E’ senz’altro uno degli industriali che ha manifestato in modo più evidente l’insofferenza del sistema imprenditoriale per la politica giallo-verde. Sintetizzando il tutto in una frase — «siamo imprenditori veri e non accettiamo di essere considerati prenditori» — Giuseppe Pasini, 58 anni, capo degli industriali bresciani, patron di Feralpi e possibile candidato alla guida di Confindustria, giusto un anno fa metteva all’indice la disattenzione di quella politica per l’impresa e la trascuratezza, a dir poco, della politica industriale seguita dal Conte 1. Nel caso Ilva solo conferme.

Le discontinuità del Conte 2 non debbono sembrarle così evidenti se nei giorni scorsi ha emesso una nota dell’associazione industriale bresciana scrivendo che «una certa politica voleva la chiusura dello stabilimento ed ha raggiunto il suo obiettivo. L’addio di ArcelorMittal è un fallimento per l’intero paese, la seconda manifattura d’Europa, che ha lasciato scappare un investitore mondiale, a testimonianza dell’assenza in Italia di una vera politica industriale» . Un primo bilancio dei danni ?

«Per il Paese rischia di essere una disfatta. Tenga presente che già oggi paghiamo l’incertezza nella conduzione del gruppo che controlla il più grande impianto europeo di lavorazione a caldo. ArcelorMittal produce in Italia circa 5 milioni di tonnellate di prodotto che non coprono Finterò fabbisogno nazionale. E dunque bisogna comprare il prodotto all’estero. C’è poi tutta la catena dei fornitori, a monte e a valle, in allarme. Senza una soluzione il danno sarà più largo di quello che immaginiamo ora».

C’è ancora qualcosa che si può fare per Taranto e gli altri siti produttivi del gruppo?

« Sarà difficile. Mi sembra che il confronto tra l’azienda e il governo sia impostato in termini molto duri. Qualche giorno fa sentivo esponenti della maggioranza rivendicare il ripristino del cosiddetto scudo penale per le attività relative alla bonifica e messa a norma degli impianti, ma non credo sia sufficiente. Nella crisi dell’ex Ilva giocano più fattori. Le dinamiche di mercato, che già da 24-36 mesi manifesta un generale e pronunciato rallentamento, in Europa come negli Stati Uniti, sono il primo. Gli impianti italiani di ArcelorMittal perdono 2 milioni al giorno, sessanta al mese, aggravando la situazione economico-finanziaria. E c’è il modo in cui si sono messe le cose in relazione alla questione ambientale che per i produttori di acciaio è già un tema, visto che gli obiettivi europei di decarbonizzazione al 2030 sono particolarmente sfidanti per le lavorazioni pesanti, francamente difficili da sostenere in presenza di un ciclo economico negativo. Il governo dovrebbe, o avrebbe dovuto, sono indeciso sul tempo che a questo punto si deve usare, accompagnare l’azienda, mettere qualcosa sul tavolo, ma non sembra mostrare una posizione collaborativa».

Il suo gruppo, Feralpi, è coinvolto?

«Non siamo fornitori di ArcelorMittal. E, quanto al profilo ambientale, l’elettrosiderurgia ha ampi margini per rispettare gli obiettivi europei. Feralpi, in particolare ha una quota di riciclo pari al 99% del prodotto utilizzato, nei nostri impianti la Costa Concordia è diventata nuovo acciaio, vita nuova, per altri impieghi, come l’edilizia».

A Taranto la situazione ambientale è tutt’altra.

«Ne sono consapevole e da imprenditore le dico che dobbiamo far di tutto perché a Taranto rimanga la produzione siderurgica, sanando e recuperando l’ambiente dove e come è necessario. Anche perché le alternative non sono molte. Quale altra realtà imprenditoriale oggi può pensare di rilevare l’impianto? Le ripercussioni saranno enormi, aumenterà l’import e tutta la filiera nazionale ne subirà le conseguenze. L’impatto occupazionale potrebbe essere tremendo, considerato che parliamo di n mila dipendenti diretti, senza considerare l’indotto. A Taranto serve l’impresa non un parco giochi».

Ad ogni costo?

«Colgo il punto. Ma è una vicenda sulla quale la giustizia si è pronunciata e le cose da fare sono note. Piuttosto sarebbe devastante se dovesse passare il messaggio che in Italia la questione ambientale non va di pari passo con il lavoro e l’impresa. Tanto più in un comparto, il primo del manifatturiero nazionale, che ha già introdotto lavorazioni pienamente integrate nell’economia circolare».

di Carlo Cinelli

(da L’Economia del Corriere della Sera del 11 novembre 2019)

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