesso valore?
«E vero che è stata abusata, soprattutto nel settore dei beni di consumo. Tuttavia, il concetto alla base rimane più attuale che mai. Il rischio degli ultimi anni è stato quello di ridurre la sostenibilità alla sola componente ambientale, lasciando in secondo piano quella sociale. Questo ha creato un certo disorientamento. Credo sia fondamentale recuperare una visione completa che includa persone, comunità e ambiente in un unico percorso. Forse un giorno la parola cambierà, ma la necessità di costruire un futuro in modo equilibrato non verrà meno».
(29 dicembre 2026)