Dall’intelligenza artificiale applicata, alla disabilità, fino ai progetti sulle comunità energetiche: la nuova Executive Chairman di Spindox racconta come tecnologia, ricerca e responsabilità sociale possano convergere in un modello d’impresa orientato alla riduzione degli impatti.

Leggi l’articolo di Luca Palestra qui sotto, oppure da CSRoggi Magazine – n.2 – Anno 11 – Aprile/Maggio 2026; pag. 18

Luca Palestra

All’interno del dibattito contemporaneo sul­la sostenibilità, il ruo­lo oggi assunto delle aziende tecnologiche si sta rivelan­do sempre più centrale. Non solo perché il digitale rappresenta og­gi una leva decisiva per la trasfor­mazione economica, ma perché attorno alla tecnologia si gioca­no alcune delle grandi sfide socia­li del presente, che rispondono ai concetti di: inclusione, accessibili­tà, qualità del lavoro, gestione del­le risorse, riduzione delle emissio­ni, formazione delle competenze.

In questo contesto si inserisce il percorso di Spindox, gruppo ita­liano che integra consulenza, ricer­ca industriale e asset tecnologi­ci per aiutare aziende e istituzioni a governare decisioni tecnologi­che complesse. Fondata nel 2007, Spindox ha sviluppato un percor­so di crescita continuo fino al 2025, quando l’arrivo di Progressio SGR, insieme a BNL e al Fondo Italiano di Investimento, segna l’avvio di una nuova fase di sviluppo soste­nuta da un piano industriale am­bizioso. Oggi Spindox rappresen­ta un partner tecnologico in gra­do di coniugare solidità, capacità di execution e innovazione conti­nua, supportando organizzazioni complesse nel trasformare la tec­nologia in vantaggio competitivo sostenibile.

Ciò che emerge dal raccon­to di Barbara Cominelli, Exe­cutive Chairman di Spindox, è soprattutto una visione culturale della sostenibilità: non una funzione separata o un esercizio di reporting, ma un approccio ca­pace di coinvolgere ricerca, orga­nizzazione del lavoro, welfare, rela­zioni con il territorio e sviluppo di soluzioni a impatto sociale.

Dall’utilizzo dell’intelligenza ar­tificiale per supportare persone con disabilità motorie e sensoriali ai progetti sulle smart city e le co­munità energetiche, fino alle atti­vità solidali sostenute e promosse dall’azienda, Spindox è impegnata a costruire un modello in cui inno­vazione e responsabilità possano procedere nella stessa direzione. Un impegno riconosciuto anche quest’anno dalla ricerca Sole 24 Ore-Statista, che include Spindox tra le aziende leader della sosteni­bilità.

Dottoressa Cominelli, Spindox è cresciuta in modo rapi­do negli ultimi anni, fino ad ar­rivare alla quotazione in Borsa prima e all’ingresso di un fon­do di private equity, poi. Come è cambiato l’approccio dell’a­zienda alla sostenibilità?
«La crescita dell’azienda ha por­tato inevitabilmente a strutturare anche il nostro approccio alle te­matiche ESG in modo sempre più capillare e pervasivo in tutto quel­lo che facciamo. In Spindox non parliamo soltanto di sensibilità in­dividuale o di iniziative sporadi­che: esistono obiettivi, metriche, roadmap precise e una governance molto definita. L’ingresso di Progressio SGR nel capitale dell’a­zienda, insieme alla presenza di in­vestitori come CDP e BNL, ha rap­presentato un ulteriore stimolo. Quando c’è presenza di interlocu­tori di questo tipo, l’attenzione al­la sostenibilità diviene ancora più rigorosa, perché gli impegni ven­gono monitorati e inseriti all’inter­no di una visione industriale con­divisa e di lungo periodo. Allo stesso tempo, però, il nostro im­pegno primario è da sempre quel­lo di evitare che la sostenibilità si riduca a una questione burocrati­ca o puramente documentale. Per noi è fondamentale che ci sia una chiara coerenza con ciò che faccia­mo ogni giorno».

