La necessità di comportamenti di impresa eticamente e socialmente responsabili è sempre più all’ordine del giorno in una realtà economica dove l’opportunismo e la spregiudicatezza al fine di ottenere vantaggi materiali immediati sono ampiamente presenti.

Per altro, forse anche per reazione a tutto ciò, cresce la sensibilità dei cittadini e di molte imprese per comportamenti eticamente e socialmente responsabili. Ne sono testimonianza non solo la diffusione di riviste e di insegnamenti universitari sulla business ethics, ma soprattutto il crescente numero di imprese che aderiscono ai principi della Corporate social responsibility.

Si tratta senza dubbio di un movimento importante e positivo, che merita attenzione e sostegno al fine di contrastare atteggiamenti diffusi, che nuocciono al clima di fiducia che deve essere alla base delle relazioni economiche e al cui degrado va imputata una parte non secondaria delle ragioni della crisi che stiamo attraversando.

Tuttavia, proprio per il rilievo che il movimento viene ad assumere, è necessario affrontare senza infingimenti alcune questioni che rendono allo stato il movimento verso imprese socialmente responsabili difficile e poco efficace.

Due le questioni più importanti:

  1. come conciliare la responsabilità sociale (verso tutti i portatori di interesse toccati dall’impresa) con il principio centrale nella organizzazione d’impresa del profitto (di interesse dei soli portatori di capitale);
  2. come rendere se non vincolante almeno trasparente e certificato il rispetto dei principi della CSR da parte delle imprese che dichiarano di aderirvi.

Garantire un elevato grado di trasparenza
Partiamo dalla seconda questione che ci porta tuttavia come vedremo alla prima, quella davvero dirimente. È indubbio che godere di una reputazione di impresa socialmente responsabile oggi paghi anche nei confronti dei consumatori, sempre più sensibili come si è detto al tema, e delle istituzioni pubbliche, portate a stabilire rapporti fiduciari più immediati nei confronti di imprese che si dichiarino attente agli interessi di carattere generale. A causa di asimmetrie informative minori, tale reputazione conta di meno ma è comunque presente nei confronti anche di altre categorie di stakeholder: quali quella dei fornitori o dei lavoratori e delle loro rappresentanze. L’adesione dunque, proprio perché utile anche strumentalmente, non basta. Diviene necessario garantire un elevato grado di trasparenza circa l’applicazione effettiva dei principi della CSR.

È dunque ineludibile, anche nell’interesse delle stesse imprese e a tutela della concorrenza, che l’adesione alle pratiche di responsabilità sociale, ancorché volontaria, possa essere adeguatamente certificata. Sono note le incertezze e la continua evoluzione degli standard di certificazione adottati in passato. L’approdo più recente (UNI ISO 26000) è tuttora poco praticato per le difficoltà e i costi di implementazione. E tuttavia la presenza di un ente terzo che verifichi la corrispondenza tra i valori dichiarati e le prassi adottate è una condizione necessaria ancorché non sufficiente per una effettiva ed efficace adozione dei principi della CSR.

Il peso dei vari portatori di interesse
Le incertezze e le difficoltà registrate sul piano della certificazione tradiscono per altro una questione più di fondo. Quella relativa al peso o alle priorità da assegnare ai vari portatori di interessi. È ben nota l’obiezione di Milton Friedman alla teoria degli stakeholder: l’unica missione dell’impresa è fare profitti, remunerando i portatori di capitale e contribuendo così indirettamente alla crescita economica; spetta allo stato preoccuparsi dei bisogni sociali e dell’interesse generale. Va al di là di questo mio breve intervento entrare nel merito teorico di questa posizione e delle sue numerose implicazioni e conseguenze, tra cui quella niente affatto secondaria del confine e del rapporto tra responsabilità sociale e responsabilità giuridica dell’impresa.

Quello che qui importa notare è che nei fatti, prima ancora che nei principi, la CSR convive ed è inevitabilmente condizionata da una duplice fedeltà: verso i portatori di capitale, nei confronti dei quali tutta la costruzione normativa e di governance delle imprese for profit è finalizzata, e verso le altre categorie di portatori di interesse, nei cui confronti i principi della CSR chiedono attenzione e rispetto. La questione, a ben vedere, è anche più generale: se si guarda all’impresa come a un’organizzazione sociale complessa in cui molteplici soggetti insieme cooperano per un fine comune ma anche competono a tutela dei propri interessi di parte, il conflitto potenziale di interessi è non solo tra i portatori di capitale e gli altri stakeholder, ma anche tra questi ultimi. Basti ricordare, come esempi particolarmente rilevanti, il conflitto tra consumatori e lavoratori nel settore dei servizi o tra lavoratori e comunità locali nel caso di imprese inquinanti.

Le imprese benefit, il futuro della CSR
La necessità dunque di uscire da una visione irenica della CSR e di mettere a tema la questione della gestione multi-stakeholder di una impresa socialmente responsabile è ormai matura. Mi sia consentito allora, in conclusione di questo mio breve contributo, suggerire una pista di riflessione allo stato minoritaria ma che reputo di grande interesse: quella che si colloca in continuità con la lunga tradizione del movimento cooperativistico e che sta avendo, soprattutto negli Stati Uniti, una rivisitazione e rigenerazione sotto forma di imprese low-profit e benefit.

Anche la legislazione italiana (nella legge di stabilità 2016) ha normato il modello delle società benefit: società che statutariamente definiscono gli obiettivi sociali che intendono perseguire e di conseguenza il peso relativo dei diversi stakeholder coinvolti. Un modello, che anche per l’impianto normativo su cui si fonda (tutele giuridiche, forme di accountability, possibilità di adottare modelli innovativi di governance) può costituire il futuro di imprese che scelgano davvero di essere socialmente responsabili.

di Giancarlo Provasi

(da CSRoggi Magazine, anno 2, n.3, Settembre 2017, pag. 8)


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