I fattori Esg (Environmemal social government) coinvolgono in misura crescente anche i fondi pensione, in base alla direttiva Iorp2, entrata in vigore in Italia il primo febbraio scor­so. La norma prevede, nel processo d’investimento, l’obbligo di valutare, oltre ai fattori di rischio tradizionali, quelli ambientali, sociali e di gover­nance, informando adeguatamente i clienti sull’esito delle analisi.

Il passaggio però non è semplice per i fondi negoziali che si dichiarano pron­ti ad adottare una policy Esg negli inve­stimenti, perché devono fare i conti ancora con paletti normativi pregressi e strutture di governance inadatte ad agire in prima persona come investito­ri Sri (socialmente responsabili).

Al­trettanto difficile è l’adozione dell’En­gagement, ovvero la possibilità di par­tecipare, come azionista con diritto di voto, alle assemblee delle aziende, su cui il fondo investe, per tenere sotto controllo diretto la governance e il ri­spetto di ambiente e sociale. Attualmente, per la gestione ordina­ria del patrimonio (che ha superato i 50 miliardi di euro, con oltre tre milioni di iscritti), i fondi negoziali devono affidarsi a un gestore esterno.

Il trend

Secondo l’indagine «Fondi pensione e l’engagement Esg», condotta da ETIcaNews e Assofondipensioni, con il supporto di Bmo Global Asset Mana­gement, i fondi che hanno già adottato una politica Esg sono solo il 37% dei 30 associati Assofondipensioni, ma sono in crescita quelli pronti ad adottarla nel prossimo futuro. Oggi il 60% degli intervistati afferma di andare in questa direzione. In crescita (saliti al 62% dal 45% del 2018) anche la quota di fondi pensione che intendono adottare l’en­gagement Esg o una forma di confron­to sugli Esg con le società su cui inve­stono, ma sono ancora in pochi a fare monitoraggio e reporting delle attività di engagement (attività che in proie­zione sarà richiesta dalle direttive eu­ropee).

Nel 2018 nessuno degli inter­pellati ha incontrato un’azienda. «Il mercato della finanza responsabile italiana è ancora a uno stadio iniziale, — dice Giampaolo Giannelli, head of Sales Italy di BMO Global Asset Mana­gement bank of Montreal, a commento dei dati della ricerca —. Per ora pre­dominano le strategie di esclusione, più semplici e passive. Indubbiamente l’attività di Engagement rappresenta un passaggio importante e non si esaurisce nell’incontro con l’azienda, ma prosegue con il monitoraggio del­l’investimento e porta necessariamen­te a un reporting dell’attività e pertanto l’attivazione di questo modello di inte­razione richiederà tempi lunghi e sarà necessario uno sforzo di sistema».

E Maurizio Agazzi, segretario di Assofondipensione, che commenterà la ricerca alla prossima Esg Business del 15 giugno, aggiunge: «Siamo tuttavia convinti che entrare in contatto diretto con le aziende sia importante anche per accrescere nei sottoscrittori la consapevolezza della sostenibilità di un investimento nell’economia reale. Al­tresì importante è l’adozione dei parametri Esg nella selezione dei titoli perché consentiranno di investire in società di migliore qualità, con una riduzione dei rischi».

In Assofondipensione intendono assumere un ruolo determinante nella diffusione e nel potenziamento della previdenza complementare, ampliando l’attività di welfare. E si dichiarano pronti a fare il salto di qualità rispetto alle iniziative portate avanti finora e a indirizzare il risparmio verso l’economia produttiva sostenibile. A tal fine è in fase di definizione un progetto finalizzato alla costituzione di un consorzio tra fondi pensione interessati.

Un passo avanti è atteso dal recepimento della Direttiva UE 2017/828, Shareholder Rights, che prefigge l’obiettivo di incoraggiare un atteggiamento consapevole degli investitori nella governance delle imprese quotate.

di Patrizia Puliafito

(da L’Economia-Corriere della Sera del 20 maggio 2019)

Share This