Lei ha di recente detto che “L’intelligenza artificiale può essere uno strumento di inclu­sione”, in quale modo il vostro core business si collega ai temi sociali e ambientali?
«Il nostro ambito riguarda il mondo del digitale, dell’intelligen­za artificiale, dei sistemi avanzati di analisi dei dati, della sensoristica. Partendo da questo punto la do­manda che ci siamo posti è stata: come possiamo mettere queste competenze al servizio di qualco­sa che possa avere un impatto positivo anche sulla società? Per que­sto abbiamo investito molto nella ricerca applicata. E per questo una parte importante del nostro team Al lavora oggi su progetti finan­ziati dall’Unione Europea, spesso in collaborazione con università e centri di ricerca. Sono iniziative che non nascono per generare ne­cessariamente profitto immediato, ma per sviluppare un’innovazione visionaria, che immagina un futuro non solo più efficiente, ma anche più inclusivo e sostenibile».

Ci può fare qualche esempio concreto?
«Uno dei progetti più significa­tivi tra quelli che stiamo metten­do in campo riguarda la mobilità assistita per persone con disabili­tà motorie. Utilizziamo intelligenza artificiale, sistemi di orchestrazione, droni e sensoristica per sup­portare carrozzine intelligenti ca­paci di muoversi in modo autono­mo anche in ambienti complessi. In pratica il drone mappa lo spa­zio, raccoglie dati sull’ambiente circostante e li integra con siste­mi di guida autonoma che aiutano la persona a raggiungere la desti­nazione desiderata in sicurezza. Il punto centrale non è solo la tecno­logia, ma il concetto di autonomia. Una persona più autonoma ha una migliore qualità della vita, ma ridu­ce anche il bisogno di assistenza continua. Questo significa genera­re un valore sociale reale».

Avete lavorato molto anche sul tema della disabilità visiva…
«Sì, abbiamo sviluppato un pro­getto dedicato ad adolescen­ti ipovedenti. In questo caso uti­lizziamo assistenti virtuali, realtà aumentata e wearable – dispo­sitivi indossabili – intelligenti per supportare attività quotidiane e orientamento nello spazio. L’o­biettivo è aiutare questi ragazzi a vivere esperienze il più possibile complete e autonome, favorendo la loro inclusione e la partecipa­zione sociale. Per noi la tecnologia deve servire a questo: permettere alle persone di vivere meglio, non creare nuove distanze».

Quanto conta, per voi, la col­laborazione con il mondo uni­versitario?
«Moltissimo. Collaboriamo con circa cinquanta università e cen­tri di ricerca. Una parte significa­tiva delle persone che lavorano con noi ha un dottorato di ricer­ca in Al, machine learning o disci­pline affini. Abbiamo adottato un modello di attività del tutto par­ticolare: questi professionisti lavorano allo stesso tempo su progetti industriali per i clienti e su attività di ricerca finanziata. È un equili­brio importante, che permette di mantenere un livello alto di com­petenze e allo stesso tempo di da­re alle persone la possibilità di la­vorare su progetti innovativi con un forte impatto sociale. Questo ci aiuta anche sul piano del capi­tale umano: profili di questo tipo sono molto richiesti dal mercato, ma la possibilità di partecipare a progetti di ricerca avanzata rende l’azienda più attrattiva e contribu­isce a ridurre il turnover».

Molte imprese stanno rallen­tando sugli investimenti ESG. Voi invece sembrate voler raf­forzare questo percorso. È davvero così?
«Credo che oggi le aziende ab­biano una responsabilità impor­tante. Non possiamo aspettarci che tutto venga risolto esclusiva- mente dalle istituzioni pubbliche, le imprese devono contribuire di­rettamente, soprattutto quando dispongono di competenze tec­nologiche e capacità organizza­tive. Per quanto ci riguarda, non sono previsti passi indietro, con­tinuiamo a investire sia sul fronte ambientale sia su quello sociale».

