E’ un’azione che va pensata come i cerchi concentrici generati dal lancio di un sasso nell’acqua. Ogni volta che l’obiettivo viene centrato, questo dà vita a una serie di benefici collaterali. Per esempio, riportare in Italia i talenti sparsi all’estero e dare vita a un ecosistema innovativo di cui può beneficiare la società.

È il caso del Fondo Sofinnova Telethon, il più grande fondo italiano (con 108 milioni di euro) dedicato a investimenti early-stage nel biotech con focus su malattie genetiche rare.

Un polo di società biotech italiane
Fondato nel 2018 da Sofinnova Partners, tra i maggiori investitori globali nelle Scienze della Vita, e Fondazione Telethon, il fondo ha la missione di costruire un polo di società biotech italiane, investendo in 15 startup nei prossimi anni. A gestirlo ci sono due manager italiane nell’ufficio di Milano di Sofinnova (che conta sedi a Parigi e Londra): Paola Pozzi e Lucia Faccio, entrambe con radici al San Raffaele e competenza nel trasferimento tecnologico.

«Il Fondo Sofinnova Telethon è una grande intuizione di due realtà d’eccellenza da sempre impegnate per trovare una soluzione alle malattie per le quali non c’è cura – spiega Paola Pozzi –. Si tratta del primo fondo italiano dedicato solo al biotech in Italia ed è nato per supportare i progetti più promettenti sulle malattie genetiche rare in Italia. Parliamo di patologie molto diffuse: ne esistono circa 7.000 tipi diversi, il 95% dei quali non ha cura».

Sono tre le startup italiane finanziate nel 2020: GeneSpire, Epsilen Bio e PinCell, focalizzate su terapia genica e malattie rare della pelle. «I nostri finanziamenti servono da ponte per superare quel famoso gap tra ricerca di base accademica e ricerca traslazionale, orientata verso la clinica – dice Pozzi –, e al contempo creare aziende in grado di competere a livello internazionale fin dalle prime fasi».

L’essenzialità della ricerca scientifica
Ed è in questo processo che si inserisce un impegno delle due manager, e di tutto il team del Fondo, per la creazione di un ecosistema biotech italiano capace di attrarre talenti. Un impegno che si traduce in una serie di iniziative che coinvolgono aziende, università, centri di ricerca, per convogliare un unico messaggio: la ricerca scientifica è essenziale e va messa a sistema con tutte le forze coinvolte. «Oggi la società sta toccando con mano l’importanza di supportare l’innovazione anche con investitori di rischio per trasformarla in prodotti utili alle comunità – afferma Lucia Faccio –. Ed è quello che ci impegniamo a fare anche noi con il Fondo, contribuendo anche con management di primo livello allo sviluppo di imprese innovative in Italia».

Il pensiero va a Julia Berretta, ricercatrice italo-francese oggi Ceo di GeneSpire, ma anche a Giovanni Amabile, richiamato dalla Svizzera per diventare Ceo di Enthera, la startup cresciuta nell’acceleratore BiovelocITA che ha chiuso un round di serie A di 35 milioni di euro grazie a un’operazione guidata da Sofinnova. «Sono belle storie perché dimostrano che anche in Italia si può fare impresa ad alti livelli – prosegue Faccio –. Attraverso il Fondo vorremmo anche creare le condizioni per il rientro dei talenti italiani all’estero. Oggi servono figure come Ceo di aziende early stage, e per attrarli o formarli c’è bisogno di fare sistema. Per questo, insieme a VC Hub stiamo lavorando a un tavolo sul trasferimento tecnologico con l’idea di elaborare un “technology transfer act” che faciliti, con norme più chiare, il passaggio dell’innovazione universitaria italiana sul mercato».
Sempre con lo stesso obiettivo: agire di concerto con la comunità scientifica accademica e industriale per ottenere ricadute sociali tangibili.

a cura di Bruno Calchera

(da CSRoggi Magazine, anno 6, n.2, Marzo/Aprile 2021, pag. 66)

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