Il Palazzo Sostenibile

 

 

 

Paolo Lattanzio è un deputato eletto in Puglia nelle liste del Movimento 5 stelle e recentemente approdato al gruppo misto. Fa parte della commissione Cultura, Scienza e Istruzione e della commissione Antimafia. Manager, sposato con due figli, dopo il liceo classico si è laureato in Scienze della comunicazione e ha conseguito il dottorato di ricerca in epistemologia dell’informatica.

Si parla molto oggi di scuola e di investimenti in educazione, ma in una società ripiegata sul presente ci si limita alla gestione dell’esistente. Ma la speranza, il motivo per cui ci si impegna nei confronti dei giovani, ha a che fare anche con una visione del futuro. La sostenibilità è parte di questa visione. Come è legata alle tematiche pedagogiche ed educative finalmente centrali nel dibattito pubblico?

«Speranza rischia di essere una parola anacronistica in questa fase. Perché si è costruita un’intera politica, e la reazione a quella politica, sulla paura: la paura di Salvini e del sovranismo e, dall’altra parte, la paura degli sbarchi e dell’invasione. Fino a che non è arrivata la paura più ancestrale, quella della sopravvivenza. Questo choc antropologico, pur nel dramma, ci ha dato la possibilità di ragionare, di confrontarci e di capire che la paura non può guidare le politiche. Abbiamo ora la responsabilità di guardare al futuro, di immaginarlo, costruirlo. E non si può prescindere dalla speranza. È questo il motivo per cui le due parole chiave, scuola, intesa come comunità educante, e sostenibilità sono diventate centrali. Ma se, come si è fatto, si parla solo di banchi, lavagne e infrastrutture tecnologiche, sciupiamo anche questa occasione. Io con alcuni colleghi in modo trasversale ho provato con atti formali, sollecitazioni politiche e agitazione culturale a rimettere la scuola al centro, come luogo in cui costruire e condividere saperi, una scuola che parta da una riflessione pedagogico-educativa prima ancora che logistica, e che non può essere slegata dal concetto di sostenibilità, perché la sostenibilità rappresenta il quadro generale all’interno del quale ogni tipo di politica, anche quella educativa, si deve muovere.

Non mi rassegno a pensare alla scuola solo come una questione di spazi, contratti e banchi. Serve una riflessione approfondita sulla didattica digitale perché la didattica a distanza – che ha trascurato intere porzioni di popolazione, ha messo in difficoltà famiglie e studenti che non avevano gli spazi né gli strumenti tecnologici per attuarla – è stata una delle cause dell’aumento delle disuguaglianze. Non basta passare dall’analogico al digitale senza una riflessione sulle caratteristiche di questo nuovo approccio educativo. Si è ragionato poco su quello che stava succedendo ai più piccoli. Non capire le fragilità dell’infanzia in fasi di mutamento è miopia e mancanza della sostenibilità che le politiche dovrebbero avere».

Una certa pigrizia mentale riduce la sostenibilità alla questione ambientale. Parlare invece di sviluppo sostenibile implica tener presente l’impostazione della vita economica e della produzione, in cui, a fianco degli investimenti economi- co-finanziari, occupa un posto rilevante l’investimento nella formazione del capitale umano. Che cosa deve cambiare?
«L’Italia è uno dei pochi Paesi in cui la sostenibilità è entrata nei programmi scolastici grazie al ministro Fioramonti. Sostenibilità vuol dire parlare della nostra quotidianità e questo non può non andare insieme ai diritti sociali e civili. Sono due elementi strettamente connessi. Un ambiente liberato e sostenibile e cittadini confinati in gabbie è un controsenso. La sfida è superare la pigrizia di cui lei parla. Quindi non solo investimenti e scelte burocratico-amministrative green, ma rimettere al centro le persone. Io su questo ho ancora delle speranze perché nel lavoro quotidiano in Parlamento sulle linee guida del Recovery plan stiamo insistendo molto sulla valorizzazione del capitale umano. Che non vuol dire solo scuola, formazione, aggiornamento e cambiamento delle competenze dei docenti, ma anche investimenti finalmente degni a livello europeo in ricerca, per promuovere ricerche applicate e di prossimità agli enti locali. Penso, ad esempio, al progetto sui dottorati comunali entrato, grazie a un emendamento di cui vado molto fiero, nel decreto Rilancio».

Un tema molto controverso è sempre stato il rapporto tra scuola-università e mondo del lavoro. Con approcci più o meno ideologici si è sempre paventato un asservimento del processo formativo alle esigenze delle imprese. Come il tema della sostenibilità, e quindi della responsabilità sociale delle imprese, può cambiare questo rapporto?
«Nel mio lavoro mi sono occupato molto di CSR. Non ho mai creduto all’asservimento completo del processo formativo alle esigenze delle imprese e credo che sia indispensabile valorizzare uno dei punti chiave dell’agenda 2030 sulla partnership pubblico-privato. L’università deve svilupparsi con un occhio alle aziende e alla pubblica amministrazione intesa come enti locali. L’università di Lecce che nasce in ambito barocco, immersa in un pezzo di Puglia rivolto al turismo non può avere la stessa offerta formativa e quindi lo stesso output dal punto di vista di laureati dell’università di Milano piuttosto che del Sannio. I dottorati comunali di cui parlavo sono un esempio di come si possano creare hub di ricerca che nascono già integrati nel tessuto sociale culturale e produttivo del territorio con l’esternalità positiva di gente che resta sul territorio e a esso è utile».

Lo sviluppo sostenibile è strettamente intrecciato con la ricerca, l’innovazione, l’uso di nuove tecnologie, un modo nuovo di comunicare. Che ricadute può avere tutto questo sul percorso formativo di un giovane?
«Oltre a quanto già detto sul rapporto università-territorio, aggiungo che vanno riviste le materie di insegnamento e che va ripensato l’accompagnamento, non l’orientamento, all’università. Quanto al nuovo modo di comunicare, non credo siano sufficienti percorsi di studio adeguati, occorre anche una proprietà e una competenza adeguati proprio dal punto di vista educativo. Bisogna investire sulle soft skills, sulle competenze relazionali, emotive e comunicative troppo a lungo trascurate e che invece rappresentano una parte fondamentale delle disponibilità che qualunque cittadino moderno deve possedere. Con l’Intergruppo della Sussidiarietà guidato da Maurizio Lupi abbiamo depositato una proposta di legge in merito».

Servono dunque nuove regole – a cui sappiamo che i giovani sono un po’ allergici – o una nuova coscienza? Questo è più facile che avvenga con nuovi insegnamenti o piuttosto con un approccio interdisciplinare?
«Il problema è generazionale ma non sono i giovani. Allergiche alle regole sono le persone che da tempo occupano posti di prestigio e di responsabilità nel mondo del lavoro, della pubblica amministrazione, e della politica. Qui c’è il lavoro difficile da fare per far comprendere cos’è lo sviluppo sostenibile. I più giovani sono nati con queste sfide, sono immersi in questa sensibilità, basti a tutti l’esempio di Greta Thunberg».

di Ubaldo Casotto

(da CSRoggi Magazine, anno 5, n.5, Ottobre 2020, pag. 36)

 

 

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