«Il mondo sta sbagliando rotta. Non tradite le generazioni future. È questione dì vita o di morte» Il monito lanciato ieri da Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu, è suonato forte e chiaro alla cerimonia d’apertura della Conferenza annuale sul clima (COP24) che proseguirà i lavori fino al 14 dicembre a Katowice, ex città mineraria della Polonia. Con il solito, ingombrante, convitato di pietra: Donald Trump. In otto domande e risposte, ecco i temi «scottanti» sul tavolo.
1 – Perché l’allarme?
Lo stesso Guterres ha snocciolato ieri le cifre: gli ultimi quattro anni sono stati i più caldi della storia, la concentrazione di CO2 in atmosfera e la più elevata degli ultimi tre milioni di anni e le emissioni sono tornate ad aumentare. Il termometro della Terra già segna + 1° rispetto ai livelli preindustriali e il rapporto del Gruppo intergovernativo di esperti (Ipcc) pubblicato in ottobre, ha avvertito che continua a salire di 0,2° a decennio. Con impatti devastanti.
2 – Quale il fine di COP24?
L’accordo approvato a Parigi nel 2015 ha stabilito che entro quest’anno vanno definite le linee guida per la sua esecuzione. Katowice è dunque l’ultima occasione, almeno formalmente, che i leader mondiali hanno per elaborare un piano d’azione concreto rispetto agli impegni presi tre anni fa nella capitale francese. Tappa importante di un lungo processo iniziato nel 1992, al primo vertice della Terra di Rio de Janeiro, nel quale fu adottata la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc). Da allora si tiene tutti gli anni la Conferenza dei firmatari (oggi 197), arrivata appunto alla 24esima edizione.
3 – Cosa si è stabilito a Parigi?
L’accordo entrato in vigore nel novembre 2016 impegna i Paesi firmatari a sviluppare piani climatici nazionali entro il 2020 per limitare il riscaldamento globale «ben al di sotto dei 2° C» rispetto ai livelli preindustriali. Gli Stati industrializzati si sono inoltre impegnati a finanziare la cosiddetta «azione climatica».
4 – Tanti vertici, che risultati ?
Il processo è lento e soggetto a continue marce indietro — in particolare, pesa il dietrofront degli Usa guidati da Trump — ma 57 Paesi hanno già ridotto le loro emissioni climalteranti ai livelli richiesti per frenare, se non fermare, il riscaldamento globale.
5 – Chi paga?
Diciotto Stati ad alto reddito si sono impegnati a donare 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020 per finanziare i programmi di prevenzione e resilienza nei Paesi in via di sviluppo, i più vulnerabili al cambiamento climatico. Finora sono stati però mobilitati poco più di 70 miliardi di dollari. E i donatori rifiutano linee guida vincolanti su quantità e qualità delle risorse messe a disposizione.
#TAKEYOURSEAT
È l’hashtag con cui il grande naturalista inglese, David Attenborough, 92 anni, ha lanciato la sua iniziativa per permettere a tutti i cittadini del mondo di partecipare attivamente al dibattito sul clima.
6 – Perché ora si parla di 1,5°
Il rapporto dell’ Ipcc, composto da centinaia di esperti, avverte che evitando quel mezzo grado in più — tra 1,5° e 2° — centinaia di milioni di persone verrebbero risparmiate dall’impatto del cambiamento climatico. In caso contrario, gli scienziati prevedono, tra le altre cose, scomparsa delle
barriere coralline, ondate di calore, siccità e altri eventi estremi (vedi grafico).
7 – Come evitare il peggio?
Bisogna agire in fretta, ha ricordato ieri Guterres, «perché il cambiamento climatico è più veloce di noi». Tra gli obbiettivi minimi- entro il 2030 le emissioni devono scendere del 45 per cento rispetto ai livelli del 2010, e dovranno toccare lo zero entro il 2050; anno in cui le rinnovabili dovranno fornire da metà ai due terzi del fabbisogno energetico mondiale con una corrispondente riduzione dei combustibili fossili.
8 – Cosa faranno gli Usa?
Trump ha dichiarato di volersi ritirare dall’intesa. Legalmente, non può farlo fino al novembre 2020. Nel frattempo, i suoi negoziatori continuano a partecipare, e secondo alcuni ad ostacolare, i lavori. Quale posizione prenderanno ora Europa e Cina?
di Sara Gandolfi
(da Corriere della Sera del 4 dicembre 2018)
