Per me il passaggio dal vinile al cd è stato un trauma. Improvvisamente tutta la mia, seppur contenuta, collezione di dischi era diventata vecchia. Certo, i cd si sono mostrati presto più comodi da ascoltare, indistruttibili, di dimensioni contenute, senza quel fastidioso fruscio proprio del solco del 33 giri… Ma il passaggio è stato traumatico.
(Leggi l’articolo di Lupa Solitario qui sotto, oppure da CSRoggi Magazine – n.4 – Anno 10 – Settembre/Ottobre 2025; pag. 56)
Già l’avevo vissuto con il passaggio dalle musicassette ai vinili, e forse lo aveva fatto mio padre negli anni ’70 abbandonando i dispositivi stereo8 e mio nonno rinunciando ai 78 giri.
Tutti passaggi che hanno comportato un cambio di strumenti materiali, oltre che di mentalità. E dietro a un cambio di strumenti, visto con scomodità e un certo fastidio da parte dell’acquirente, si cela un grande e ben più grave cambio dal punto di vista produttivo, che coinvolge aziende e lavoratori e che se da un lato crea nuove opportunità di lavoro e investimento di risorse economiche e umane, dall’altro coinvolge in modo altamente negativo da tante persone “normali” che rischiano di perdere, o addirittura perdono, nel giro di poco tempo il sostentamento per la propria famiglia.
Pensiamo a chi operava nell’ambito della produzione legata ai dischi in vinile e proviamo a immaginare quale sia stata la loro sorte:
- fabbriche specializzate nella pressatura dei dischi, costrette a chiudere o a convertire la propria produzione
- produttori di giradischi e di testine, praticamente annientati dal mercato
- piccole etichette musicali, incapaci di sostenere i costi della produzione dei CD, che richiedeva impianti molto più costosi rispetto a quelli necessari per la produzione dei vinili
- negozi specializzati in vinili, soprattutto quelli di piccole dimensioni, impossibilitati a convertire gli stock dal disco al cd, costretti in gran parte a chiudere.
Dietro a ognuna di queste voci si nascondono decine, centinaia, migliaia di persone che hanno dovuto reinventarsi una professione. Molte ce l’avranno fatta, pur se con mille difficoltà, molte non si saranno più riprese. Quel cambiamento, che ha caratterizzato la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, non è molto dissimile a quello che riguarda oggi il mondo dell’automotive.
Le auto che utilizzano carburanti fossili saranno un giorno soppiantate da quelle che montano un motore elettrico. È una vera rivoluzione, simile a quella che ha portato al passaggio tra le carrozze trainate dai cavalli e le prime macchine a vapore, un cambiamento radicale che sconvolge un mondo di certezze radicate nel tempo e che per questo è difficile da accettare. Ma il progresso va avanti.
Le auto elettriche, che piaccia o no (e fino a quando non sarà inventato qualcosa di ancor più sorprendente), rappresentano il futuro dei trasporti mondiali. Non si scappa, questa è la strada intrapresa e che prima o poi rappresenterà la normalità. Ci saranno nuove modalità di ricarica – forse scompariranno le fastidiose colonnine distribuite sulle nostre strade, forse le batterie dureranno molto di più -, le performance saranno migliorate nel tempo, i costi (forse) si adegueranno alle possibilità della gente comune, ma da qui non si scappa.
Inutile sostenere che un sistema del genere deve essere frenato perché fa perdere il lavoro a centinaia, migliaia di persone: il mercato non si interessa del singolo, a nessuno importa dell’operaio o dell’operaia che rimane a casa. Lì si vuole andare e lì si andrà.
E allora, qual è la soluzione migliore? Forse quella che chi governa il nostro Paese spenda il proprio tempo per generare, politicamente, le condizioni migliori perché il business, il guadagno e quindi le occasioni di lavoro possano essere create anche qui da noi. Chissà che chi ha perso il lavoro di là non lo possa trovare di qua. Certo che se neanche ci si tenta…
(29 settembre 2025)
(foto: @freepik)