Massimo Monti, 50 anni, bolognese di nascita, ma romagnolo per amore, due figli. Dal 2004 è amministratore delegato del gruppo Alce Nero, che da 40 anni è leader nella produzione e distribuzione di prodotti biologici, primo nel mercato del biologico italiano.

Da dove viene il nome «Alce Nero»?
«È una persona esistita, un indiano d’America nato libero nel 1863, morto in riserva nel 1950. Un esempio di libertà».

Alce Nero nasce 40 anni fa, quando il biologico non era ancora di moda. Chi ha avuto l’idea?
«Il biologico 40 anni fa non esisteva, la certificazione è dell’89. L’idea l’ha avuta il padre nobile del biologico, fondatore e pioniere, si chiamava Gino Girolomoni».

Raggruppate mille produttori in Italia, 14 mila nel mondo, con più di 300 prodotti in catalogo. Che organizzazione avete? Una coop?
«No, una spa, i cui soci però sono anche cooperative e sono quelli che producono. Loro coltivano e trasformano. Noi distribuiamo, facciamo vendite, marketing, logistica. Il 100% di Alce Nero è di questi agricoltori-imprenditori. Ad Alce Nero rimane più o meno il 30% del fatturato. Il resto è distribuito tra trasformatori e agricoltori».

Ma che cosa vuol dire «biologico»?
«È molto semplice: vuol dire “prodotto senza alcuna sostanza chimica”». Quindi i fertilizzanti e gli antiparassitari che usate sono solo organici? «Solo organici 0 minerali. Come il letame e le piretrine, derivati di un fiore».

Che effetto ha un fertilizzante o un antiparassitario chimico sul cibo?
«Può anche non avere alcun effetto, se non lascia residui. Se lascia residui, invece, dipende dal fertilizzante. Se si usano bene possono non lasciare residui. Sulla terra però le tracce le lasciano eccome e hanno delle conseguenze. Il terreno diventa meno fertile. È un circolo vizioso: più se ne usa, più se ne deve usare e far tornare la terra fertile richiede molto tempo».

Lei ha detto che «biologico» però non vuol dire per forza «buono»…
 «Biologico è una certificazione di processo. Quindi se si usano materie prime scadenti e un processo scadente, anche se tutto è certificato “biologico”, il prodotto può essere di scarsa qualità. È la qualità delle materie prime e della trasformazione che rende un prodotto buono».

Dagli anni ’40 ad oggi che danni hanno causato i prodotti chimici sulla terra?
«Tanti. L’agricoltura e l’allevamento, soprattutto, sono una delle cause principali dell’inquinamento ambientale e quindi dei cambiamenti climatici».

Usate le etichette narranti. Cosa sono?
«Sono etichette che raccontano tutta la storia del prodotto: dal luogo in cui è fatto, le tecniche agronomiche, il tipo di pianta, fino ai consigli su come utilizzarlo».

I prodotti biologici li comprano i ricchi?
«Sicuramente chi compra un prodotto bio ha un reddito medio-alto».

Può mangiare sano, o più sano, chi può permetterselo.
«Purtroppo sì, il cibo oggi costa molto poco rispetto al passato ma mangiare bene vuol dire comunque spendere di più».

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, in Europa, una persona di classe sociale più bassa ha il doppio di probabilità di diventare obeso. Non è possibile essere biologico e accessibile?
«La sostenibilità, quindi l’attenzione all’ambiente, a chi produce, all’equità, ha un costo. Non è solo un fattore di reddito, è anche un fattore di cultura alimentare, di sapere come mangiare».

Quanto pesa il bio sul food mondiale?
«Non c’è un dato ufficiale, credo meno del 2%. La metà di tutto il mercato del biologico è in Nord America. Il rapporto tra bio e Pil globale è stretto. E il resto è l’Europa».

Anche voi usate zucchero e grassi?
«Certo, come grasso usiamo l’olio extravergine di oliva, il principe fra i grassi».

Nel 2016 è scoppiata l’isteria verso l’olio di palma. E vero che fa male oppure no?
«Se fatto bene, non più degli altri oli di semi. Fa male all’ambiente per come è coltivato, perché le piantagioni sono enormi e ottenute sostanzialmente deforestando. Noi non l’usiamo dal 2006».

L’Italia tutela abbastanza l’originalità dei propri prodotti?
«L’Italia tutela tantissimo la qualità ma è molto più debole nella capacità di aggregare, di raggiungere dimensioni efficaci. Le aziende dovrebbero lavorare più assieme, creare reti vere e non solo sulla carta».

Alce Nero si è sviluppata moltissimo in Giappone. Perché?
«Perché i giapponesi sono attenti alla qualità e hanno reddito e perché siamo stati fortunati, abbiamo trovato il partner giusto. Ci siamo con olio, pasta, pomodoro».

Che cos’è il «latte fieno»?
«È un Sdg. Quindi una certificazione europea tipo Dop e Igp».

Vuol dire che bisogna ritornare a nutrire le mucche come una volta.
«Sì, negli ultimi 50 anni le mucche sono state nutrite più di cereali e di legumi, ma meglio il fieno: sono nate per ruminare».

Nel vostro caso, innovazione vuol dire riscoperta della tradizione?
«Noi produciamo cibo tradizionale, ma con un modello d’impresa abbastanza innovativo. Investiamo in ricerca e sviluppo circa il 2%, mettendoci anche la parte di marketing, non di laboratorio.

Crede di più in Dio o in bio?
«Credo che il biologico e quello che ci sta dietro sia affine e coerente con il disegno del Creatore».

di Giovanni Minoli

(da L’Economia del Corriere della Sera del 24 febbraio 2020)

Share This