Soffermandoci sul fronte am­bientale, quali sono le vostre principali iniziative?
«Come azienda, abbiamo de­finito una roadmap pluriennale per la riduzione delle emissioni e il raggiungimento della carbon neutrality. Tutte le nostre sedi uti­lizzano energia che proviene da fonti rinnovabili e stiamo progres­sivamente convertendo la flotta aziendale verso soluzioni elettri­che. E ovvio che il nostro impatto ambientale sia diverso rispetto a quello di aziende manifatturiere: il nostro footprint deriva soprattut­to dagli uffici, dagli spostamenti e dall’organizzazione del lavoro. Per questo abbiamo deciso di in­vestire molto anche sulla flessibi­lità lavorativa. Oggi adottiamo un modello con quattro giorni set­timanali di smart working, compatibilmente con le esigenze dei clienti e dei progetti. Questo ap­proccio riduce gli spostamenti, migliora il work-life balance e, ov­viamente, contribuisce anche alla riduzione delle emissioni».

Avete ottenuto anche diver­se certificazioni ESG. Quanto sono importanti per voi?
«Sono importanti perché rappre­sentano strumenti concreti di mi­surazione e miglioramento. Abbia­mo certificazioni come ISO 14001, SA8000 e la UNI/PdR 125 sulla pari­tà di genere. Ma credo che il punto più importante sia la cultura azien­dale che c’è dietro a questi ricono­scimenti: ogni anno cerchiamo di costruire il Bilancio di sostenibili­tà non come un semplice adempi­mento, ma come un racconto coe­rente di ciò che siamo e di quello che vogliamo diventare. Per farlo ci avvaliamo anche di “artifici” nar­rativi che ci piace via via adotta­re. Per esempio, nell’ultima edizio­ne abbiamo scelto la poesia come concept narrativo: un linguaggio che, per arrivare all’essenziale, la­vora per sottrazione. Ci sembrava un’immagine efficace per raccon­tare la sostenibilità come esercizio di consapevolezza: osservare ciò che facciamo, riconoscere ciò che non è necessario, ridurre il super­fluo e liberare risorse per ciò che genera valore duraturo per l’am­biente, le persone e la società».

Dal punto di vista sociale, in­vece, quali saranno le vostre prossime direttrici di sviluppo?
«Stiamo lavorando molto sull’i­dea di mettere le competenze del­le nostre persone a disposizione delle comunità locali. Abbiamo se­di in molte città italiane – da Mila­no a Torino, da Roma a Catania, fino a Trento e Maranello – e vogliamo rafforzare il rapporto con i territori.
La nostra idea è quella di svi­luppare programmi di volontaria­to aziendale che siano anche lega­ti all’educazione digitale: supporto alle scuole, formazione per inse­gnanti, alfabetizzazione sull’intelli­genza artificiale, aiuto alle fasce più fragili della popolazione. Oggi il te­ma delle competenze digitali è cru­ciale, non possiamo semplicemen­te pensare di vietare o ignorare ‘intelligenza artificiale: dobbiamo insegnare alle persone, e soprattut­to ai giovani, a comprenderla e uti­lizzarla in modo consapevole».

Se dovesse sintetizzare la vo­stra idea di sostenibilità in una frase, quale sarebbe?
«Il nostro payoff aziendale è “Make a Mark”, lasciare un segno. Ma diciamo sempre una cosa: l’u­nico posto dove non vogliamo la­sciare il segno è il pianeta. Credo che questa frase rappresenti be­ne il nostro approccio, che è quel­lo di usare innovazione e tecnolo­gia per generare impatto positivo, cercando allo stesso tempo di ri­durre il più possibile il nostro im­patto ambientale».

(26 maggio 2026)

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