Riprendiamo alcuni interventi stampa che hanno commentato il convegno “Oltre le sbarre: un’economia nascosta che genera valore. Lavoro, inclusione e opportunità per le imprese nel sistema carcerario”, promosso da CSRoggi in partnership con ALTIS.

Esiste un’economia spesso poco visibile, fatta di formazione, lavoro, responsabilità e nuove opportunità. Un’economia che nasce dall’incontro tra istituzioni, imprese, Terzo Settore e mondo accademico, e che dimostra come il sistema penitenziario possa diventare un luogo di generazione di valore sociale ed economico.

È stata questa la riflessione al centro del convegno “Oltre le sbarre: un’economia nascosta che genera valore. Lavoro, inclusione e opportunità per le imprese nel sistema carcerario”, promosso da CSRoggi e ALTIS Graduate School of Sustainable Management dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

L’incontro ha riunito rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico, delle imprese e del Terzo Settore per confrontarsi sul contributo che il lavoro e la formazione possono offrire nei percorsi di reinserimento delle persone detenute.

Il lavoro come leva di inclusione e sviluppo
Dagli interventi di Matteo Pedrini e Luca Pesenti (ALTIS Università Cattolica), Filippo Giordano (LUMSA), Silvio Di Gregorio (Amministrazione Penitenziaria) e Giorgio Leggieri (Casa di Reclusione Bollate) è emersa una convinzione condivisa: il lavoro rappresenta uno degli strumenti più efficaci per favorire il reinserimento sociale, sviluppare competenze spendibili e ridurre il rischio di recidiva. Un approccio che richiede una stretta collaborazione tra amministrazione penitenziaria, sistema produttivo e realtà sociali, supportata anche dagli strumenti normativi e dagli incentivi previsti dalla Legge Smuraglia.

In particolare, è stato evidenziato come la recente evoluzione del quadro normativo abbia rafforzato le opportunità di collaborazione tra istituti penitenziari e imprese, favorendo percorsi lavorativi strutturati e duraturi sia all’interno sia all’esterno del carcere. Il lavoro, infatti, non rappresenta soltanto una misura trattamentale, ma uno strumento di dignità, responsabilizzazione e ricostruzione personale, capace di produrre benefici per le persone coinvolte e per l’intera collettività.
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Dall’articolo di Davyd Andriyesh da Vita.it

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Un’economia viva, reattiva e profonda si muove silenziosamente dietro i muri degli istituti penitenziari italiani. Un patrimonio di competenze, dignità e riscatto umano che sfida la narrazione comune dell’universo carcerario, superando la logica del mero contenimento o della punizione per proporsi come un vero e proprio ecosistema produttivo e sociale. Se ne è discusso approfonditamente nel corso del convegno Oltre le sbarre: un’economia nascosta che genera valore. Lavoro, inclusione e opportunità per le imprese nel sistema carcerario, promosso da Altis Graduate School of Sustainable Management dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in collaborazione con Crs oggi.

La prospettiva economica: misurare le organizzazioni e ridefinire il valore
L’analisi aziendale applicata al contesto detentivo offre chiavi di lettura rigorose: considerare il carcere sotto il profilo organizzativo significa valutare i mezzi a disposizione, le procedure operative e i risultati effettivi conseguiti dall’amministrazione. Quando si esaminano fenomeni critici quali l’alto tasso di recidiva o i drammatici eventi interni, la prospettiva economica invita a non considerarli come ineluttabili cifre statistiche, ma come la diretta conseguenza di una performance organizzativa e gestionale inadeguata. (…)

Il riscatto della manifattura: sartoria sociale e lotta alla recidiva
Se nel settore della ristorazione il rigore operativo guida la crescita individuale, nell’ambito dell’artigianato e della manifattura si gioca una partita altrettanto decisiva, legata al recupero dei mestieri d’eccellenza del Made in Italy.

Caterina Micolano, presidente della cooperativa sociale Alice, ha evidenziato le criticità e le potenzialità del lavoro femminile in carcere, richiamando la necessità di superare approcci meramente assistenziali. Per garantire un reale reinserimento lavorativo è indispensabile dotare le persone di competenze tecniche avanzate, in grado di rispondere ai rigidi standard richiesti dalle filiere industriali e dai grandi marchi.

«Nelle sezioni femminili contiamo meno di 100 donne assunte regolarmente in tutta Italia», ha spiegato Micolano. «La vera battaglia che combattiamo da oltre trent’anni riguarda la professionalizzazione reale. Il mestiere della sartoria in carcere per troppo tempo è stato considerato una semplice attività per occupare il tempo, ma questo non risponde alle attese del mercato della moda né alle esigenze della lotta alla recidiva».

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Contuna la lettura su https://www.vita.it/oltre-le-sbarre-leconomia-che-genera-valore-e-riscatto/

(29 settembre 2026)

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